Le autorità avrebbero motivato la decisione con preoccupazioni per la sicurezza dei dati, senza però indicare una vulnerabilità specifica, un attacco o un incidente che avrebbe fatto scattare il provvedimento.
La scelta si inserisce anche nell’obiettivo più ampio di rafforzare la sovranità digitale: ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri e mantenere sotto controllo nazionale le infrastrutture governative sensibili. Per i responsabili politici, il problema non deve necessariamente essere una compromissione già avvenuta. La dipendenza da un’azienda statunitense può sollevare interrogativi su catena di fornitura, aggiornamenti, giurisdizione legale, supporto a lungo termine e capacità di mantenere il controllo dei sistemi critici durante una crisi geopolitica.
Alla luce delle informazioni attualmente disponibili, la decisione appare quindi soprattutto preventiva e strategica. Non può essere presentata come la prova che Windows 10 China Government Edition sia stato violato.
Windows 10 China Government Edition non era una normale installazione destinata ai consumatori. Era stato sviluppato da C&M Information Technologies, una joint venture costituita da Microsoft e dall’azienda statale China Electronics Technology Group.
Una versione localizzata può rispondere ad alcuni requisiti nazionali, per esempio in materia di configurazione, crittografia o amministrazione. Non elimina però la dipendenza dal fornitore della tecnologia di base. Pechino può continuare a considerare strategici il rapporto con il fornitore, i meccanismi di aggiornamento, i componenti proprietari e le future decisioni sul prodotto.
Microsoft avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza di incidenti di sicurezza collegati a questa edizione. Il contrasto tra questa posizione e la direttiva riferita è il punto centrale della vicenda: le fonti pubbliche indicano timori legati al controllo e alla dipendenza, ma non chiariscono la motivazione tecnica specifica.
Tra i potenziali beneficiari citati più spesso figurano Kylin OS e UOS di UnionTech, piattaforme Linux cinesi già associate a impieghi governativi e aziendali. Secondo i resoconti disponibili, UOS è una distribuzione nazionale sviluppata attraverso Deepin e derivata da Debian.
Le autorità cinesi, tuttavia, non hanno indicato pubblicamente un’unica piattaforma Linux destinata a tutti gli enti coinvolti. Il risultato potrebbe quindi essere l’adozione di più distribuzioni approvate, anziché di uno standard nazionale uniforme per i desktop.
La portata riferita della direttiva e i dati sull’uso dei sistemi operativi desktop in Cina vanno nella direzione opposta rispetto all’idea di un divieto generale di Windows. Secondo StatCounter, nel luglio 2026 Windows rappresentava l’87,65% dell’utilizzo dei sistemi operativi desktop per il web in Cina, contro il 2,13% di Linux.
Tra i computer Windows monitorati, Windows 11 valeva il 50% e Windows 10 il 43,58% nello stesso mese. Queste percentuali riguardano il mercato desktop complessivo, non soltanto le macchine governative, e quindi non permettono di quantificare gli enti interessati. Mostrano però perché l’ordine debba essere interpretato come una migrazione controllata del settore pubblico, non come il segnale della scomparsa di Windows dai computer cinesi.
Passare a Linux sulle postazioni governative non significa soltanto sostituire l’immagine del sistema operativo. Gli enti dovrebbero:
Una scadenza anticipata riduce il tempo disponibile per progetti pilota e test di compatibilità. Può inoltre aumentare i rischi operativi se la velocità di rimozione diventa più importante della verifica delle applicazioni, dell’assistenza agli utenti e della preparazione di un piano di ripristino.
La scelta attribuita alla Cina rientra in un dibattito più ampio sull’opportunità che i governi dipendano da piattaforme proprietarie controllate da fornitori stranieri. L’interesse per il software open source o supportato localmente non riguarda soltanto i costi: le amministrazioni cercano anche maggiore controllo su infrastrutture, personalizzazione, verificabilità, approvvigionamento e supporto nel lungo periodo.
Alcuni progetti del settore pubblico europeo seguono una traiettoria simile, pur avendo motivazioni e piani di attuazione diversi. Lo Schleswig-Holstein ha programmato il passaggio da Microsoft Windows e Office a Linux, LibreOffice e altri strumenti open source su circa 30.000 computer pubblici. Anche la Danimarca ha sperimentato una postazione di lavoro governativa senza prodotti Microsoft, basata su Linux NixOS e LibreOffice.
I casi europei non sono equivalenti a quello cinese. Mostrano però perché la scelta del sistema operativo sia diventata parte di una questione politica più ampia: chi controlla la catena di fornitura del software, quanto è facile cambiare fornitore e che cosa accade quando attività essenziali dipendono dalla roadmap di una sola azienda?
La direttiva riferita è da leggere come la rimozione anticipata e mirata di un’edizione specializzata di Windows da alcuni sistemi legati allo Stato cinese. La sicurezza dei dati è il motivo dichiarato, ma l’assenza di una vulnerabilità o di un incidente reso pubblico lascia alla sovranità digitale e alla dipendenza strategica un ruolo importante nella spiegazione.
La misura potrebbe ampliare le opportunità per i produttori cinesi di Linux. Sostituire Windows in organizzazioni sensibili richiederà però test approfonditi delle applicazioni, verifica dell’hardware, formazione del personale e piani di emergenza. Per i consumatori e per la maggior parte delle aziende che utilizzano Windows in Cina, i resoconti disponibili non dimostrano l’esistenza di un divieto nazionale.