Il risultato è un mercato in cui la capacità fisica esiste in parte, ma non è necessariamente utilizzabile: una raffineria può essere operativa, ma senza greggio, senza accesso ai porti o senza una rotta sicura per esportare il prodotto non riesce a svolgere pienamente il proprio ruolo.
L’impatto regionale è particolarmente pesante. Più del 20% dei 9,6 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione mediorientale è stato messo fuori uso, secondo il dato dell’Agenzia internazionale dell’energia riportato da Reuters. Il tasso di lavorazione della regione è stato stimato 2,9 milioni di barili al giorno sotto i livelli prebellici nel secondo trimestre e dovrebbe restare inferiore di 2,2 milioni nel terzo.
Non si tratta quindi soltanto di una perdita temporanea di produzione. La regione è anche un importante esportatore di carburanti: quando gli impianti si fermano o i cargo non riescono a partire, il deficit si trasmette rapidamente ad Asia, Europa, Africa e America Latina.
Il diesel è il segmento più vulnerabile. Gli attacchi ucraini hanno portato la raffinazione russa vicino ai minimi di circa vent’anni, mentre il divieto di esportazione del diesel deciso da Mosca ha sottratto ulteriore prodotto a uno dei principali sistemi esportatori mondiali.
A luglio, le esportazioni di diesel di Russia, Medio Oriente e principali fornitori asiatici erano complessivamente inferiori di 1,3 milioni di barili al giorno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente: una riduzione pari a circa un quinto del commercio via mare.
Questo colpisce in modo particolare le aree che dipendono dalle importazioni. Il diesel alimenta trasporti pesanti, agricoltura, edilizia e una parte della produzione industriale: quando scarseggia, il rincaro non resta confinato alle stazioni di servizio, ma si riflette sui costi di consegna e sui prezzi di molti beni.
La Cina avrebbe una capacità di raffinazione sufficiente per aumentare la produzione, ma la capacità potenziale non equivale automaticamente a carburante disponibile per l’export. Pechino ha ridotto i tassi di lavorazione e contenuto le esportazioni di prodotti raffinati, anche per compensare il calo delle importazioni di greggio e gestire l’equilibrio interno.
Questa scelta elimina dal mercato uno dei principali fornitori “flessibili”, proprio mentre gli acquirenti asiatici e internazionali cercano barili aggiuntivi di benzina e diesel. Gli scambi via mare, invece di riequilibrarsi, si stanno restringendo: meno cargo dal Golfo e meno diesel russo significano più concorrenza tra i Paesi importatori.
Gli impianti non direttamente coinvolti nei conflitti stanno beneficiando di margini eccezionalmente elevati. Negli Stati Uniti, i profitti record o vicini ai record spingono le raffinerie a lavorare a tassi di utilizzo molto alti e a esportare più carburante. Anche gli impianti indiani orientati all’export, come quelli di Reliance e Nayara, stanno operando con livelli di utilizzo elevati.
Ma l’aumento della produzione americana e indiana non può colmare interamente il deficit. Le raffinerie hanno limiti tecnici, necessitano del tipo giusto di greggio e devono affrontare costi e tempi di trasporto più elevati. Inoltre, nessun aumento dei tassi di utilizzo può riparare gli impianti danneggiati o riaprire lo Stretto di Hormuz.
Un esempio mostra quanto siano ridotti i margini del sistema: S-Oil, raffineria sudcoreana controllata da Saudi Aramco, ha operato le unità di distillazione al 76% della capacità nel secondo trimestre, contro l’85% del primo trimestre e il 96% del 2025.
Il mercato sta prezzando soprattutto la disponibilità immediata dei prodotti raffinati. I future a breve scadenza su benzina e diesel sono aumentati, mentre il differenziale tra carburanti e greggio — un indicatore dei margini delle raffinerie — si è ampliato nettamente.
Sul fronte della domanda, la stagione estiva sostiene gli spostamenti in auto; il caldo aumenta inoltre la richiesta di elettricità e, più avanti, la domanda di distillati può crescere con l’avvicinarsi della stagione fredda. Invece di consentire la ricostituzione delle scorte, questa domanda mantiene sotto pressione un’offerta già ridotta.
Per i consumatori, gli effetti più immediati sono:
Le scorte di benzina e diesel sono vicine ai minimi pluriennali in diversi mercati chiave. In Asia, le riserve di benzina potrebbero restare sotto la media degli ultimi cinque anni per tutto il resto del 2026: circa 197 milioni di barili, contro i 207 milioni registrati nella prima metà dell’anno.
Le scorte sono il principale cuscinetto tra un’interruzione e il prezzo pagato dai consumatori. Quando sono abbondanti, un guasto può essere assorbito per qualche settimana; quando sono basse, anche un singolo attacco, un problema tecnico, un uragano o una domanda superiore alle attese può provocare un’impennata dei prezzi.
La nuova capacità indiana e mediorientale, pari complessivamente a circa 500.000 barili al giorno, può offrire un aiuto marginale, soprattutto se destinata alla produzione di distillati medi esportabili. Ma la cifra è troppo piccola rispetto a interruzioni nell’ordine dei milioni di barili al giorno. Inoltre, gli impianti potrebbero non raggiungere subito il pieno regime e non possono sostituire da soli né le raffinerie danneggiate né le rotte marittime bloccate.
In altre parole, il problema non è soltanto aggiungere nuova capacità: serve anche poterla alimentare con greggio e collegarla ai mercati attraverso infrastrutture e spedizioni funzionanti.
Il riequilibrio dipenderà meno da un aumento dell’offerta di greggio e più da quattro sviluppi simultanei:
Finché non si verificheranno diversi di questi eventi insieme e le scorte non torneranno a livelli più sicuri, i margini di raffinazione resteranno probabilmente elevati. I prezzi di benzina e diesel potranno continuare a muoversi indipendentemente dal greggio e il mercato resterà esposto a nuovi shock.