La differenza di partenza è importante: nel primo trimestre la Germania aveva già accelerato, mentre la Francia era entrata in territorio negativo. Questo ha dato all'economia tedesca un margine di slancio maggiore all'inizio del periodo aprile-giugno.
In Germania il principale motore del trimestre sono state le esportazioni, sostenute dalla domanda estera. Anche il settore industriale ha mostrato una resistenza superiore alle attese, nonostante l'aumento dei costi energetici e le conseguenze della guerra in Iran.
Secondo la Bundesbank, anche i consumi hanno continuato a sostenere l'economia. Tuttavia, il rincaro dell'energia e delle materie prime, aggravato dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, ha compensato gran parte dell'impulso positivo.
Il risultato è quindi una crescita migliore delle previsioni, ma ancora troppo contenuta per parlare di una ripresa robusta e duratura.
Il quadro francese è diverso. Il ritorno alla crescita è stato trainato soprattutto dal saldo commerciale, che ha contribuito per 0,6 punti percentuali all'aumento del PIL. Le esportazioni sono rimbalzate del 2,6%, dopo il calo del 3,1% nel primo trimestre, mentre le importazioni sono aumentate dello 0,8%.
La domanda interna finale, esclusi gli investimenti in scorte, ha contribuito soltanto per 0,1 punti. I consumi delle famiglie sono saliti appena dello 0,2%, dopo il -0,3% del trimestre precedente, mentre gli investimenti fissi lordi hanno continuato a diminuire, segnando un -0,3%.
In altre parole, la Francia ha evitato una nuova battuta d'arresto grazie alla componente estera, ma la sua economia interna resta fragile. Un rimbalzo delle esportazioni non equivale ancora a una ripresa generalizzata della spesa di famiglie e imprese.
La domanda interna è il punto in cui il divario tra i due Paesi appare più evidente.
Francia. L'INSEE, l'istituto nazionale di statistica francese, ha rilevato un contributo limitato della domanda interna alla crescita. I consumi sono tornati lievemente positivi, ma il potere d'acquisto delle famiglie è sotto pressione per effetto dell'aumento dei prezzi del petrolio. La Banca di Francia stima che lo shock energetico possa sottrarre circa 0,2-0,3 punti percentuali alla crescita del PIL nel 2026.
Germania. I consumi hanno mostrato una tenuta relativamente maggiore e l'industria ha beneficiato della dinamica della domanda estera. La Bundesbank ha tuttavia sottolineato che l'aumento dei costi energetici continua a pesare sulle prospettive. Anche il dato del primo trimestre, rivisto al +0,4%, conferma una dinamica di partenza più favorevole rispetto a quella francese.
Il conflitto e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno provocato un forte shock sui prezzi dell'energia, con effetti su inflazione, consumi, costi di produzione e catene di approvvigionamento in tutta Europa.
Per la Francia, l'INSEE prevede che il rincaro del petrolio rallenti la crescita di circa 0,2-0,3 punti percentuali nel 2026. L'istituto si aspetta inoltre un secondo semestre debole, con un'espansione di appena lo 0,1% sia nel terzo sia nel quarto trimestre, nell'ipotesi di una stabilizzazione del petrolio intorno agli 85 dollari al barile.
In Germania, il ministero dell'Economia aveva già avvertito a maggio di un possibile rallentamento significativo nel secondo trimestre, citando prezzi più elevati, problemi nelle catene di fornitura e maggiore incertezza per imprese e consumatori. Anche l'IMK e l'istituto ifo hanno stimato un impatto negativo dello shock energetico sulla crescita tedesca; in uno scenario di de-escalation, l'ifo calcolava una riduzione di circa 0,2 punti percentuali nel 2026.
I dazi statunitensi rappresentano un rischio per entrambe le economie, ma la Germania è più esposta per via del peso dell'industria manifatturiera e delle esportazioni automobilistiche.
EY stima che i dazi possano sottrarre circa 0,5 punti percentuali alla crescita del PIL dell'Unione europea nel 2026, con gli effetti più pesanti sulle economie maggiormente orientate all'export.
L'istituto ifo segnala in particolare che le tariffe sulle importazioni statunitensi continuano a pesare sulle esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti. Per la Francia, l'esposizione è più contenuta rispetto a quella tedesca, anche se la debolezza del commercio globale può comunque frenare la ripresa.
Le stime disponibili mostrano cautela in entrambi i Paesi:
Le stime non sono quindi direttamente confrontabili come se fossero un'unica previsione ufficiale: riflettono istituzioni e scenari diversi. Il punto comune è che nessuno dei due Paesi si prepara a un'accelerazione significativa nel breve periodo.
| Indicatore | Germania | Francia |
|---|---|---|
| PIL nel secondo trimestre 2026 | +0,2%, sopra le attese | +0,2%, in linea con le attese |
| PIL nel primo trimestre 2026 | +0,4%, dato rivisto al rialzo | -0,1%, dato rivisto al ribasso |
| Principale motore | Esportazioni e industria | Rimbalzo del saldo commerciale |
| Domanda interna | Relativamente più solida | Debole e poco dinamica |
| Effetto della guerra in Iran | Forte impatto sui costi energetici | Forte impatto sul potere d'acquisto |
| Esposizione ai dazi USA | Elevata, soprattutto per industria e auto | Più contenuta |
| Stime di crescita 2026 | Dallo 0,5% allo 0,8% nelle principali previsioni | Dallo 0,5% allo 0,7% |
Il +0,2% segnato da Francia e Germania nel secondo trimestre non indica una situazione economica equivalente. La Germania ha rallentato dopo un primo trimestre più forte, ma ha beneficiato di esportazioni e industria relativamente resilienti. La Francia ha invece recuperato terreno dopo la contrazione di inizio anno, affidandosi soprattutto al commercio estero mentre consumi e investimenti restavano deboli.
La distinzione sarà cruciale nella seconda metà del 2026: la Germania è più vulnerabile a nuovi ostacoli al commercio internazionale e ai dazi USA, mentre la Francia rischia di subire maggiormente l'impatto dello shock energetico sui consumi delle famiglie. Per entrambe, la crescita resta positiva, ma ancora troppo esigua per lasciarsi alle spalle le pressioni geopolitiche ed energetiche.