Il dato va interpretato con cautela. Un moltiplicatore di 0,93 descrive la risposta stimata del PIL in un determinato periodo: non significa che ogni euro speso produca un aumento permanente della ricchezza nazionale.
L’impatto dipenderà dalla velocità degli stanziamenti, dalla fase del ciclo economico, dal tipo di equipaggiamento acquistato e dal luogo in cui verrà prodotto. Anche le più recenti proiezioni dell’Eurosistema incorporano lo stimolo fiscale legato a difesa e infrastrutture come un sostegno alla crescita dell’area euro, con effetti che aumentano lungo l’orizzonte previsivo.
Una precedente analisi della BCE stimava inoltre che le nuove misure per la difesa avrebbero sostenuto la crescita nel 2026 e nel 2027, con un impatto limitato sull’inflazione nello scenario di base.
Dal punto di vista della politica monetaria, non è sufficiente sapere quanto i governi intendono spendere. È necessario capire come questa spesa inciderà su domanda, offerta e persistenza dell’inflazione.
Un aumento graduale degli stanziamenti può essere assorbito con effetti relativamente contenuti sui prezzi se le imprese riescono ad ampliare la produzione e i lavoratori possono spostarsi verso i settori che ricevono i nuovi ordini. Un’impennata degli appalti, invece, potrebbe mettere in luce carenze di manodopera specializzata, competenze ingegneristiche, materiali e altri input industriali.
Da qui emergono due canali principali per la politica monetaria:
I modelli della BCE indicano, negli scenari esaminati, un effetto positivo sulla produzione e un impatto medio contenuto sull’inflazione, ma anche un’incertezza significativa. Per questo l’istituto non può reagire in modo automatico all’annuncio di un nuovo obiettivo di spesa: dovrà osservare gli esborsi effettivi, i vincoli di capacità e l’andamento dell’inflazione.
Lo stesso programma di rafforzamento militare può produrre pressioni molto diverse sui conti pubblici nazionali. I governi con bilanci più solidi possono aumentare la spesa senza dover ridurre subito altre priorità. I Paesi più indebitati o con margini fiscali limitati devono invece scegliere con maggiore attenzione tra difesa, investimenti civili, servizi pubblici e sostenibilità del debito.
In uno scenario analizzato dalla BCE, la spesa per la difesa sale da circa il 2% del PIL nel 2025 al 3,5% nel 2029. L’ipotesi corrisponde a un allentamento fiscale complessivo di circa l’1,8% del PIL entro il 2029. Si tratta di un’ipotesi riferita all’area euro nel suo complesso, non di una previsione secondo cui tutti gli Stati membri seguiranno lo stesso percorso o subiranno le medesime conseguenze.
Anche il metodo di finanziamento modifica l’impatto economico:
Si tratta di meccanismi economici, non di garanzie. I risultati dipenderanno dai tempi dei pagamenti, dalla credibilità dei piani fiscali e dalla reazione dei mercati finanziari.
La spesa per la difesa produce un effetto più ampio sull’economia europea quando equipaggiamenti e servizi vengono forniti da imprese dell’UE. La Financial Stability Review della BCE rileva che acquistare sistemi per la difesa all’interno dell’Unione comporterebbe un moltiplicatore fiscale più elevato.
Al contrario, gli acquisti da fornitori extraeuropei trasferiscono una parte della domanda all’estero. Possono comunque avere un valore strategico, ma riducono l’impulso immediato alla produzione europea e limitano lo sviluppo della capacità industriale locale.
Appalti congiunti, sistemi interoperabili e un’espansione della produzione europea potrebbero quindi migliorare sia il rendimento strategico sia quello economico della spesa. Il beneficio, però, non è automatico: dipende dalla capacità dei governi di evitare duplicazioni, investire in modo efficace e aumentare rapidamente la capacità produttiva.
La ricerca e sviluppo nel settore della difesa può generare benefici più ampi se le tecnologie vengono trasferite anche ad applicazioni civili. La BCE ha inoltre richiamato l’entità del fabbisogno di finanziamento pubblico per la difesa e per le transizioni verde e digitale dell’Europa.
Questi potenziali effetti positivi non devono però essere considerati un ritorno garantito della spesa militare. Dipenderanno dalla qualità degli appalti, dalla diffusione della ricerca, dall’adozione da parte del settore privato e dalla capacità di evitare che gli investimenti nella difesa sostituiscano progetti civili produttivi.
Il messaggio della BCE è di ottimismo condizionato. Il rafforzamento della difesa può sostenere il PIL dell’area euro e le stime medie collocano vicino a uno il moltiplicatore della spesa pubblica su due anni.
Il risultato sarà però meno favorevole se gli stanziamenti cresceranno più rapidamente della capacità produttiva, se una quota eccessiva degli acquisti verrà effettuata fuori dall’Europa o se il peso del debito limiterà altri investimenti.
Per la politica monetaria, le variabili da seguire sono soprattutto ritmo, composizione e trasferimento della spesa sui prezzi. Per i governi, la sfida è rafforzare la sicurezza senza trasformare una risposta necessaria alle esigenze strategiche in uno shock della domanda difficile da gestire o in un ulteriore fattore di divergenza fiscale tra gli Stati membri.