Il Brent è sceso di 94 centesimi, pari all’1%, a 93,45 dollari al barile; il WTI ha perso 92 centesimi, o l’1,06%, a 86,14 dollari. Il calo riflette soprattutto la presa di profitto dopo due settimane di rialzi e la convinzione che una parte dell’escalation fosse già incorporata nei prezzi.
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Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: Why did oil prices fall about 1% on Monday ahead of U.S. Treasury Secretary Scott Bessent’s expected 2 p.m. EDT announcement of what he call. Article summary: Oil fell because traders locked in profits after a multiweek geopolitical rally and appeared to view the already-signaled sanctions escalation as largely priced in. The decline did not remove the underlying supply risk: . Topic tags: general, news, general web. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermarks, charts with fake numbers
Il petrolio ha perso circa l’1% lunedì 24 agosto, mentre gli investitori attendevano i dettagli delle nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran che il segretario al Tesoro Scott Bessent avrebbe dovuto illustrare alle 14:00 EDT. Il mercato aveva già probabilmente scontato almeno una parte dell’inasprimento, ma questo non esclude una nuova stretta sull’offerta se le misure saranno ampie e realmente applicabili. 10
In una rilevazione successiva della seduta, i future sul Brent hanno perso 94 centesimi, pari all’1%, scendendo a 93,45 dollari al barile. Il West Texas Intermediate (WTI), il principale riferimento statunitense, è arretrato di 92 centesimi, o dell’1,06%, a 86,14 dollari. 10
Nelle prime ore di contrattazione il Brent era invece in calo di 1,22 dollari, o dell’1,29%, a 93,17 dollari, mentre il WTI perdeva circa 1,20 dollari, o l’1,38%, a 85,86 dollari. Le diverse quotazioni fotografano momenti differenti della stessa seduta e non indicano un’inversione di direzione. 8
La spiegazione più immediata riguarda il posizionamento degli investitori. Brent e WTI avevano chiuso la settimana precedente con il secondo rialzo settimanale consecutivo, guadagnando oltre il 5%, mentre le prospettive di pace tra Stati Uniti e Iran si indebolivano e i transiti petroliferi nello Stretto di Hormuz restavano fortemente limitati.
Anche l’annuncio delle nuove misure non è arrivato del tutto a sorpresa. Bessent aveva già definito il pacchetto senza precedenti e il presidente Donald Trump aveva avvertito che i Paesi capaci di offrire all’Iran una “linea di salvataggio” economica avrebbero potuto subire conseguenze. Con l’indirizzo politico già reso pubblico, molti trader avevano meno motivi per acquistare greggio sulla sola base del rischio legato ai titoli di giornale, prima di conoscere i dettagli sull’applicazione delle sanzioni. 12
Il risultato è stato una classica presa di profitto: alcuni investitori hanno monetizzato i guadagni accumulati, mentre altri hanno preferito aspettare per capire se le nuove misure avrebbero effettivamente tolto dal mercato altri barili iraniani.
Il ribasso è arrivato in un contesto molto diverso dalla normale volatilità del mercato. Dopo quasi sei mesi di confronto tra Stati Uniti e Iran, le speranze di una svolta diplomatica si sono affievolite, la produzione petrolifera mediorientale è rimasta ridotta e il traffico commerciale attraverso Hormuz è stato gravemente compromesso. Secondo i dati citati da Reuters, il giovedì precedente avevano attraversato lo stretto soltanto sette navi adibite al trasporto di materie prime.
Il mercato ha iniziato a considerare queste interruzioni come potenzialmente durature, e non più come uno shock temporaneo. Questo cambiamento nelle aspettative ha contribuito a mantenere il greggio vicino ai 90 dollari al barile anche quando singole notizie provocavano correzioni momentanee.
Per questo, il calo di lunedì va letto soprattutto come un aggiustamento delle aspettative e delle posizioni, non come la prova che la minaccia alla disponibilità fisica di petrolio sia venuta meno.
Il passaggio più importante della recente politica statunitense è stata la licenza generale di 60 giorni del 22 giugno 2026, con cui il Dipartimento del Tesoro ha autorizzato fino al 21 agosto le transazioni relative a greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici iraniani. La deroga era collegata agli impegni di Teheran sulle ispezioni nucleari e sul libero transito nello Stretto di Hormuz.
La prospettiva di un ritorno sul mercato di una maggiore quantità di petrolio iraniano aveva contribuito a far scendere il WTI sotto i 74 dollari, poiché gli operatori prevedevano un aumento dell’offerta e una graduale normalizzazione dei flussi regionali.
Quel sollievo, però, era temporaneo. L’autorizzazione è scaduta il 21 agosto, eliminando il segnale favorevole all’offerta proprio alla vigilia dell’annuncio di Bessent. La traiettoria politica è così passata dalla tregua sulle sanzioni petrolifere di giugno alla rinnovata pressione su Teheran e alle minacce contro i suoi partner commerciali in agosto.
