La crisi non riguarda soltanto il rialzo del Brent: secondo Citi, tra febbraio e agosto 2026 le scorte globali osservate sono diminuite complessivamente di circa 519 milioni di barili. Il diesel è il punto di maggiore tensione perché la riduzione del greggio disponibile, i danni alle infrastrutture e le restrizioni...
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Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: What is driving the global oil-market crisis as the Strait of Hormuz remains closed for a third month— including Iran’s refusal to reopen it. Article summary: The crisis is primarily a prolonged physical supply disruption compounded by a political impasse: closure of the Strait of Hormuz has constrained Gulf exports and refinery feedstock, while Iran’s conditions for reopening. Topic tags: general, government, news, general web, user generated. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermar
La crisi del mercato petrolifero globale nasce da uno shock fisico dell'offerta che si è trasformato in uno stallo diplomatico. Gli attacchi e le minacce iraniane contro la navigazione hanno quasi fermato il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha dichiarato che il passaggio non tornerà pienamente operativo finché Washington non cambierà politica nei confronti dell'Iran.
Il risultato è un mercato che sta consumando le proprie riserve di sicurezza. La pressione più immediata non si vede soltanto nei prezzi del greggio di riferimento, ma soprattutto nei prodotti raffinati, in particolare nel diesel.
Lo Stretto di Hormuz è il principale accesso marittimo per le esportazioni di petrolio e gas del Golfo Persico. Dopo l'inizio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l'Iran, alla fine di febbraio 2026, le forze iraniane hanno dichiarato la chiusura dello Stretto il 4 marzo e hanno minacciato o attaccato navi dirette verso il passaggio. Il traffico commerciale è quindi crollato.
L'interruzione è particolarmente grave perché le rotte alternative non possono sostituire rapidamente la capacità di trasporto e i flussi di esportazione che normalmente attraversano Hormuz. Anche quando alcuni carichi riescono a partire, gli attacchi, i blocchi navali e l'incertezza sulla sicurezza del transito spingono il mercato a considerare una quota molto più ampia dell'offerta regionale come indisponibile o inaffidabile.
La chiusura non è soltanto un problema logistico. È legata ai negoziati sulla guerra e alla presenza militare statunitense nella regione.
Tra le richieste iraniane figurano la fine del blocco statunitense, la revoca delle sanzioni sul petrolio, lo sblocco di asset congelati e il pagamento di compensazioni o riparazioni di guerra prima della riapertura della via d'acqua. Gli esponenti statunitensi, dal canto loro, hanno indicato che la pressione navale potrebbe proseguire a tempo indefinito, mentre Teheran continua a sostenere che lo Stretto resterà chiuso finché Washington non cambierà comportamento.
Si crea così un circolo vizioso: più a lungo dura lo stallo politico, più si consumano le scorte e la flessibilità logistica; più il mercato si deteriora, maggiore diventa il costo economico e strategico di una mancata intesa.
Citi stima che le scorte globali osservate siano diminuite di circa 3 milioni di barili al giorno tra febbraio e agosto 2026, per un calo cumulativo di circa 519 milioni di barili. 579
Questi numeri indicano che le riserve vengono utilizzate per compensare forniture mancanti o ritardate. Non significa che il mondo stia per esaurire ogni barile immagazzinato. Mostra però perché la crisi diventa più rischiosa con il passare del tempo: le scorte sono il cuscinetto che assorbe le interruzioni temporanee e ogni ulteriore prelievo riduce la protezione disponibile contro il prossimo shock.
Secondo le proiezioni di Citi, le scorte dei Paesi OCSE potrebbero scendere a circa 70 giorni di copertura entro la fine del 2027 se il ritmo dei prelievi dovesse continuare. Livelli comparabili sono stati associati al secondo shock petrolifero degli anni Settanta, anche se si tratta di una previsione condizionata, che potrebbe cambiare sensibilmente con la ripresa dei traffici o con l'aggiustamento della domanda e dell'offerta. 79
Il segnale più importante arriva dal mercato dei distillati medi, come diesel e gasolio. Le raffinerie hanno bisogno di greggio disponibile, accesso ai trasporti e infrastrutture operative: la crisi di Hormuz ha compromesso tutti e tre gli elementi.
L'Agenzia internazionale dell'energia (AIE) ha previsto un calo della lavorazione di greggio nelle raffinerie pari a 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026, citando i danni alle infrastrutture, le restrizioni alle esportazioni e la minore disponibilità di materia prima. L'AIE ha inoltre segnalato margini di raffinazione ai massimi storici, sostenuti da differenziali record sui distillati medi. Le scorte terrestri dei Paesi OCSE sono diminuite di 146 milioni di barili, mentre quelle visibili dei Paesi non OCSE hanno perso altri 24 milioni di barili. 10
Reuters ha riferito separatamente che i margini europei sulla raffinazione del diesel hanno superato i 60 dollari al barile e che negli Stati Uniti lo spread crack 3-2-1 ha raggiunto il record di 64,58 dollari al barile a luglio. Questo indicatore viene utilizzato come misura approssimativa della redditività delle raffinerie. 2
La distinzione è importante per famiglie e imprese. Una carenza di greggio può aumentare i costi della benzina e del carburante per aerei, ma la scarsità di diesel si trasmette al trasporto su strada, alla navigazione, all'agricoltura, all'edilizia, alla produzione industriale e ai generatori di emergenza. Lo shock economico può quindi allargarsi anche se i prezzi del greggio dovessero stabilizzarsi.
