Il dato più pesante riguarda la redditività del comparto automobilistico. Il margine EBIT — cioè il risultato operativo espresso in percentuale dei ricavi — è ora atteso in una fascia compresa tra l’1% e il 3%, contro il precedente intervallo del 4-6% . Il nuovo amministratore delegato Milan Nedeljković ha dichiarato che BMW dovrà «adattare strutture e processi all’inasprimento delle condizioni di mercato» .
La revisione nasce dall’effetto combinato di due shock: il rallentamento, più rapido del previsto, del mercato automobilistico cinese e l’aumento dei costi e dei rischi logistici associati alla guerra in Iran.
La Cina è il mercato più importante per BMW e il suo peggioramento nel secondo trimestre del 2026 è stato più marcato delle attese . Secondo la stessa azienda, la frenata ha colpito soprattutto i veicoli non elettrici; nel frattempo, la China Passenger Car Association ha rivisto più volte al ribasso le stime sul mercato nazionale per l’intero anno .
Non si tratta soltanto di una debolezza temporanea della domanda. I costruttori cinesi stanno guadagnando terreno con modelli più accessibili, dotati di software avanzati e tecnologie per l’elettrificazione. BYD, Xiaomi, Huawei e altri marchi locali stanno così mettendo sotto pressione i produttori premium tradizionali, sia sui volumi sia sui prezzi .
Il deterioramento era già visibile nei risultati del primo trimestre: il margine EBIT della divisione automobilistica BMW era sceso al 5%, dal 6,9% registrato un anno prima, soprattutto a causa delle difficoltà in Cina . A giugno il gruppo ha annunciato l’intenzione di intensificare e prolungare il programma di riduzione dei costi .
Per il 2026 BMW prevede ora una lieve diminuzione delle consegne automobilistiche. È un’inversione rispetto all’obiettivo precedente di mantenere i volumi ai livelli del 2025, anno in cui il gruppo aveva consegnato circa 2,464 milioni di veicoli .
La Cina aveva già registrato un calo delle vendite BMW del 12,5% nel 2025, compensato allora dalla crescita in altre regioni . Nel 2026, però, la contrazione cinese si sta aggravando e BMW non ritiene più sufficienti quei contributi regionali per neutralizzarla .
Il secondo fronte riguarda la guerra in Iran e le sue ripercussioni su energia, trasporti e approvvigionamenti. L’escalation del conflitto e la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz hanno messo sotto pressione i mercati del petrolio e del gas. Attraverso questo passaggio transita circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto .
L’aumento dei prezzi energetici rende inoltre meno competitiva in Europa la produzione di sostanze chimiche di base come etilene e propilene, utilizzate tra l’altro per plastiche e vernici . Sono materiali essenziali anche per l’industria automobilistica.
A inizio giugno BASF ha avvertito che le carenze di alcuni materiali potrebbero diventare più probabili e arrivare a interrompere filiere automobilistiche organizzate con scorte ridotte. L’amministratore delegato Markus Kamieth ha citato il rischio di «disruption della catena di approvvigionamento» legato al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, segnalando anche una maggiore scarsità di input come zolfo ed elio .
Per BMW, il problema si traduce in una doppia pressione sul margine. Da un lato, energia, materie prime e logistica diventano più costose; dall’altro, la domanda più debole in Cina rende più difficile trasferire questi aumenti sui prezzi finali. In Germania, la produzione industriale aveva già subito una contrazione a marzo, mentre gli ordini alle fabbriche erano diminuiti più del previsto ad aprile. Il ministero dell’Economia tedesco ha collegato la debolezza della domanda ai prezzi più elevati di energia e materie prime e all’incertezza geopolitica .
Il caso BMW si inserisce in una fase di revisione generalizzata delle prospettive per l’auto. A maggio S&P Global Ratings ha descritto la situazione come una «doppia batosta»: domanda cinese più debole e costi energetici in aumento a causa della guerra in Medio Oriente . L’agenzia prevede vendite globali di veicoli leggeri inferiori ai 90 milioni di unità l’anno tra il 2026 e il 2028; negli Stati Uniti, le vendite erano già diminuite del 6,7% nei primi quattro mesi del 2026 .
Anche S&P Global Mobility ha ridotto le previsioni sulla produzione di veicoli leggeri: per il 2026 la stima relativa alla Grande Cina è stata tagliata di 197.000 unità e quella europea di altre 67.000 .
L’aggiornamento di PwC Autofacts aveva già indicato che le vendite globali erano scese al di sotto dei livelli dell’anno precedente dopo la contrazione cinese successiva al Capodanno lunare. Le previsioni di medio periodo indicavano inoltre una possibile stagnazione, alimentata dai prezzi elevati delle materie prime e dal conflitto in Iran .
S&P Global Mobility ha avvertito che la durata della guerra sarà determinante: più il conflitto si prolungherà, maggiore sarà il rischio di interruzioni immediate della catena di fornitura e di un aumento dei costi per i costruttori .
Le difficoltà di BMW non sono semplicemente la somma di due problemi separati. La debolezza della domanda cinese spinge il gruppo a competere più aggressivamente sui prezzi, riducendo i ricavi medi per veicolo. Nello stesso momento, l’aumento dei costi di energia e dei prodotti petrolchimici fa crescere il costo di ogni automobile prodotta in Europa, dove BMW realizza molti dei suoi modelli più redditizi.
Il margine viene quindi schiacciato da entrambe le direzioni: meno ricavi per vettura e costi industriali più elevati. La revisione della guidance lo mostra con chiarezza: in un solo aggiornamento, l’intervallo previsto per il margine EBIT Automotive è passato dal 4-6% all’1-3% .
La guerra può inoltre aggravare indirettamente la crisi della domanda. Petrolio e gas più costosi riducono il potere d’acquisto delle famiglie e la fiducia dei consumatori, soprattutto nei mercati più sensibili ai prezzi. In uno scenario di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, il petrolio potrebbe arrivare a 100 dollari al barile o oltre . BMW ha spiegato che il conflitto ha pesato sul sentiment dei consumatori e aumentato i costi energetici .
Il messaggio della casa tedesca va quindi oltre i suoi singoli risultati. La sua esposizione simultanea alla Cina — dove la concorrenza locale sta diventando più aggressiva — e alla base produttiva europea, vulnerabile ai costi energetici e alle filiere internazionali, la rende particolarmente sensibile alla crisi. Ma le revisioni di S&P Global e PwC suggeriscono che la frenata potrebbe riguardare l’intero settore automobilistico, non soltanto BMW .