Gli Stati Uniti hanno presentato il nuovo pacchetto come un’estensione della campagna di “massima pressione”, pensata per isolare economicamente l’Iran. Bessent ha descritto una combinazione tra il blocco già esistente sulle esportazioni iraniane e misure finanziarie e commerciali destinate a sottrarre a Teheran entrate, finanziamenti e sostegno economico esterno. Secondo il segretario al Tesoro, l’obiettivo è far “crollare” il regime e ridurre la necessità di nuove operazioni militari su larga scala. 17
L’avvertimento di Trump amplia il possibile raggio d’azione oltre le sole entità iraniane. Banche, imprese, organismi pubblici e altre società che forniscono a Teheran una “linea di salvataggio” economica potrebbero essere colpiti dagli Stati Uniti, a seconda delle modalità concrete di applicazione. 2
Per il mercato petrolifero, quindi, la domanda non è soltanto che cosa annuncerà Washington, ma quanta parte della rete commerciale iraniana riuscirà davvero a scoraggiare o interrompere.
La Cina occupa una posizione centrale perché nel 2025 ha acquistato oltre l’80% del petrolio iraniano trasportato via mare, secondo i dati della società di analisi Kpler citati da Reuters. Washington ha chiesto a Pechino di collaborare, ma la Cina ha risposto che sanzioni e pressioni non risolveranno la disputa, chiedendo invece un percorso politico e diplomatico. 4
Se gli Stati Uniti colpissero acquirenti, banche, assicuratori, compagnie di navigazione, raffinerie o intermediari che continuano a trattare il greggio iraniano, alcuni operatori potrebbero ridurre o rinviare gli acquisti per limitare l’esposizione al sistema finanziario statunitense. Il petrolio non verrebbe necessariamente eliminato fisicamente, ma diventerebbe più difficile da vendere, finanziare, assicurare e trasportare.
Ne potrebbe derivare un bacino più ristretto di greggio immediatamente disponibile per il mercato mondiale. È anche per questo che le sanzioni possono sostenere i prezzi dopo un primo ribasso: inizialmente gli operatori reagiscono a un provvedimento già scontato, poi rivalutano le prospettive dell’offerta fisica quando l’applicazione delle misure entra nel vivo.
L’Iran ha definito le misure minacciate una forma di “terrorismo economico” e ha dichiarato che la risposta a nuove minacce statunitensi sarebbe “devastante”. Teheran ha inoltre collegato la riapertura dello Stretto di Hormuz a concessioni da parte degli Stati Uniti, tra cui la revoca del blocco alle esportazioni e delle sanzioni petrolifere.
Per gli operatori del greggio emergono così due rischi distinti. Da un lato, le sanzioni potrebbero limitare le esportazioni iraniane attraverso la pressione finanziaria e commerciale; dall’altro, il protrarsi o l’inasprirsi delle restrizioni su Hormuz potrebbe frenare le spedizioni provenienti dall’intera regione. Se la diplomazia fallisse, i due effetti potrebbero sommarsi.
Il movimento dei prezzi suggerisce che una parte consistente dell’escalation attesa fosse già stata incorporata nelle quotazioni. Non dimostra, però, che le sanzioni avranno un impatto ridotto.
La prossima verifica per il mercato riguarda l’ampiezza e l’applicabilità del pacchetto. Misure capaci di coinvolgere i principali acquirenti e le infrastrutture che sostengono le esportazioni iraniane potrebbero restringere l’offerta globale effettivamente accessibile e spingere nuovamente il petrolio verso l’alto. Provvedimenti limitati, tardivi o facilmente aggirabili renderebbero invece più credibile l’interpretazione secondo cui il rischio è già stato scontato.
La lettura più solida, per ora, è quindi questa: il petrolio è sceso perché gli investitori hanno venduto dopo il rally e hanno preferito attendere i dettagli delle sanzioni, non perché il rischio di una crisi dell’offerta legata all’Iran sia scomparso.
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Il Brent è sceso di 94 centesimi, pari all’1%, a 93,45 dollari al barile; il WTI ha perso 92 centesimi, o l’1,06%, a 86,14 dollari.
Il Brent è sceso di 94 centesimi, pari all’1%, a 93,45 dollari al barile; il WTI ha perso 92 centesimi, o l’1,06%, a 86,14 dollari. Il calo riflette soprattutto la presa di profitto dopo due settimane di rialzi e la convinzione che una parte dell’escalation fosse già incorporata nei prezzi.
Sanzioni applicate a banche, società, trasportatori e acquirenti del greggio iraniano — in particolare in Cina — potrebbero comunque ridurre l’offerta effettivamente accessibile sul mercato globale.