I ricavi di Google Cloud sono balzati dell’82%, a 24,8 miliardi di dollari, rappresentando il segnale di crescita più impressionante del trimestre. L’utile operativo della divisione ha raggiunto circa 8,8 miliardi di dollari, con un margine operativo del 35,6%.
Il punto non è soltanto la velocità della crescita. Cloud non è più presentato come un’attività che richiede ingenti investimenti oggi per conquistare una domanda IA futura: sta già producendo un utile operativo significativo. La strategia di Alphabet sull’intelligenza artificiale comincia quindi a riflettersi sia nei ricavi sia nei margini.
Anche la domanda resta eccezionalmente robusta. Il portafoglio ordini di Cloud ha raggiunto 514 miliardi di dollari e il management ha spiegato che la domanda per i modelli e l’infrastruttura dell’azienda continua a superare la capacità disponibile. In termini pratici, il problema immediato di Alphabet sembra essere meno la ricerca di clienti e più l’espansione della capacità necessaria per servirli.
I ricavi di Google Search & Other sono cresciuti del 17%, a 63,3 miliardi di dollari. È un dato rilevante perché l’IA generativa ha alimentato il timore che gli utenti potessero abbandonare i risultati di ricerca tradizionali in favore di chatbot autonomi o motori capaci di fornire direttamente una risposta. Finora, i numeri comunicati da Alphabet indicano una crescita continua, non un crollo della monetizzazione della Ricerca.
Alphabet sta inoltre distribuendo l’IA all’interno di prodotti già utilizzati da una platea enorme. L’azienda ha dichiarato che le funzioni basate sull’IA stanno aumentando l’utilizzo della Ricerca e che la modalità AI Mode ha superato un miliardo di utenti attivi mensili dopo l’espansione globale. Un’altra fonte cita invece 2,5 miliardi di utenti mensili per AI Overviews. Le due cifre non sono direttamente confrontabili: AI Mode e AI Overviews sono prodotti distinti e i dati provengono da fonti diverse.
Il vantaggio strategico è evidente. Alphabet non deve costruire l’adozione dell’IA consumer partendo da zero: può inserire nuove funzioni in Search, YouTube, Android e negli altri servizi già affermati, utilizzando allo stesso tempo quell’ecosistema per sostenere il proprio modello pubblicitario.
Nel secondo trimestre Alphabet ha speso 44,92 miliardi di dollari in conto capitale e ha aumentato la previsione per l’intero 2026 a 195-205 miliardi di dollari, rispetto alla precedente forchetta di 180-190 miliardi.
La spesa serve soprattutto ad ampliare data center e capacità di calcolo per l’IA, ma modifica il profilo finanziario del gruppo. Un flusso di cassa libero trimestrale negativo per circa 5,9 miliardi di dollari mostra quanto rapidamente gli investimenti infrastrutturali possano assorbire la liquidità generata da un’attività operativa altrimenti molto forte.
Il compromesso centrale dei risultati di Alphabet può essere riassunto così:
La tesi d’investimento dipende ora da diversi passaggi collegati: trasformare il portafoglio ordini da 514 miliardi in ricavi effettivi, mantenere elevati i margini di Cloud mentre la capacità aumenta e generare una monetizzazione dell’IA sufficiente a compensare ammortamenti, energia e costi operativi.
Nonostante i ricavi e i risultati di Cloud, gli investitori non hanno ignorato l’aumento della spesa. Il 21 agosto le azioni Alphabet di classe A hanno chiuso a 344,82 dollari, contro un massimo sulle 52 settimane di 408,61 dollari; la capitalizzazione di mercato era di circa 4.220 miliardi di dollari.
Il sentiment degli analisti è rimasto comunque positivo. StockAnalysis, citando 64 analisti interpellati da S&P Global, indica un consenso Strong Buy e un obiettivo medio di 428,07 dollari. Anche MarketBeat riporta un consenso Buy, sebbene con un obiettivo aggregato diverso. Si tratta di stime degli analisti, non di risultati garantiti: la distanza tra le diverse previsioni riflette l’incertezza sulla spesa per l’IA e sui rendimenti futuri.
La cautela del mercato non equivale necessariamente a un giudizio negativo sul trimestre. La questione riguarda soprattutto valutazione e allocazione del capitale: quanta crescita futura dell’IA è già incorporata nel prezzo del titolo e quanti altri investimenti saranno necessari prima che quella crescita si trasformi in flussi di cassa liberi duraturi?
Una comunicazione 13F relativa al secondo trimestre 2026, il documento con cui i grandi gestori statunitensi rendono pubbliche alcune partecipazioni azionarie a fine trimestre, mostra che Duquesne Family Office, la società d’investimento di Stanley Druckenmiller, possedeva 336.300 azioni Alphabet di classe A, per un valore di circa 120 milioni di dollari a fine periodo.
La posizione è interessante perché segnala un’esposizione istituzionale all’opportunità legata a IA e Cloud. Tuttavia, una 13F fotografa soltanto una partecipazione lunga dichiarata a una data precisa: non rivela la strategia completa del fondo, eventuali coperture né gli scambi effettuati dopo la chiusura del trimestre. Va quindi considerata un dato tra gli altri, non la prova che la tesi d’investimento sia corretta.
I risultati del secondo trimestre suggeriscono che l’IA sta già contribuendo sia alla crescita sia alla redditività di Alphabet. I ricavi di Cloud hanno accelerato, i margini della divisione si sono ampliati, il portafoglio ordini ha raggiunto dimensioni notevoli e la Ricerca ha continuato a crescere nonostante l’ascesa dell’IA generativa.
Il nodo ancora irrisolto è l’efficienza del capitale. Alphabet sta passando dal finanziamento della sperimentazione sull’IA alla costruzione di una piattaforma infrastrutturale su scala industriale, con un conto capitale 2026 potenzialmente pari a 205 miliardi di dollari.
I prossimi trimestri diranno se la conversione del portafoglio ordini e la redditività di Cloud riusciranno a superare il peso di ammortamenti, energia e costi operativi creato da questo programma di espansione.
La lettura più semplice del trimestre è anche quella più utile: Alphabet ha dimostrato che la domanda di IA esiste; non ha ancora dimostrato fino in fondo quale sarà il ritorno di lungo periodo dell’infrastruttura necessaria per soddisfarla.