Che cosa prevede il piano iraniano
L’offerta presentata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi prevede una sequenza in sette giorni: un cessate il fuoco che coinvolga i fronti regionali, incluso il Libano, seguito dalla riapertura dello Stretto di Hormuz e dalla ripresa dei colloqui sul programma nucleare iraniano. Il conto alla rovescia partirebbe solo dopo l’accettazione statunitense.
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In cambio, Teheran chiede che gli Stati Uniti rimuovano il blocco navale ai porti iraniani e sospendano le sanzioni sulle vendite di petrolio. La proposta è stata trasmessa a Washington attraverso il Qatar.
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Perché Trump ha detto no
Il presidente Donald Trump ha definito l’accordo «inaccettabile», senza fornire ulteriori dettagli sulle ragioni del rifiuto. Ha anche sostenuto che l’Iran abbia urgente bisogno di riaprire lo stretto perché la chiusura gli sta facendo perdere entrate.
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Il no pubblico, però, non ha escluso altri contatti: Trump ha detto di aspettarsi una ripresa dei negoziati, e sono stati riportati possibili colloqui indiretti con la mediazione del Qatar.
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La risposta di Teheran e il nodo nucleare
L’Iran ha ribadito che la riapertura di Hormuz dipende dal rispetto delle sue condizioni. Secondo il ministro Araghchi, Teheran non avrebbe ancora ricevuto una comunicazione formale statunitense di rifiuto e sarebbe in attesa di una risposta attraverso i mediatori.
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Resta soprattutto una distanza di fondo sul nucleare: un alto funzionario iraniano ha affermato che il Paese non farà concessioni sul proprio programma neppure se Washington accettasse la proposta. Riaprire lo stretto, quindi, avvierebbe nuovi colloqui ma non risolverebbe da solo la disputa.
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Perché la trattativa resta difficile
La crisi arriva dopo quasi sette mesi di conflitto e una situazione di stallo attorno allo stretto, una rotta strategica per i flussi energetici mondiali. Le interruzioni dei traffici aumentano il costo di un mancato accordo; Teheran cerca sollievo per le proprie esportazioni petrolifere, mentre negli Stati Uniti i prezzi elevati dell’energia alimentano pressioni politiche in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
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Al tempo stesso, le parti non hanno superato la diffidenza e continuano a pesare le tensioni militari nella regione. Le notizie su una possibile ripresa degli attacchi statunitensi rendono più incerto il percorso verso un cessate il fuoco.
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Nel breve periodo, dunque, è più prudente aspettarsi altri tentativi di negoziato che un’intesa già vicina: entrambe le parti hanno motivi per evitare una lunga interruzione dei traffici, ma restano distanti sulle condizioni per riaprire Hormuz e fermare stabilmente i combattimenti.
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