La giudice Leonie Brinkema ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia USA e degli Stati di imporre a Google la vendita di AdX. Il tribunale ha preferito rimedi comportamentali: più interoperabilità e accesso in tempo reale alle offerte di AdX per server pubblicitari concorrenti qualificati.
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La giudice distrettuale federale Leonie Brinkema ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) e degli Stati coinvolti di obbligare Google a vendere AdX, il suo exchange per la pubblicità digitale. Al posto di uno scorporo, nell’ordinanza del 2 settembre ha scelto rimedi comportamentali. 1
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La decisione arriva dopo che, nell’aprile 2025, Brinkema aveva stabilito che Google aveva illegalmente mantenuto monopoli nei mercati dei server pubblicitari per editori e degli ad exchange per la pubblicità display sull’open web. Aveva inoltre accertato il collegamento illecito tra il publisher ad server di Google, DFP, e AdX. Tuttavia, secondo l’ordinanza di settembre, questi accertamenti non giustificavano una dismissione forzata; la motivazione completa è rimasta inizialmente sotto sigillo. 1
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La giudice ha accolto, con alcune modifiche, la maggior parte delle misure di condotta proposte dalle parti. L’obiettivo è aumentare l’interoperabilità fra gli strumenti pubblicitari di Google e quelli dei concorrenti. 1
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Tra le misure figura la proposta di Google di consentire ai server pubblicitari per editori concorrenti che soddisfino i requisiti di accedere in tempo reale alle offerte presenti su AdX. In teoria, ciò dovrebbe permettere ai rivali di partecipare alle aste su basi tecniche più paritarie. 1
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Brinkema ha negato le richieste strutturali avanzate dal governo, fra cui:
In altre parole, Google dovrà modificare alcune pratiche e interfacce, ma conserverà il controllo delle attività ad-tech contestate.
Il primo provvedimento è stato depositato sotto sigillo. Brinkema ha indicato che l’opinione dettagliata sarebbe stata resa pubblica entro 14 giorni, dopo le proposte delle parti sulle omissioni necessarie a proteggere informazioni commerciali riservate. Per questo, l’ordinanza iniziale chiariva l’esito — nessuna vendita forzata — senza esporre integralmente le ragioni della preferenza per regole di condotta anziché per una separazione societaria. 1
AdX rappresenta una quota relativamente piccola delle attività complessive di Alphabet, ma ha un ruolo centrale nell’infrastruttura con cui gli editori vendono pubblicità display sull’open web. Wedbush aveva stimato che Google Ad Manager valesse il 4,1% dei ricavi di Google nel 2020: una quota modesta rispetto alla pubblicità legata alla ricerca, ma comunque significativa e strategicamente connessa al più ampio ecosistema pubblicitario del gruppo. 1
Google ha accolto favorevolmente l’esclusione della vendita obbligatoria. Il DOJ ha dichiarato di stare esaminando la decisione e le possibili opzioni. I mercati l’hanno interpretata come un sollievo per Alphabet: il 2 settembre le azioni della società sono salite di quasi l’1% dopo il rigetto della richiesta di smantellamento. 1
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La sentenza non annulla la conclusione secondo cui Google ha agito in violazione delle norme antitrust. Rappresenta però un arretramento rilevante, almeno sul piano simbolico, per la strategia statunitense di ottenere lo smembramento giudiziario delle grandi piattaforme tecnologiche.
Il caso evidenzia una distinzione essenziale: vincere sulla responsabilità antitrust non garantisce automaticamente al governo il rimedio strutturale che preferisce. Per il giudice, in questa fase, l’interoperabilità e altri obblighi di condotta sono stati ritenuti più appropriati della cessione di AdX. 1
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La giudice Leonie Brinkema ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia USA e degli Stati di imporre a Google la vendita di AdX.
La giudice Leonie Brinkema ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia USA e degli Stati di imporre a Google la vendita di AdX. Il tribunale ha preferito rimedi comportamentali: più interoperabilità e accesso in tempo reale alle offerte di AdX per server pubblicitari concorrenti qualificati.
Restano respinte anche la separazione del publisher ad server Google Ad Manager/DFP e l’obbligo di rendere open source la logica delle aste.