Il mercato ha evitato un collasso grazie a deviazioni delle rotte, rilascio di riserve strategiche e domanda più debole, ma dall’inizio della guerra le scorte osservate sono diminuite di circa 507 milioni di barili. Il problema non è soltanto quanto petrolio viene estratto: lo Stretto di Hormuz, da cui prima della g...
Pubblicato daModificato con GPT-5.6 TerraImmagini generate con GPT Image 2
Research answer

Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: How has the U.S.–Iran war, now entering its seventh month, disrupted global oil markets and created a fragile “new normal”—including the los. Article summary: The war has not produced a functioning replacement for lost Middle East supply; it has produced a precarious balance in which diverted barrels, emergency inventories, and lower consumption partly mask a still-large physi. Topic tags: general, news, general web. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermarks, charts with fake numbers
Sette mesi dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, il mercato petrolifero mondiale continua a funzionare, ma non grazie a una vera soluzione alla perdita delle forniture mediorientali. Regge attraverso misure di emergenza: carichi deviati su altre rotte, maggiori esportazioni dalle Americhe, rilascio delle riserve pubbliche e consumi frenati dai prezzi e dalla debolezza dell’economia.
Il costo di questa tenuta è però elevato: si stanno riducendo rapidamente le scorte. E un mercato con meno petrolio in deposito è molto più esposto al prossimo attacco, al blocco di una rotta navale o a un danno a un’infrastruttura. 1
19
Prima della guerra, le esportazioni dal Medio Oriente rappresentavano circa un quinto delle forniture petrolifere globali. Nella fase iniziale del conflitto, l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) stimava che fossero venuti meno circa 11 milioni di barili al giorno. In seguito, le stime della perturbazione ancora in corso nel Golfo sono variate, segno dell’incertezza su produzione, transiti e spedizioni non pienamente tracciabili. A fine agosto, gli analisti citati da Reuters la collocavano fra 5 e 7 milioni di barili al giorno. 9
3
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, passaggio marittimo cruciale tra il Golfo Persico e il Mare Arabico. Prima del conflitto vi transitavano in media 21,6 milioni di barili al giorno; nel secondo trimestre il flusso è sceso a 4,9 milioni di barili al giorno, secondo le stime statunitensi riportate da Bloomberg. 7
La differenza è decisiva: il greggio può anche essere estratto, ma se non può essere caricato, assicurato o trasportato in sicurezza non arriva davvero al mercato mondiale.
L’Arabia Saudita ha reindirizzato parte del petrolio verso il Mar Rosso, mentre altri esportatori del Golfo hanno usato porti alternativi e soluzioni eccezionali di trasporto. Queste misure hanno attenuato l’impatto immediato, senza però riportare il commercio alla normalità. Le esportazioni del Golfo restavano molto al di sotto dei circa 18 milioni di barili al giorno che attraversavano Hormuz prima della guerra. 3
Il prezzo del petrolio non dipende solo dalla disponibilità fisica di oggi, ma anche dal rischio che le consegne future saltino. I nuovi scambi militari tra Stati Uniti e Iran a settembre hanno spinto al rialzo le quotazioni del greggio e coincidono con prezzi record del diesel al dettaglio negli Stati Uniti, secondo Reuters.
Il rincaro incorpora quindi non solo i barili già sottratti al mercato, ma anche il maggior costo dei noli marittimi e delle assicurazioni, oltre al rischio di ulteriori danni a impianti energetici e rotte navali.
Questo è il fragile “nuovo equilibrio”: i flussi non si sono fermati del tutto, ma viaggiano a costi più alti e con molte meno alternative disponibili. Se si interrompe un oleodotto, un porto, una rotta per le petroliere o una raffineria, l’effetto può essere sproporzionato, perché le principali vie sostitutive sono già sotto forte pressione.
Tre fattori hanno finora attenuato la perdita di forniture affidabili dal Medio Oriente.
Sono interventi che hanno comprato tempo. Non hanno però ricreato la combinazione di produzione affidabile, trasporto a basso rischio e scorte abbondanti che esisteva prima della guerra.
Il segnale più evidente della tensione è il calo delle giacenze. L’AIE indica che le scorte mondiali osservate sono diminuite di circa 507 milioni di barili dall’inizio della guerra: un prelievo medio di circa 2,8 milioni di barili al giorno. Solo in agosto il calo è stato di 95 milioni di barili. 19
14
La U.S. Energy Information Administration, l’agenzia statistica del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, stima separatamente una riduzione di circa 400 milioni di barili nelle scorte globali dall’inizio del 2026 e prevede ulteriori cali entro fine anno. Le cifre non coincidono perfettamente perché misurano periodi e aggregati diversi, ma il messaggio è lo stesso: il petrolio stoccato sta coprendo una quota rilevante della carenza. 8
Le riserve strategiche esistono proprio per affrontare emergenze di questo tipo, ma non sono inesauribili. A inizio settembre, la Strategic Petroleum Reserve statunitense era scesa a 289,7 milioni di barili, il livello più basso dal 1982, secondo Reuters. 17
Rilasciare scorte può attutire un’interruzione temporanea; non può sostituire indefinitamente una perdita persistente di milioni di barili al giorno.
Nelle previsioni di settembre, l’AIE ha stimato per il 2026 un calo dell’offerta petrolifera mondiale di 5,7 milioni di barili al giorno e ha rinviato al 2027 il pieno recupero delle forniture dal Golfo. 1
La capacità di resistenza del mercato dipenderà dunque sempre di più da tre condizioni: che le rotte alternative restino operative, che arrivino ulteriori barili dai produttori esterni al Golfo e che la domanda rallenti abbastanza da adattarsi a un’offerta più limitata.
Per famiglie e imprese, il problema va oltre il prezzo del greggio. Flussi meno affidabili o più costosi aumentano i costi di trasporto e dei prodotti raffinati, con possibili ripercussioni sull’inflazione. Il mercato ha assorbito finora uno shock eccezionale, ma lo ha fatto riducendo proprio quelle scorte che rendono gestibili gli shock futuri.
La guerra non ha creato un’alternativa stabile alle forniture mediorientali compromesse. Ha costruito un sistema provvisorio basato su carichi deviati, export record dalle Americhe, riserve d’emergenza e domanda più debole.
Con le scorte globali già ridotte di circa 507 milioni di barili e il ritorno alla piena normalità dei flussi del Golfo non atteso prima del 2027, il mercato petrolifero rimane altamente vulnerabile a una nuova escalation. 19
1
Studio Global AI
This page includes a source-backed answer you can continue inside Studio Global.
Il mercato ha evitato un collasso grazie a deviazioni delle rotte, rilascio di riserve strategiche e domanda più debole, ma dall’inizio della guerra le scorte osservate sono diminuite di circa 507 milioni di barili.
Il mercato ha evitato un collasso grazie a deviazioni delle rotte, rilascio di riserve strategiche e domanda più debole, ma dall’inizio della guerra le scorte osservate sono diminuite di circa 507 milioni di barili. Il problema non è soltanto quanto petrolio viene estratto: lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitavano 21,6 milioni di barili al giorno, resta il principale collo di bottiglia logistico.
L’Agenzia internazionale dell’energia prevede per il 2026 un calo dell’offerta mondiale di 5,7 milioni di barili al giorno e non si aspetta un pieno recupero delle forniture del Golfo prima del 2027.