La richiesta iraniana di una riduzione delle sanzioni è parte della disputa sulla riapertura, non un dettaglio tecnico separato. Se le sanzioni restano in vigore, il ritorno dei flussi di petrolio legati all'Iran dipende da un accordo politico più ampio, non dalla semplice ripresa della navigazione.
La ripresa dell'offerta diventa così più lenta e meno certa. Il mercato deve valutare non solo se le navi possano attraversare Hormuz, ma anche se il greggio iraniano possa essere venduto, finanziato, assicurato e consegnato secondo i termini di un eventuale accordo. Le fonti disponibili confermano il legame politico tra sanzioni e riapertura, ma non stabiliscono un volume preciso di barili persi esclusivamente a causa delle sanzioni.
L'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC, entrata in vigore il 1° maggio, offre ad Abu Dhabi maggiore libertà per espandere la produzione al di fuori del sistema delle quote. Reuters ha riferito che la produzione emiratina potrebbe superare i 5 milioni di barili al giorno nel 2027; l'AIE prevede una produzione di circa 5,2 milioni di barili al giorno. 17
Anche ADNOC, la compagnia energetica statale di Abu Dhabi, ha lavorato a soluzioni logistiche alternative, tra cui un sistema di navette per trasferire il greggio attraverso lo Stretto e l'ampliamento della flotta di trasporto. 17
Questa capacità rappresenta una possibile valvola di sfogo nel medio periodo, ma non è una soluzione immediata. La nuova produzione richiede tempo e il greggio aggiuntivo ha un valore limitato se le rotte di esportazione restano insicure o se le raffinerie non riescono a procurarsi la materia prima adatta. L'espansione degli Emirati può migliorare le prospettive quando i traffici torneranno normali, ma da sola non può compensare un blocco prolungato.
Una soluzione duratura dovrebbe ripristinare più della semplice possibilità legale di navigare attraverso Hormuz. Il mercato avrebbe bisogno anche di:
Gli scenari più favorevoli di Citi presuppongono che i progressi diplomatici consentano una ripresa graduale dei flussi. In una precedente analisi, la banca aveva descritto uno scenario di riapertura nel quale le scorte di greggio e prodotti avrebbero comunque subito un forte calo prima del recupero dell'offerta, con un allentamento dei prezzi del Brent solo dopo il ritorno dei flussi normali. 11
Per questo un annuncio di cessate il fuoco o un accordo limitato sulla navigazione potrebbe ridurre il premio per il rischio senza normalizzare immediatamente il mercato dei carburanti. La disponibilità di diesel e la ricostituzione delle scorte arriverebbero dopo i primi segnali di progresso politico.
La crisi del petrolio ha tre cause collegate: il blocco fisico di un passaggio marittimo strategico, una disputa politica che impedisce una riapertura rapida e il progressivo esaurimento delle scorte, che rende ogni settimana aggiuntiva più pesante.
Il greggio resta l'indicatore più visibile, ma il diesel è il segnale d'allarme più netto. Il mercato non sta semplicemente ricalibrando il prezzo del petrolio: sta consumando le riserve e la flessibilità logistica che normalmente rendono gestibili le interruzioni temporanee. Se Hormuz riaprirà e le restrizioni commerciali si allenteranno, l'offerta potrà recuperare gradualmente. Se lo stallo continuerà, il rischio maggiore sarà il passaggio da un greggio più costoso a uno shock più ampio sui carburanti raffinati, soprattutto sul diesel.
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La crisi non riguarda soltanto il rialzo del Brent: secondo Citi, tra febbraio e agosto 2026 le scorte globali osservate sono diminuite complessivamente di circa 519 milioni di barili.
La crisi non riguarda soltanto il rialzo del Brent: secondo Citi, tra febbraio e agosto 2026 le scorte globali osservate sono diminuite complessivamente di circa 519 milioni di barili. Il diesel è il punto di maggiore tensione perché la riduzione del greggio disponibile, i danni alle infrastrutture e le restrizioni alle esportazioni stanno comprimendo l'attività delle raffinerie.
L'Iran lega la riapertura dello Stretto a concessioni statunitensi, tra cui la fine del blocco, la rimozione delle sanzioni e il rilascio di asset congelati, rendendo incerta una soluzione rapida.