L’incontro di domenica tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e il direttore del Mossad Roman Gofman è stato un tentativo di gestione della crisi dopo l’attacco israeliano del 18 agosto alla base aerea di Abu al-Duhur. Il raid ha trasformato il disaccordo sul ruolo della Turchia nella Siria post-Assad in uno scontro diplomatico e militare che coinvolge Israele, Siria, Turchia e Stati Uniti.
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Secondo i media statali siriani e diverse ricostruzioni, almeno otto attacchi hanno colpito la pista e le strutture di stoccaggio della base. Una fonte militare siriana e un civile residente nelle vicinanze hanno riferito che non ci sono state vittime.
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16 L’attacco è avvenuto poche ore dopo la visita di una delegazione turca al sito: una coincidenza temporale diventata centrale nelle diverse versioni dell’accaduto.
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La versione israeliana: impedire un nuovo rischio militare
Israele ha sostenuto che la Siria fosse sul punto di violare uno status quo di sicurezza concordato, consentendo il dispiegamento di forze turche presso la base. Secondo le autorità israeliane, l’operazione mirava a impedire la creazione di un avamposto militare turco vicino ad Aleppo e arrivava dopo ripetuti avvertimenti rivolti a Damasco.
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La preoccupazione israeliana, stando alle dichiarazioni dei suoi funzionari, non riguardava soltanto la presenza di personale turco. Sistemi di difesa aerea, droni e missili turchi in Siria potrebbero limitare la libertà d’azione di Israele o creare un nuovo rischio militare. Da questa prospettiva, il raid è stato presentato come un avvertimento preventivo, non come un tentativo di colpire soldati turchi.
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Questa ricostruzione resta però contestata. Il fatto che l’attacco sia seguito alla visita della delegazione turca indica un collegamento temporale, ma non dimostra autonomamente che un dispiegamento fosse stato approvato o fosse imminente.
La smentita di Damasco
La Siria ha fornito una spiegazione diversa. Secondo i funzionari siriani, la visita turca riguardava addestramento e cooperazione militare, non la creazione di una base permanente né un dispiegamento stabile di truppe ad Abu al-Duhur. Al-Shaibani ha inoltre affermato che la struttura era in gran parte vuota quando è stata colpita, respingendo l’idea che una presenza militare turca giustificasse gli attacchi.
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Damasco ha condannato il raid come una violazione della propria sovranità e ha chiesto una de-escalation. In questo quadro, l’incontro di domenica ha offerto un canale per discutere direttamente gli assetti di sicurezza, invece di lasciare che fossero attacchi unilaterali e accuse pubbliche a determinare i rapporti tra i due Paesi.
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Ankara respinge le accuse israeliane
La Turchia ha definito insostenibili le accuse israeliane sulla propria posizione militare in Siria e ha condannato l’attacco. La linea ufficiale di Ankara è che la cooperazione con Damasco riguardi l’addestramento militare, la stabilità siriana e la ricostruzione, non un progetto offensivo per accerchiare Israele.
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La questione è particolarmente delicata perché Abu al-Duhur si trova relativamente vicino al confine turco. Un attacco contro un sito in cui fossero presenti, o si ritenesse fossero presenti, militari turchi avrebbe potuto provocare una risposta diretta, anche se l’obiettivo israeliano era soltanto danneggiare infrastrutture siriane.
Perché Washington temeva un’escalation
Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria e ambasciatore americano in Turchia, ha definito l’operazione un’«escalation non necessaria» e ha dichiarato che Washington stava lavorando a un meccanismo per evitare incidenti tra Israele, Turchia e Siria. Ha inoltre avvertito che Ankara non sarebbe stata informata in anticipo e avrebbe potuto interpretare il movimento degli aerei israeliani come una minaccia.
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Le autorità israeliane hanno contestato questa versione, sostenendo che gli Stati Uniti fossero stati informati. La disputa sull’avviso preventivo è importante: la Turchia è alleata di Washington e membro della NATO, e qualsiasi incidente che coinvolga le sue forze aumenta il rischio di una crisi più ampia.
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Barrack ha poi affermato che il raid potrebbe aver rischiato di spingere la Turchia verso un confronto più esteso. Si tratta di una valutazione dell’inviato statunitense, non di un fatto dimostrato sulle intenzioni israeliane.
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Il peso dei canali riservati
I colloqui di domenica non sono stati il primo contatto recente tra funzionari israeliani e siriani. Secondo persone informate sui fatti, Gofman e al-Shaibani avevano parlato al telefono il 14 agosto, quattro giorni prima dell’attacco alla base, discutendo proprio della presenza militare turca in Siria.
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Questi contatti spiegano l’importanza dell’incontro: esisteva già un canale per affrontare la controversa presenza turca, ma non erano ancora state fissate regole condivise da tutte le parti. Israele ha agito sulla base della propria valutazione di una minaccia emergente; Siria e Turchia hanno sostenuto che alla base non fosse in corso la preparazione di una simile minaccia.
Che cosa resta da chiarire
L’obiettivo immediato dell’incontro era abbassare la tensione dopo il bombardamento, non risolvere ogni divergenza sul ruolo della Turchia in Siria. La domanda principale rimane se Abu al-Duhur stesse per diventare un punto d’appoggio militare turco oppure fosse soltanto il luogo di una visita legata ad addestramento e cooperazione.
Le ricostruzioni disponibili confermano la sequenza degli eventi — la visita turca, gli attacchi del 18 agosto, le spiegazioni contrapposte e i successivi contatti diplomatici — ma non verificano in modo indipendente la valutazione dell’intelligence israeliana. La conclusione più prudente è quindi circoscritta: Israele sostiene di aver agito per impedire uno sviluppo militare turco ritenuto pericoloso, mentre Siria e Turchia negano che fosse previsto. I colloqui di domenica sono stati un tentativo di evitare che il disaccordo si trasformasse in uno scontro più ampio tra Israele e Turchia sul territorio siriano.
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