Il ruolo della Santa Sede è stato diplomatico, non operativo: il Vaticano non ha annunciato un nuovo dispositivo di controllo, un dispiegamento militare o un mandato formale di mediazione. Ha invece unito il sostegno all’attuazione dell’intesa a un avvertimento pubblico sulle difficoltà che ne stanno rallentando l’applicazione.
L’intesa firmata da Libano, Israele e Stati Uniti a Washington non è una soluzione immediata a tutte le controversie, ma un meccanismo di sicurezza da applicare per fasi. Tra i suoi elementi figurano il disarmo graduale di Hezbollah, il dispiegamento delle forze armate libanesi nel sud e il ritiro progressivo delle forze israeliane.
Il piano prevede anche aree iniziali, definite “pilot zones”, nelle quali l’esercito libanese dovrebbe assumere la responsabilità della sicurezza. Il ridispiegamento israeliano dovrebbe avvenire dopo la verifica delle condizioni di sicurezza previste dall’accordo.
È proprio questa sequenza a essere al centro dello scontro. Il leader di Hezbollah Naim Qassem ha respinto l’intesa mediata dagli Stati Uniti e ha ribadito che il gruppo avrebbe continuato la propria resistenza armata. Israele, dal canto suo, ha mantenuto forze in una zona di sicurezza dichiarata, senza completare il ritiro.
L’appello diplomatico di Aoun è arrivato mentre i rapporti di monitoraggio indicavano un netto aumento dell’attività militare. La Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano, o UNIFIL, ha registrato una media di 137 proiettili al giorno tra il 5 e il 16 agosto, con 208 proiettili in un sabato e 185 nella domenica successiva.
Tra il 21 giugno e l’11 agosto, l’UNIFIL ha inoltre segnalato oltre 1.700 violazioni dello spazio aereo libanese, più di 100 attacchi aerei e oltre 1.800 proiettili lanciati dall’esercito israeliano nel periodo considerato.
I media statali libanesi hanno riferito separatamente che attacchi israeliani contro Ansar e Deir al-Zahrani hanno ucciso almeno 11 persone, tra cui tre bambini e due donne. Il presidente Aoun ha affermato che gli attacchi rappresentavano un messaggio chiaro sulla difficoltà del negoziato e degli sforzi per applicare l’accordo.
Questi dati descrivono il contesto nel quale si è svolta la diplomazia, ma non dimostrano che il Vaticano possa imporre direttamente il rispetto dell’intesa alle parti. Spiegano però perché Beirut abbia cercato un sostegno internazionale più ampio mentre la sequenza di sicurezza prevista dall’accordo resta bloccata.
Secondo alcuni resoconti, Aoun avrebbe presentato a Leone XIV anche reliquie del beato patriarca Elias Hoayek, figura importante della storia cristiana libanese. Il gesto avrebbe avuto un valore simbolico, legato all’identità cristiana del Libano. Questo particolare, però, non compare nel comunicato ufficiale della Santa Sede e le evidenze pubbliche a suo sostegno sono quindi limitate.
La visita di Aoun a Roma comprendeva anche incontri con il presidente italiano Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Tra i temi previsti figurava il futuro delle forze internazionali nel sud del Libano, alla luce di una proposta franco-italiana per creare una forza multinazionale che potrebbe sostituire o succedere all’UNIFIL quando il suo mandato arriverà alla scadenza.
I colloqui potrebbero influenzare la struttura di un futuro sistema di monitoraggio e verifica, comprese le modalità di controllo nelle aree pilota. Ma il problema immediato resta invariato: l’accordo dipende da passaggi sui quali Israele, Hezbollah e gli attori politici libanesi non hanno ancora trovato un’intesa, mentre nel sud la violenza continua.