Nel suo Financial Stability Report di maggio 2026, la Fed ha definito elevate le pressioni sulle valutazioni degli asset. Il rapporto prezzo/utili prospettico delle società dell’indice S&P 500 restava nella fascia alta della sua distribuzione storica, mentre il premio azionario — cioè la compensazione richiesta dagli investitori per assumersi il rischio delle azioni — rimaneva molto al di sotto della media storica. Anche gli spread di obbligazioni societarie e prestiti erano bassi rispetto agli standard del passato.
Insieme, queste condizioni rendono i mercati più sensibili a utili inferiori alle attese, tassi d’interesse più elevati o un calo della propensione al rischio.
La valutazione della Fed, però, è meno allarmistica di quella della BCE. Il presidente della Federal Reserve Bank di New York, John Williams, ha dichiarato di non considerare la situazione una bolla, sottolineando che le società al centro del ciclo di investimenti presentano utili più solidi rispetto a molte aziende dell’era dot-com.
I due messaggi possono dunque coesistere: la Fed segnala una vulnerabilità dei prezzi e dei premi per il rischio senza prevedere un crollo; la BCE sostiene con maggiore forza, sulla base dei precedenti storici, che una correzione debba essere messa in conto.
Il settore tecnologico europeo, più piccolo e meno ricco di mega-cap rispetto a quello statunitense, può ridurre il rischio di una bolla dot-com nata direttamente in Europa. Non protegge però l’area euro da un ribasso delle società tecnologiche americane.
Famiglie, compagnie assicurative, fondi pensione e altri investitori dell’area euro sono esposti alle “Magnificent Seven” — Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla — attraverso azioni detenute direttamente, fondi indicizzati e altri prodotti d’investimento.
Una brusca discesa di questi titoli ridurrebbe il valore dei portafogli degli investitori europei. Le vendite correlate e il deterioramento del sentiment potrebbero inoltre pesare sulle Borse europee, anche se le società europee non fossero all’origine del ribasso.
La BCE ha indicato in circa 440 miliardi di euro l’esposizione delle famiglie dell’area euro alle azioni tecnologiche statunitensi, in larga parte attraverso fondi che replicano i principali indici.
Si tratta di una stima dell’esposizione, non di una previsione delle perdite: l’impatto effettivo dipenderebbe dall’ampiezza, dalla velocità e dalla composizione dell’eventuale calo dei mercati.
Il ciclo di investimenti nell’IA non viene più finanziato soltanto con la liquidità generata internamente dai grandi gruppi tecnologici. Le aziende del settore stanno ricorrendo sempre più ai mercati obbligazionari e azionari per costruire data center, aumentare la capacità cloud e sviluppare le infrastrutture necessarie.
Il volume delle nuove emissioni è ormai rilevante. Secondo i dati citati da Reuters, tra gennaio e metà agosto 2026 le emissioni societarie negli Stati Uniti hanno totalizzato 1.680 miliardi di dollari, quasi il 27% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al 10 agosto, le hyperscaler dell’IA avevano emesso circa 220 miliardi di dollari di debito nel 2026, contro 12,5 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente.
L’indebitamento non è automaticamente destabilizzante. I grandi emittenti hanno in genere utili e bilanci più solidi rispetto a molte aziende protagoniste del boom dot-com, e il debito legato all’IA rappresenta solo una parte del mercato del credito.
Ma il finanziamento a debito crea una seconda via attraverso cui una delusione può propagarsi. Se i rendimenti attesi degli investimenti nell’IA diminuissero, le azioni tecnologiche potrebbero scendere mentre gli investitori obbligazionari chiederebbero rendimenti più elevati. Il rifinanziamento diventerebbe più costoso e il valore delle obbligazioni societarie già emesse potrebbe diminuire.
I verbali della riunione della Fed di luglio hanno rilevato che i principali indici azionari restavano vicini ai massimi storici. Gli spread creditizi delle hyperscaler, tuttavia, si erano ampliati rispetto a quelli degli emittenti con rating investment grade.
Prezzi elevati, da soli, non dimostrano che un crollo sia imminente. Indicano però che il mercato ha meno margine per assorbire una delusione senza rivedere le ipotesi già incorporate nelle valutazioni.
Le domande decisive sono tre: i ricavi e i guadagni di produttività legati all’IA arriveranno abbastanza rapidamente da giustificare i prezzi attuali? La spesa per le infrastrutture produrrà rendimenti adeguati? I tassi d’interesse resteranno compatibili con queste valutazioni?
Un cambiamento in una sola di queste variabili potrebbe ripercuotersi contemporaneamente sui mercati azionari e su quelli del credito.
La BCE sostiene che oggi i responsabili della politica economica potrebbero avere meno spazio rispetto al passato per attutire uno shock con forti tagli dei tassi o nuovi stimoli fiscali. I vincoli legati ai tassi ufficiali e alla finanza pubblica potrebbero rendere più difficile compensare rapidamente una perdita improvvisa di ricchezza e fiducia.
Questo non significa che le banche centrali sarebbero incapaci di reagire. Significa che la risposta potrebbe essere meno potente o meno immediata rispetto a fasi in cui i tassi erano molto più alti e i bilanci pubblici offrivano maggiore flessibilità.
Anche il punto di partenza dell’Europa presenta già alcune fragilità. La Financial Stability Review della BCE di maggio ha segnalato criteri bancari più rigidi, una minore disponibilità di prestiti dichiarata dalle imprese e un rallentamento marginale dei nuovi finanziamenti alle società non finanziarie dell’area euro.
Un nuovo shock di mercato in presenza di queste condizioni potrebbe aumentare la pressione sulle imprese che devono ottenere credito per investire o mantenere le proprie attività.
Il rischio non consiste soltanto nella perdita di valore di alcune azioni tecnologiche costose. Una possibile catena di trasmissione sarebbe la seguente:
Si tratta di uno scenario di rischio, non di una previsione. La BCE considera potenzialmente gravi le conseguenze per l’area euro; la valutazione pubblicata dalla Fed conferma invece la vulnerabilità legata alle valutazioni elevate, senza arrivare alla conclusione della BCE secondo cui una correzione sarebbe probabile.
Il confronto con la bolla dot-com è utile se applicato alla struttura del mercato, non se trasformato in una previsione temporale. In entrambi i casi sono presenti una potente narrazione tecnologica, una leadership molto concentrata e l’incertezza su quali aziende riusciranno davvero a catturare i benefici economici dell’innovazione.
La lezione principale è che una tecnologia può trasformare l’economia mentre gli investitori nelle società più sopravvalutate ottengono comunque rendimenti deludenti.
Le prove disponibili non dimostrano che sia inevitabile un collasso analogo a quello del 2000. Le principali aziende al centro dell’attuale ciclo dell’IA dispongono generalmente di utili, flussi di cassa e bilanci più solidi rispetto a molte imprese dell’epoca dot-com.
L’avvertimento è quindi più ristretto, ma tutt’altro che irrilevante: anche un entusiasmo razionale può essere seguito da una correzione delle valutazioni se i guadagni futuri sono già stati scontati nei prezzi.
Per investitori e autorità, gli indicatori da seguire non sono dunque soltanto i livelli degli indici. Contano anche la concentrazione dei portafogli nelle Magnificent Seven, il divario tra spesa per l’IA e rendimenti realizzati, il ritmo e le condizioni delle emissioni societarie, la capacità del mercato obbligazionario di assorbirle, gli standard del credito e la disponibilità delle imprese a continuare a investire e assumere quando il finanziamento diventa più caro.