Il punto centrale di Michael Froman non è che la Cina esporti molto, ma che dipenda sempre di più dalla domanda estera per assorbire produzione che la domanda interna non riesce ad assorbire in modo redditizio. Nel 2025 la Cina ha esportato 3.770 miliardi di dollari e importato 2.580 miliardi, con un surplus record...
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Michael Froman non sostiene semplicemente che la Cina esporti troppo. Il suo avvertimento è più strutturale: l’economia cinese dipende sempre più dalla domanda estera per assorbire una produzione industriale che consumi e investimenti interni non riescono ad assorbire in modo redditizio. La strategia ha prodotto un surplus commerciale record, ma rende la Cina — e i suoi partner commerciali — più esposti se i grandi mercati rispondono con dazi o altre restrizioni. 9
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Nel 2025 il surplus cinese nel commercio di beni ha raggiunto il record di 1.189 miliardi di dollari, oltre il 6% del PIL. Le esportazioni sono salite del 5,5%, a 3.770 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente ferme a 2.580 miliardi. Esportazioni in aumento e importazioni stagnanti sono coerenti con una domanda interna troppo debole per svolgere un ruolo maggiore nell’assorbire la produzione. 14
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La pressione non sembra essersi attenuata all’inizio del 2026. Le analisi che richiamano l’argomento di Froman segnalano un’espansione del surplus di oltre il 20% su base annua nei primi mesi dell’anno, mentre la crescita del PIL globale era prevista intorno al 3,1%. Le esportazioni non possono crescere stabilmente molto più dell’economia mondiale senza sostituire produttori concorrenti o suscitare una reazione politica più dura. 5
Il «punto di rottura» evocato da Froman riguarda quindi la capacità di assorbimento dei mercati: esiste un limite pratico alla quantità di produzione manifatturiera aggiuntiva che il resto del mondo può acquistare da una sola economia.
L’analisi collega lo squilibrio esterno alla struttura dell’economia cinese. Sussidi, incentivi fiscali, prestiti agevolati e assegnazione di terreni sono tra gli strumenti di politica pubblica che possono sostenere investimenti e produzione nei settori individuati come prioritari. Una ricerca per il Parlamento europeo rileva che l’aggiustamento nei comparti coinvolti può avvenire attraverso accumulo di scorte, crescita delle esportazioni e compressione dei margini, anziché tramite tagli alla produzione. 31
Anche un renminbi più debole può contribuire allo squilibrio, rendendo le importazioni più care e le esportazioni cinesi più competitive sul prezzo. La Commissione statunitense di revisione economica e della sicurezza USA-Cina attribuisce il surplus del 2025 a una combinazione di sovrapproduzione, consumi deboli, importazioni piatte e deprezzamento del renminbi. 1
Questo non significa che ogni esportazione cinese sia artificialmente a basso prezzo o priva di competitività reale. Ricercatori della Federal Reserve descrivono la Cina come una grande potenza dell’innovazione, con progressi concreti nei comparti tecnologici, inclusi i veicoli elettrici. 23 Il problema, piuttosto, è che rapida espansione della capacità, sostegno pubblico e domanda delle famiglie contenuta possono mantenere elevata la produzione anche quando la redditività è sotto pressione.
Le autorità cinesi hanno riconosciuto una «contraddizione» tra domanda e offerta e promesso interventi contro le guerre dei prezzi deflazionistiche. Per i consumatori, la concorrenza sui prezzi può essere vantaggiosa nel breve periodo; per le imprese, però, riduce i margini e rinvia l’uscita dal mercato dei produttori più deboli. 32
I dati invitano comunque alla prudenza. Nel 2025 i profitti industriali sono aumentati dello 0,6% dopo tre anni di cali, ma la ripresa è stata disomogenea e si è verificata in un contesto di domanda domestica debole e di campagna ufficiale contro la concorrenza più aggressiva. 42 In precedenza, i profitti industriali erano diminuiti sotto il peso della deflazione dei prezzi alla produzione e della competizione intensa.
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Il segnale rilevante non è dunque che tutta l’industria cinese sia in crisi. È che produzione ed export possono crescere mentre la redditività resta fragile in settori importanti.
