Non si tratta del primo movimento di rilievo da parte del gestore. Nel quarto trimestre del 2025 Brevan Howard aveva venduto circa 31,2 milioni di quote, riducendo dell’86% la partecipazione: da 36,7 milioni a circa 5,5 milioni di quote. Il valore dichiarato della posizione era così passato da circa 2,4 miliardi a 275 milioni di dollari.
Le comunicazioni successive mostrano che l’esposizione è poi cambiata nuovamente. La sequenza conferma quanto possa essere rischioso interpretare un singolo saldo di fine trimestre come una decisione d’investimento definitiva.
Le informazioni disponibili indicano che Graham Capital ha ridotto di circa il 72% la posizione in IBIT nel secondo trimestre. Un’altra ricostruzione parla invece di un taglio vicino al 75%, con una partecipazione residua valutata intorno ai 9 milioni di dollari.
Il materiale disponibile non permette però di stabilire con sicurezza i quantitativi esatti detenuti da Graham Capital all’inizio e alla fine del trimestre. Una banca dati di portafoglio riporta circa 2 milioni di quote, per un valore di 67 milioni di dollari e una riduzione del 38%; un altro archivio relativo a un periodo precedente indica invece 925.862 quote.
Poiché questi dati non sono coerenti con la riduzione di circa il 72% riportata per il secondo trimestre, la conclusione più prudente è limitata alla direzione e all’ampiezza del movimento: Graham Capital ha ridotto in modo significativo l’esposizione dichiarata a IBIT, ma i valori esatti prima e dopo l’operazione non sono verificabili con sufficiente certezza.
Le dichiarazioni del secondo trimestre non descrivono una risposta uniforme alla discesa di Bitcoin.
Il caso Morgan Stanley mostra inoltre perché sia importante distinguere tra i singoli strumenti finanziari. Alcune ricostruzioni descrivono una riduzione delle quote di ETF esterni accompagnata dalla comparsa di un nuovo trust Bitcoin a marchio Morgan Stanley. I documenti, tuttavia, non dimostrano che si sia trattato di un trasferimento diretto di asset da un prodotto all’altro.
Nell’universo istituzionale analizzato per il secondo trimestre, le partecipazioni dichiarate negli ETF Bitcoin sono cresciute del 7,5%, nonostante il calo di circa il 14% registrato da Bitcoin nello stesso periodo.
In altre parole, gli acquisti effettuati da altri investitori hanno più che compensato, nei dati aggregati, le riduzioni di Brevan Howard e Graham Capital. Il mercato restituisce quindi segnali simultanei e apparentemente contraddittori: alcuni fondi macro hanno ridotto l’esposizione spot, grandi banche hanno dichiarato posizioni più ampie in IBIT, altri investitori sono rimasti stabili e alcuni hanno modificato lo strumento utilizzato o la componente opzionale.
La descrizione più solida è dunque quella di un posizionamento istituzionale eterogeneo, non di un consenso unico su Bitcoin.
I tagli sono arrivati in una fase particolarmente debole per il comparto. Alla fine del primo semestre del 2026, Bitcoin risultava in calo di circa il 32-33% da inizio anno. Nel solo secondo trimestre la flessione è stata stimata tra il 13,4% e il 14,2%, a seconda del dataset utilizzato.
Anche i flussi degli ETF spot statunitensi sono diventati meno favorevoli. Tra il 23 e il 24 luglio, i prodotti quotati negli Stati Uniti hanno registrato deflussi superiori a 465 milioni di dollari, mentre le aspettative di tassi d’interesse più elevati hanno pesato sull’appetito per il rischio.
Nella settimana conclusa il 10 agosto, i 13 ETF spot Bitcoin statunitensi hanno inoltre subito deflussi netti per circa 389,7 milioni di dollari, invertendo il flusso positivo della settimana precedente, pari a 853,5 milioni di dollari.
Questo scenario può contribuire a spiegare perché alcuni gestori abbiano ridotto l’esposizione diretta. Non consente però di attribuire con certezza una singola motivazione alle operazioni dei singoli fondi. Inoltre, il materiale disponibile non verifica in modo indipendente ogni elemento del più ampio quadro politico relativo allo stallo della legislazione statunitense sulle criptovalute.
Il Form 13F è un documento periodico depositato presso la Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza dei mercati statunitensi. È utile per osservare le partecipazioni dichiarate in titoli quotati negli Stati Uniti a una determinata data, ma non è un registro in tempo reale delle operazioni.
Una riduzione di IBIT può quindi riflettere un ribilanciamento, una copertura, una modifica di strategie di arbitraggio o di basis trade, esigenze di liquidità oppure il passaggio da quote spot a opzioni o ad altri strumenti. La storia dei cambiamenti di Brevan Howard tra esposizione spot e opzioni rende particolarmente evidente questo limite.
Vale anche il contrario: una posizione più ampia in un ETF non dimostra automaticamente l’esistenza di una tesi rialzista strutturale. In genere, un 13F non mostra le posizioni short, molti derivati, gli investimenti non statunitensi, le operazioni effettuate dopo la fine del trimestre o la distinzione tra asset detenuti per i clienti e capitale proprio del gestore.
La lettura più difendibile del secondo trimestre è quindi circoscritta: Brevan Howard e Graham Capital hanno effettuato forti riduzioni dichiarate in IBIT, mentre altri investitori istituzionali hanno aumentato o riorganizzato l’esposizione agli ETF Bitcoin. I documenti descrivono un mercato diviso, non la prova definitiva che gli investitori istituzionali nel loro complesso abbiano abbandonato Bitcoin.
