Durante l’incontro, Khalid bin Salman avrebbe ribadito che l’Arabia Saudita continua a sostenere la stabilità regionale e la de-escalation nei rapporti con l’Iran, nonostante la partecipazione ai raid contro le milizie filo-iraniane in Iraq .
Secondo le ricostruzioni disponibili, gli attacchi contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili sauditi hanno oltrepassato una soglia che Riyadh considera invalicabile, rendendo necessaria una risposta . L’obiettivo dichiarato, tuttavia, sarebbe stato quello di ristabilire la deterrenza: far capire che gli attacchi non resteranno senza conseguenze, senza aprire la strada a una campagna militare più ampia.
In altre parole, il principe saudita ha cercato di separare due piani: la risposta a una provocazione specifica e la scelta strategica di evitare una guerra regionale.
La visita a Washington serviva anche a trasmettere un messaggio personale del principe ereditario Mohammed bin Salman, noto con l’acronimo MBS. Khalid bin Salman avrebbe presentato la valutazione strategica complessiva di Riyadh sulla crisi: l’Iran starebbe cercando di aumentare la propria leva attraverso l’escalation regionale e l’azione dei suoi proxy, mentre l’Arabia Saudita vuole evitare un conflitto più vasto .
Per Riyadh, il problema non riguarda soltanto le milizie attive in Iraq. I funzionari sauditi ritengono che Teheran continuerà probabilmente a servirsi di gruppi alleati, tra cui gli Houthi nello Yemen, per esercitare pressione e ottenere vantaggi politici anche quando restano aperti canali diplomatici .
La posizione saudita rimane però orientata alla riduzione delle tensioni, non all’espansione delle operazioni militari .
Uno dei punti più sensibili del colloquio ha riguardato Israele. Secondo quanto riferito dalla corrispondente di Fox News Jennifer Griffin, Khalid bin Salman avrebbe detto a Vance che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un’escalation con l’Iran, mentre l’Arabia Saudita preferisce la de-escalation .
Il riferimento segnala una divergenza importante. Riyadh non vuole che la propria risposta agli attacchi venga trasformata nel coinvolgimento automatico in un conflitto più ampio, né intende lasciarsi guidare da una strategia regionale fondata sull’escalation .
L’incontro era stato inizialmente programmato per la settimana precedente, ma la visita era stata rinviata dopo l’aumento degli attacchi attribuiti a gruppi sostenuti dall’Iran nella regione .
Il colloquio tra Vance e il ministro saudita si è infine svolto il 29 luglio, subito dopo l’operazione congiunta in Iraq. L’inserimento di Trump nelle discussioni ha dato ulteriore peso politico a una visita pensata per chiarire la posizione saudita sulla crisi con l’Iran e sul futuro della regione .
Il segnale inviato da Riyadh è quindi netto, anche se apparentemente contraddittorio: l’Arabia Saudita è disposta a usare la forza per proteggere le proprie infrastrutture, ma considera la stabilità e la de-escalation l’obiettivo strategico di fondo.