Il movimento ha fissato al 30 giugno 2026 la scadenza entro la quale gli stranieri senza regolare posizione avrebbero dovuto lasciare il Paese . In quella giornata, migliaia di persone hanno marciato nelle principali città sudafricane. Le manifestazioni sono state in gran parte pacifiche, ma in alcuni luoghi si sono verificati episodi di violenza e saccheggi . Gli organizzatori hanno inoltre minacciato di proseguire con proteste settimanali .
In un rapporto pubblicato il 20 maggio, Human Rights Watch ha denunciato attacchi violenti compiuti tra aprile e maggio da gruppi di vigilanti contro cittadini stranieri africani e asiatici. Secondo l’organizzazione, la risposta delle forze di polizia e delle autorità è stata insufficiente. HRW ha indicato proprio il movimento March and March come uno dei principali promotori delle mobilitazioni .
A Johannesburg e Durban, alcuni vigilanti hanno perlustrato casa per casa i quartieri abitati da migranti alla ricerca di persone prive di documenti, aggredendo in diversi casi chi veniva trovato . Le testimonianze raccolte da EL PAÍS descrivono gruppi di uomini sudafricani entrati nelle zone residenziali dei migranti. Una delle vittime ha raccontato: «Anche davanti alla polizia possono picchiarti e nessuno ti protegge» .
Secondo France 24, a fine luglio le proteste e le violenze avevano spinto oltre 160.000 persone a lasciare il Sudafrica . Kenya, Malawi, Nigeria e Uganda hanno avviato iniziative di rimpatrio per i propri cittadini .
Almeno quattro migranti sono stati confermati morti, anche se alcuni governi stranieri hanno indicato un numero di vittime più elevato . Nel momento più intenso dei controlli, oltre 50.000 migranti privi di documenti sono stati rimpatriati in un solo mese, secondo le ricostruzioni disponibili . L’inasprimento dei controlli da parte del governo sudafricano, avvenuto mentre March and March portava avanti la propria campagna, ha contribuito all’esodo complessivo .
Il Ghana ha organizzato un’evacuazione volontaria in più fasi per i propri cittadini. Il governo ha presentato un pacchetto di assistenza denominato “Welcome Home”, pensato per sostenere il rientro e la reintegrazione.
Il programma comprendeva:
Il valore monetario indicato per il pacchetto era quindi di GH¢5.500 per rimpatriato, oltre agli altri servizi e beni previsti . La prima fase ha riportato in Ghana circa 300 cittadini nel maggio 2026 . La seconda, annunciata a fine luglio, prevedeva l’evacuazione di circa 1.000 ulteriori ghanesi, con il sostegno dell’imprenditore Ibrahim Mahama . Nel complesso, il piano riguardava quasi 2.000 persone .
Il 22 luglio, cittadini ghanesi hanno inoltre presentato una petizione alla Corte penale internazionale (ICC) chiedendo un’indagine sulle violenze xenofobe. Il Sudafrica ha respinto la petizione .
Il 24 luglio 2026, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha inviato ad Abuja una delegazione guidata dal ministro delle Relazioni internazionali e della Cooperazione, Ronald Lamola, per discutere della crisi . La missione è arrivata mentre cresceva l’indignazione per le accuse di tortura e uccisione del cittadino nigeriano Chika Ibe da parte della polizia sudafricana a Città del Capo .
Secondo diverse testate nigeriane, il presidente Bola Tinubu ha scelto di non ricevere personalmente la delegazione, indirizzandola invece al ministro di Stato per gli Affari esteri, l’ambasciatore Sola Enikanolaiye .
Alcuni resoconti successivi hanno riferito che Tinubu avrebbe poi accettato di incontrare l’inviato dopo un colloquio telefonico con Ramaphosa . La vicenda ha comunque evidenziato una delle crisi più serie degli ultimi anni nei rapporti tra le due maggiori economie africane.
La crisi ha provocato reazioni anche oltre le iniziative dei singoli governi:
Le informazioni disponibili non confermano però in modo diretto, nei materiali esaminati, un’adozione formale da parte dell’ECOWAS o una specifica petizione del Ghana all’Unione Africana. È quindi prudente distinguere tra le iniziative diplomatiche documentate e quelle ancora riportate come possibilità o obiettivi politici.
Il Sudafrica ha già vissuto diverse ondate di violenza xenofoba, tra cui quelle del 2008, del 2015 e del 2019 . La crisi del 2026 si è distinta per il livello di organizzazione delle proteste e per la reazione più dura dei Paesi africani coinvolti.
The New York Times ha osservato che gli attivisti anti-immigrazione appaiono «più coordinati» e che la reazione degli altri Stati africani è «più intensa» . A fine luglio, le proteste settimanali continuavano e non era ancora emersa una soluzione condivisa. Il nodo non riguarda soltanto i controlli sull’immigrazione: riguarda anche la protezione dei cittadini stranieri, la responsabilità delle autorità e il rischio che le tensioni locali si trasformino in una crisi regionale.