Nessuna delle tre tecniche rompe direttamente la crittografia di WebAuthn o FIDO2. Il problema riguarda piuttosto il modo in cui l’autenticatore cloud di Chrome gestisce l’identità del dispositivo, la registrazione di nuovi dispositivi e la sincronizzazione delle chiavi . Tutti gli scenari presuppongono che il computer sia già stato infettato: un PC integro non è esposto a questi attacchi nello stesso modo.
In questo scenario, il malware estrae dal file locale passkey_enclave_state la chiave d’identità del dispositivo, protetta dal TPM di Chrome. Poi la riutilizza tramite le normali API CNG di Windows per firmare richieste controllate dall’attaccante.
Il risultato è un’asserzione WebAuthn valida, senza che sullo schermo della vittima compaia una richiesta di impronta, PIN o altra interazione. L’attacco funziona però solo contro i siti che non controllano il flag User Verified (UV) nei dati dell’autenticatore .
Che cosa sfrutta: la fiducia dell’autenticatore cloud in una chiave d’identità del dispositivo conservata localmente e il fatto che alcuni siti non impongano davvero la verifica dell’utente.
La seconda tecnica aggira anche i siti che verificano il flag UV. Il malware elimina o rende inutilizzabile il file locale passkey_enclave_state, costringendo Chrome a registrare nuovamente il dispositivo.
Durante questa procedura, Chrome crea per un breve periodo la chiave di verifica dell’utente attraverso un flusso posticipato. L’attaccante sfrutta la finestra per registrare una propria chiave UV. Poiché l’autenticatore cloud di Google non verifica l’attestazione della nuova chiave, le asserzioni firmate da quest’ultima risultano accompagnate dal flag UV impostato su 1.
In questo modo anche i siti che richiedono la verifica dell’utente possono essere ingannati. L’accesso ottenuto è inoltre persistente e riutilizzabile dalla macchina dell’attaccante: il computer della vittima non deve più essere online .
Che cosa sfrutta: l’assenza di una verifica dell’attestazione durante la nuova registrazione del dispositivo e la possibilità di cancellare il file dello stato dell’enclave senza protezioni sufficienti.
La terza tecnica ripete il flusso di nuova registrazione e, successivamente, esamina la memoria del processo di Chrome per recuperare il Security Domain Secret (SDS). Si tratta di una chiave simmetrica di 32 byte usata per cifrare tutti i passkey sincronizzati nell’account Google della vittima.
Con l’SDS, l’attaccante può decifrare le chiavi private dei passkey già sincronizzati e anche quelle che verranno sincronizzate in futuro. Il risultato può essere la presa di controllo di tutti gli account protetti da quei passkey .
In precedenza Google aveva registrato l’SDS in chiaro nell’output chrome://device-log/FIDO di Chrome; questa esposizione è stata rimossa dopo la segnalazione di Unit 42. Secondo i ricercatori, tuttavia, il problema dell’esposizione del segreto nella memoria del processo rimane .
Che cosa sfrutta: la presenza dell’SDS in chiaro nella memoria di Chrome durante la procedura di registrazione del dispositivo.
L’attacco Pass-ta-key di base può funzionare contro qualsiasi servizio che non controlli il flag UV. Unit 42 ha indicato eBay come esempio di sito che, al momento dell’analisi, non applicava questo controllo; eBay ha successivamente corretto il problema .
I ricercatori hanno osservato che un numero «sorprendentemente elevato» di siti imposta userVerification: "required" durante la registrazione, ma poi non verifica il bit UV restituito durante l’autenticazione . Per le operazioni sensibili, il controllo deve essere eseguito lato server e non può basarsi soltanto sull’impostazione iniziale del browser.
L’SDS funziona come una chiave principale per tutti i passkey sincronizzati nell’account Google. Se viene sottratto, le conseguenze possono includere:
Sulla base delle indicazioni di Unit 42 e della documentazione disponibile, le principali misure sono:
userVerification: "required", non "preferred", per le operazioni più delicate .Al momento della pubblicazione, il 3 agosto 2026, non era stato assegnato alcun CVE. Google non aveva inoltre confermato pubblicamente se avrebbe corretto direttamente i percorsi Silver o Golden .