Il caso riguardava due decisioni fiscali, risalenti al 1991 e al 2007, che avevano consentito di attribuire una parte molto consistente degli utili di Apple a entità irlandesi. In alcuni anni, il trattamento effettivo era stato associato a un’aliquota inferiore all’1%, fino allo 0,005% nel 2014 secondo la ricostruzione della Commissione europea.
La sentenza non ha quindi considerato sufficiente il semplice richiamo all’aliquota ordinaria irlandese del 12,5%: il punto era se gli accordi specifici applicati ad Apple avessero prodotto un vantaggio selettivo rispetto alle regole normalmente applicabili.
Il dettaglio più significativo della rendicontazione riguarda il rapporto tra utili e occupazione. Apple ha dichiarato circa 5.575 dipendenti in Irlanda, pari a circa il 3% della sua forza lavoro complessiva, ma ha registrato circa 6 milioni di dollari di utile ante imposte per dipendente nel Paese.
In Germania, il confronto indicato nei dati è molto diverso: circa 4.089 dipendenti, 153 milioni di dollari di imposte versate e circa 51.000 dollari di utile ante imposte per dipendente.
Questo confronto non dimostra di per sé un’illegalità. Mostra però quanto la localizzazione contabile degli utili dipenda dalla proprietà e dall’allocazione di beni immateriali di grande valore — come brevetti, marchi e altri diritti di proprietà intellettuale — più che dal numero di dipendenti o dal luogo in cui i consumatori acquistano i prodotti.
In altre parole, una parte degli utili generati dalle vendite europee può essere attribuita a società irlandesi che detengono o amministrano diritti essenziali per il modello di business del gruppo. È questa distanza tra la geografia delle vendite e quella degli utili a rendere il caso particolarmente controverso.
Apple Operations International, la principale controllata irlandese del gruppo, ha indicato 12,1 miliardi di dollari di imposte versate nell’esercizio 2025, inclusi 1,4 miliardi associati al regime dell’OCSE e dell’UE con aliquota minima del 15%. Secondo la misura contabile riportata, l’aliquota effettiva irlandese di Apple è stata del 13,8%.
Il dato non è direttamente confrontabile con i 17,1 miliardi di dollari di imposte pagate in contanti in Irlanda, perché quest’ultima cifra comprende il recupero fiscale storico legato al caso UE.
L’introduzione dell’aliquota minima effettiva del 15% per i grandi gruppi riduce inoltre il vantaggio della tradizionale aliquota nominale irlandese del 12,5%. L’Irlanda resta un centro importante per le multinazionali grazie alla forza lavoro anglofona, all’accesso al mercato unico, alla rete di trattati e al sistema societario, ma il margine offerto dalla sola aliquota fiscale si è ridotto.
La rendicontazione di Microsoft evidenzia una struttura simile. Le sue attività irlandesi hanno registrato circa 47,1 miliardi di dollari di utile ante imposte, pari a circa il 38% dell’utile ante imposte mondiale, pur rappresentando l’Irlanda solo il 3% circa della forza lavoro del gruppo. Il rapporto fiscale europeo per l’esercizio 2025 conferma il periodo di rendicontazione e il quadro normativo applicato.
Per l’Irlanda, questo modello ha prodotto entrate straordinarie ma anche un rischio significativo di concentrazione. Nel 2024, Apple, Microsoft ed Eli Lilly hanno rappresentato complessivamente circa il 46% degli incassi irlandesi dell’imposta sulle società.
Una modifica nelle strutture societarie, nelle regole fiscali internazionali o nei profitti di poche grandi aziende potrebbe quindi avere effetti rilevanti sui conti pubblici del Paese.
La difesa di Apple si basa su un principio fiscale riconosciuto: l’utile societario dovrebbe essere tassato nei luoghi in cui si trovano gli asset, le funzioni, i rischi e la proprietà intellettuale che lo generano. Le imposte sui consumi, come l’IVA, sorgono invece principalmente nel luogo in cui i clienti acquistano i prodotti.
La questione controversa non è dunque se questo principio esista, ma se la proprietà intellettuale e gli accordi infragruppo concentrino in Irlanda una quota eccessiva dell’utile residuo rispetto alle persone, ai mercati e alle attività commerciali presenti in altri Paesi.
I nuovi dati non dimostrano che Apple “non paghi tasse” in Irlanda. Al contrario, mostrano un contributo fiscale irlandese molto elevato, gonfiato però da un pagamento una tantum legato al vecchio contenzioso europeo.
La rivelazione più importante è un’altra: la geografia degli utili di Apple è molto diversa da quella dei suoi dipendenti e dei suoi clienti europei. La rendicontazione paese per paese rende questa discrepanza più visibile e offre ai governi e all’opinione pubblica nuovi elementi per valutare se la distribuzione degli utili rifletta davvero il luogo in cui si crea il valore economico.