Non si tratta del primo movimento di rilievo da parte del gestore. Nel quarto trimestre del 2025 Brevan Howard aveva venduto circa 31,2 milioni di quote, riducendo dell’86% la partecipazione: da 36,7 milioni a circa 5,5 milioni di quote. Il valore dichiarato della posizione era così passato da circa 2,4 miliardi a 275 milioni di dollari.
Le comunicazioni successive mostrano che l’esposizione è poi cambiata nuovamente. La sequenza conferma quanto possa essere rischioso interpretare un singolo saldo di fine trimestre come una decisione d’investimento definitiva.
Le informazioni disponibili indicano che Graham Capital ha ridotto di circa il 72% la posizione in IBIT nel secondo trimestre. Un’altra ricostruzione parla invece di un taglio vicino al 75%, con una partecipazione residua valutata intorno ai 9 milioni di dollari.
Il materiale disponibile non permette però di stabilire con sicurezza i quantitativi esatti detenuti da Graham Capital all’inizio e alla fine del trimestre. Una banca dati di portafoglio riporta circa 2 milioni di quote, per un valore di 67 milioni di dollari e una riduzione del 38%; un altro archivio relativo a un periodo precedente indica invece 925.862 quote.
Poiché questi dati non sono coerenti con la riduzione di circa il 72% riportata per il secondo trimestre, la conclusione più prudente è limitata alla direzione e all’ampiezza del movimento: Graham Capital ha ridotto in modo significativo l’esposizione dichiarata a IBIT, ma i valori esatti prima e dopo l’operazione non sono verificabili con sufficiente certezza.
Le dichiarazioni del secondo trimestre non descrivono una risposta uniforme alla discesa di Bitcoin.
Il caso Morgan Stanley mostra inoltre perché sia importante distinguere tra i singoli strumenti finanziari. Alcune ricostruzioni descrivono una riduzione delle quote di ETF esterni accompagnata dalla comparsa di un nuovo trust Bitcoin a marchio Morgan Stanley. I documenti, tuttavia, non dimostrano che si sia trattato di un trasferimento diretto di asset da un prodotto all’altro.
Nell’universo istituzionale analizzato per il secondo trimestre, le partecipazioni dichiarate negli ETF Bitcoin sono cresciute del 7,5%, nonostante il calo di circa il 14% registrato da Bitcoin nello stesso periodo.
In altre parole, gli acquisti effettuati da altri investitori hanno più che compensato, nei dati aggregati, le riduzioni di Brevan Howard e Graham Capital. Il mercato restituisce quindi segnali simultanei e apparentemente contraddittori: alcuni fondi macro hanno ridotto l’esposizione spot, grandi banche hanno dichiarato posizioni più ampie in IBIT, altri investitori sono rimasti stabili e alcuni hanno modificato lo strumento utilizzato o la componente opzionale.
La descrizione più solida è dunque quella di un posizionamento istituzionale eterogeneo, non di un consenso unico su Bitcoin.
I tagli sono arrivati in una fase particolarmente debole per il comparto. Alla fine del primo semestre del 2026, Bitcoin risultava in calo di circa il 32-33% da inizio anno. Nel solo secondo trimestre la flessione è stata stimata tra il 13,4% e il 14,2%, a seconda del dataset utilizzato.
Anche i flussi degli ETF spot statunitensi sono diventati meno favorevoli. Tra il 23 e il 24 luglio, i prodotti quotati negli Stati Uniti hanno registrato deflussi superiori a 465 milioni di dollari, mentre le aspettative di tassi d’interesse più elevati hanno pesato sull’appetito per il rischio.
Nella settimana conclusa il 10 agosto, i 13 ETF spot Bitcoin statunitensi hanno inoltre subito deflussi netti per circa 389,7 milioni di dollari, invertendo il flusso positivo della settimana precedente, pari a 853,5 milioni di dollari.
Questo scenario può contribuire a spiegare perché alcuni gestori abbiano ridotto l’esposizione diretta. Non consente però di attribuire con certezza una singola motivazione alle operazioni dei singoli fondi. Inoltre, il materiale disponibile non verifica in modo indipendente ogni elemento del più ampio quadro politico relativo allo stallo della legislazione statunitense sulle criptovalute.
Il Form 13F è un documento periodico depositato presso la Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza dei mercati statunitensi. È utile per osservare le partecipazioni dichiarate in titoli quotati negli Stati Uniti a una determinata data, ma non è un registro in tempo reale delle operazioni.
Una riduzione di IBIT può quindi riflettere un ribilanciamento, una copertura, una modifica di strategie di arbitraggio o di basis trade, esigenze di liquidità oppure il passaggio da quote spot a opzioni o ad altri strumenti. La storia dei cambiamenti di Brevan Howard tra esposizione spot e opzioni rende particolarmente evidente questo limite.
Vale anche il contrario: una posizione più ampia in un ETF non dimostra automaticamente l’esistenza di una tesi rialzista strutturale. In genere, un 13F non mostra le posizioni short, molti derivati, gli investimenti non statunitensi, le operazioni effettuate dopo la fine del trimestre o la distinzione tra asset detenuti per i clienti e capitale proprio del gestore.
La lettura più difendibile del secondo trimestre è quindi circoscritta: Brevan Howard e Graham Capital hanno effettuato forti riduzioni dichiarate in IBIT, mentre altri investitori istituzionali hanno aumentato o riorganizzato l’esposizione agli ETF Bitcoin. I documenti descrivono un mercato diviso, non la prova definitiva che gli investitori istituzionali nel loro complesso abbiano abbandonato Bitcoin.