Le scorte mondiali di petrolio, che fanno da cuscinetto quando le forniture si interrompono, sono diventate «pericolosamente esigue». È l’allarme lanciato il 5 ottobre da Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, al forum Energy Intelligence di Londra. Dall’inizio del conflitto sono andati persi quasi 3 miliardi di barili di forniture; nel frattempo, circa 1 miliardo di barili è già stato prelevato dalle scorte per attenuare la carenza.
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Il G7 ha programmato un ulteriore rilascio di 100 milioni di barili di greggio e diesel dalle riserve d’emergenza. Secondo Nasser, può offrire un aiuto temporaneo, ma non risolve lo squilibrio di fondo tra domanda e offerta: è una quantità limitata rispetto alle forniture perdute.
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Perché la pressione potrebbe durare
Nasser si aspetta che le tensioni riguardino sia il greggio sia i prodotti raffinati, come i carburanti, finché lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto e non sarà tornata la fiducia degli operatori nel navigarlo. La riapertura, quindi, non significherebbe automaticamente un ritorno immediato alla normalità.
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Anche con il ripristino dei passaggi, i Paesi consumatori dovrebbero soddisfare la domanda corrente e, allo stesso tempo, ricostituire le scorte svuotate durante la crisi. Un processo che, secondo Nasser, potrebbe richiedere fino a due anni: non necessariamente due anni di chiusura dello Stretto, ma il tempo necessario a riportare gli inventari a livelli adeguati mentre il mercato continua a essere rifornito.
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Esportazioni in ripresa, ma il mercato resta esposto
I produttori del Golfo hanno riattivato parte dei flussi attraverso rotte alternative e soluzioni logistiche, ma la ripresa delle esportazioni non ha ricreato il margine di sicurezza perduto. Il Brent è rimasto intorno ai 100 dollari al barile, sopra i livelli precedenti alla guerra.
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La navigazione resta inoltre esposta a rischi per la sicurezza e a costi assicurativi elevati, che rendono più complicato e costoso trasportare il greggio.
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Le alternative di Aramco hanno limiti
Saudi Aramco ha dirottato parte del greggio verso Yanbu, sul Mar Rosso, attraverso l’oleodotto Est-Ovest. La società fa affidamento anche sui carichi nel Golfo e sui trasferimenti di petrolio da nave a nave al largo dell’Oman. Ma capacità dell’oleodotto e del terminale di Yanbu limitano quanto queste soluzioni possano compensare i volumi che normalmente attraversano Hormuz.
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La società sta valutando una quarta e una quinta rotta per l’esportazione del greggio e l’ampliamento dello stoccaggio all’estero, così da avere più opzioni in caso di nuove interruzioni. Si tratta di piani per aumentare la flessibilità: non eliminano, nell’immediato, i vincoli che rendono le scorte globali così vulnerabili.
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