Il 24 settembre il petrolio ha guadagnato circa il 3%, riaccendendo i timori che l’inflazione resti elevata e che i tassi possano salire ancora. Il rendimento del Treasury Usa decennale ha toccato il 5,196%, il massimo dal 2007; anche i rendimenti europei e giapponesi sono rimasti sotto pressione.
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Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: How did the rise in oil prices amid stalled US–Iran talks over reopening the Strait of Hormuz affect government bonds, equities and gold acr. Article summary: The oil rebound turned a possible reopening of the Strait of Hormuz into a renewed inflation worry: government bonds fell and yields rose across major markets, while equities weakened and gold lost ground as investors pr. Topic tags: general, news, general web. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermarks, charts with fake numbers
Il rialzo del petrolio ha riportato al centro una domanda che i mercati speravano di lasciare sullo sfondo: quanto a lungo l’energia cara potrà alimentare l’inflazione? Il 24 settembre 2026, le quotazioni del greggio sono salite e i rendimenti dei titoli di Stato hanno ripreso quota. L’oro è sceso, mentre le Borse hanno chiuso con risultati diversi da una regione all’altra. A Wall Street, le notizie su possibili colloqui tra Stati Uniti e Iran hanno contribuito a un recupero dopo le perdite iniziali.19
La pressione è stata evidente sul mercato obbligazionario. Negli Stati Uniti, il rendimento del Treasury decennale è salito al 5,196%, il livello più alto dal 2007; quello del trentennale ha raggiunto un massimo che non si vedeva da oltre vent’anni. Anche i rendimenti tedeschi e francesi erano su livelli pluriennali. In Giappone, il titolo di Stato decennale ha toccato il 3,06%, massimo dal 1996.17
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Quando i rendimenti salgono, i prezzi delle obbligazioni esistenti tendono a scendere. E tassi più alti possono rendere più costosi i finanziamenti e pesare sulle valutazioni azionarie: per questo la tensione sui bond può estendersi anche alle Borse.
In Europa, lo STOXX 600 ha perso lo 0,6%. Negli Stati Uniti, S&P 500 e Nasdaq hanno chiuso pressoché invariati dopo aver recuperato buona parte delle perdite della mattinata; il Dow Jones ha ceduto circa lo 0,3%. In Asia, invece, il quadro è stato misto: l’indice MSCI Asia ex-Japan è sceso, mentre il Nikkei giapponese è salito.4
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Anche l’oro ha arretrato. Il metallo, che non offre rendimenti periodici, tende a risultare meno interessante quando gli investitori si aspettano tassi più alti. Un resoconto di mercato ha registrato un calo di circa l’1% nella giornata.
Il petrolio è salito di circa il 3%, raggiungendo un massimo settimanale, dopo un attacco degli Houthi contro l’Arabia Saudita che ha riacceso i timori di interruzioni delle forniture. I negoziati per riaprire lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il trasporto di energia, sembravano procedere a rilento: una prospettiva che ha alimentato le preoccupazioni per nuovi rincari e per il loro impatto sull’inflazione.19
Nel corso della giornata, le quotazioni hanno poi perso parte dei guadagni dopo le notizie secondo cui negoziatori statunitensi e iraniani stavano discutendo una possibile intesa graduale. Le indiscrezioni hanno dato una spinta temporanea ai titoli Usa.19
A rendere meno convincenti le attese di un rapido allentamento dei tassi non c’era solo il petrolio. I segnali di un’attività economica più robusta negli Stati Uniti e in Europa, insieme ai prezzi degli input ancora in crescita, hanno complicato l’ipotesi che un rallentamento imminente porti presto a tagli dei tassi.18 Le aspettative degli operatori si sono spostate verso un possibile nuovo rialzo della Federal Reserve: un resoconto di mercato indicava al 71% la probabilità di un aumento al meeting successivo, contro il 55% di una settimana prima.
Le fonti collegano il rialzo del petrolio ai timori d’inflazione e alla pressione su obbligazioni e attività più rischiose. Non quantificano però il contributo specifico dei prezzi dei carburanti raffinati rispetto a quello del greggio. Né dimostrano che il ricorso al debito da parte delle aziende per finanziare l’intelligenza artificiale sia stato una causa diretta di questa seduta di vendite.
La copertura cita anche l’estensione della tregua commerciale tra Stati Uniti e Cina, ma non offre elementi sufficienti per attribuire a quel fattore l’andamento dei mercati cinesi rispetto al quadro più ampio, e contrastato, delle Borse asiatiche.
La seduta è stata quindi segnata da forze opposte: petrolio caro e dati economici solidi hanno rafforzato i timori sui tassi, mentre le notizie di possibili contatti diplomatici hanno temporaneamente attenuato la tensione. È questa alternanza a spiegare perché i mercati non si siano mossi tutti nella stessa direzione.
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Il 24 settembre il petrolio ha guadagnato circa il 3%, riaccendendo i timori che l’inflazione resti elevata e che i tassi possano salire ancora.
Il 24 settembre il petrolio ha guadagnato circa il 3%, riaccendendo i timori che l’inflazione resti elevata e che i tassi possano salire ancora. Il rendimento del Treasury Usa decennale ha toccato il 5,196%, il massimo dal 2007; anche i rendimenti europei e giapponesi sono rimasti sotto pressione.
L’oro è sceso e le Borse hanno avuto andamenti diversi: le azioni statunitensi hanno recuperato parte delle perdite dopo le notizie su possibili colloqui tra Washington e Teheran.