Anche i dati disponibili della BCE restituiscono, per ora, un quadro relativamente contenuto. Il wage tracker della BCE, l’indicatore che monitora gli accordi salariali negoziati nell’area euro, si attestava al 2,6% ad aprile. Le pressioni sulla crescita dei salari contrattuali erano attese in attenuazione nella prima metà del 2026, per poi stabilizzarsi su livelli inferiori nel corso dell’anno.
I dati sui salari descrivono ciò che è accaduto finora, non necessariamente ciò che avverrà se le difficoltà nelle forniture energetiche dovessero prolungarsi. I mercati hanno iniziato a scontare con maggiore convinzione la possibilità che le restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz durino più a lungo, mentre le speranze di una svolta diplomatica tra Washington e Teheran si sono affievolite. Il risultato è un premio per il rischio ancora incorporato nei prezzi dell’energia e una maggiore preoccupazione per l’offerta.
La BCE ha descritto lo shock energetico legato alla guerra con l’Iran come un fattore capace di spingere verso l’alto l’inflazione dell’area euro e, contemporaneamente, di indebolire la crescita. Le proiezioni dello staff dell’istituzione indicano inoltre che una riapertura graduale dello Stretto potrebbe tradursi in prezzi del petrolio più elevati più a lungo, crescita inferiore e inflazione maggiore nell’area euro.
Per la politica monetaria si tratta di una combinazione difficile. L’energia più cara alimenta l’inflazione, ma la perdita di potere d’acquisto, l’aumento dei costi di produzione e le interruzioni nelle forniture possono frenare domanda e attività economica. La domanda decisiva per la BCE è quindi capire se lo shock resterà concentrato sui prezzi dell’energia o se inizierà a trasferirsi a salari, servizi e aspettative di medio periodo.
Le parole di Rehn non indicano un percorso già deciso. Alla riunione del 10 settembre, la BCE dovrà probabilmente mettere a confronto due scenari:
L’indagine BCE tra i previsori professionali ha mostrato che nel secondo trimestre del 2026 le aspettative sull’inflazione complessiva e su quella di fondo nel breve periodo sono state riviste al rialzo, mentre le aspettative complessive di più lungo termine sono rimaste invariate. La distinzione è importante: un aumento temporaneo dell’inflazione nel breve periodo è diverso da una perdita di fiducia nella stabilità dei prezzi nel medio termine.
In pratica, per la decisione di settembre conterà meno il solo aumento dei prezzi dell’energia e più la prova che tale aumento stia diventando persistente. La BCE guarderà agli accordi salariali, all’inflazione nei servizi, alle aspettative e alla capacità delle imprese di trasferire i maggiori costi su un ventaglio più ampio di beni e servizi.
Anche per il cambio la lettura è a due facce. Se i mercati ritenessero che un’inflazione energetica persistente costringerà la BCE a mantenere i tassi elevati più a lungo, i rendimenti attesi nell’area euro potrebbero salire e sostenere la moneta unica.
Una crisi prolungata a Hormuz, tuttavia, aggraverebbe anche i costi energetici e le prospettive di crescita dell’Europa. Se gli investitori dessero più peso al rallentamento dell’attività europea e all’aumento del rischio geopolitico che alla possibilità di una stretta BCE, la domanda di dollari potrebbe aumentare, esercitando pressione al ribasso su EUR/USD. Le analisi di mercato hanno evidenziato proprio questo conflitto: anche se l’energia più cara accresce le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi BCE, lo shock sulla crescita potrebbe rivelarsi il fattore più importante per l’euro.
Il test decisivo sarà dunque capire come verrà interpretato lo shock: soprattutto come un problema d’inflazione che spinge la BCE a intervenire, oppure come un problema più ampio di crescita e di ragioni di scambio per l’Europa. I commenti di Rehn lasciano aperte entrambe le possibilità, ma chiariscono una condizione: la moderazione salariale resta rassicurante solo finché le aspettative d’inflazione rimangono ancorate.