La composizione delle esportazioni cinesi è cambiata. La prima grande fase dell’integrazione commerciale della Cina era associata soprattutto a manufatti ad alta intensità di lavoro. Dal 2018 circa, invece, la crescita dell’export si è concentrata sempre più su settori ad alta intensità di capitale e tecnologia, una trasformazione che i ricercatori della Federal Reserve collegano alla strategia industriale Made in China 2025. 19
Questo aumenta le frizioni perché tali settori coincidono con attività nelle quali le economie avanzate si sono tradizionalmente specializzate. La Fed rileva inoltre che la Cina esporta più prodotti simili a quelli realizzati dalle economie avanzate, soprattutto europee, e importa meno delle categorie che i Paesi europei esportano di solito. 22
Veicoli elettrici, batterie, apparecchiature solari, macchinari e altri beni manifatturieri avanzati rendono il tema concreto. Un’analisi della Federal Reserve di New York indica automobili passeggeri e batterie tra i contributori più rilevanti all’aumento del surplus cinese, osservando al tempo stesso che miglioramenti di prezzo e qualità hanno accresciuto la domanda mondiale di questi prodotti. 27 È una distinzione essenziale: il successo dell’export può derivare da innovazione e competitività, non soltanto da capacità in eccesso.
Lo scenario di rischio delineato da Froman presuppone un forte irrigidimento dell’accesso ai mercati esteri. La Cina ha continuato a conquistare quote anche in mercati geopoliticamente distanti, mentre le sue importazioni dagli stessi mercati sono diminuite, ampliando gli squilibri. I beni tecnologicamente più avanzati, inoltre, sono particolarmente sensibili alla frammentazione geopolitica. 21
Se più grandi mercati limitassero contemporaneamente le importazioni dalla Cina, gli esportatori potrebbero perdere vendite pur dovendo sostenere costi degli impianti, scorte, salari e debiti. Un aggiustamento severo potrebbe trasmettersi dai produttori ai fornitori e ai finanziatori, aggravando anche le difficoltà delle amministrazioni locali qualora un’attività industriale più debole riducesse le entrate e aumentasse la pressione su finanziamenti già fragili. È un canale di trasmissione plausibile, non la prova che una crisi sia inevitabile.
Gli effetti non si fermerebbero ai confini cinesi. Un ciclo industriale cinese più debole potrebbe ridurre la domanda di materie prime, penalizzando i Paesi dipendenti dalle loro esportazioni. Nel frattempo, i produttori delle economie in via di sviluppo potrebbero subire sia una concorrenza più dura da importazioni a basso prezzo sia minori entrate dalle materie prime. Sono questi gli effetti a catena internazionali alla base dell’avvertimento di Froman su un possibile shock sistemico. 9
La soluzione duratura non consiste semplicemente nell’innalzare più barriere commerciali. Richiede un riequilibrio verso consumi delle famiglie più robusti e un’uscita più ordinata della capacità persistentemente non redditizia. I dati del 2025 mostrano quanto sia difficile: l’export ha compensato la debolezza della domanda interna, diventando prezioso nel breve periodo per l’economia cinese anche mentre alimentava la resistenza politica all’estero. 1
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Anche per i partner commerciali la scelta è complessa. Proteggere comparti nazionali può essere politicamente inevitabile in alcuni settori, ma una chiusura repentina e non coordinata dei mercati potrebbe rendere l’aggiustamento cinese più disordinato. L’allarme di Froman va quindi letto come una valutazione di rischio strutturale: più cresce la distanza tra produzione cinese e capacità di assorbimento domestico, più pesanti diventano le conseguenze dell’eventuale riequilibrio. 9
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Il punto centrale di Michael Froman non è che la Cina esporti molto, ma che dipenda sempre di più dalla domanda estera per assorbire produzione che la domanda interna non riesce ad assorbire in modo redditizio.
Il punto centrale di Michael Froman non è che la Cina esporti molto, ma che dipenda sempre di più dalla domanda estera per assorbire produzione che la domanda interna non riesce ad assorbire in modo redditizio. Nel 2025 la Cina ha esportato 3.770 miliardi di dollari e importato 2.580 miliardi, con un surplus record di 1.189 miliardi: lo squilibrio riguarda sempre più beni ad alta intensità di capitale e tecnologia.
Ridurre il rischio richiederebbe più consumi delle famiglie e un aggiustamento ordinato della capacità non redditizia; una chiusura improvvisa dei mercati esteri potrebbe invece rendere la transizione più destabilizza...