Il risultato era un collo relativamente rigido, più stabile quando veniva proteso in avanti che quando doveva curvarsi o avvolgersi. La testa poteva così raggiungere una preda mentre il corpo restava più lontano, nascosto o immobile nell’acqua.
Nella specie più grande, Tanystropheus hydroides, il collo arrivava a sfiorare i tre metri e rappresentava circa metà della lunghezza complessiva dell’animale. L’adulto poteva raggiungere circa sei metri. Tanystropheus longobardicus, invece, era molto più piccolo e misurava generalmente intorno a un metro e mezzo.
Per decenni, i paleontologi pensarono che i fossili più piccoli fossero semplicemente giovani della forma gigante. Nel 2020, lo studio della crescita ossea, dell’anatomia cranica e di scansioni ad alta risoluzione realizzate con luce di sincrotrone ha cambiato questa interpretazione. I segni di crescita hanno mostrato che alcuni individui piccoli erano già adulti; inoltre, le differenze nel cranio e nei denti indicavano la presenza di due specie distinte, vissute nello stesso ambiente.
Da giovane, Tanystropheus aveva quattro arti dall’aspetto relativamente ordinario, collegati a un tronco compatto. Mani e piedi non si erano trasformati nelle grandi pinne tipiche di rettili marini più specializzati. Anche la coda, pur utile per l’equilibrio e forse per contribuire al movimento, non era diventata un potente propulsore simile a quello di un pesce.
Per questo motivo, la sua vita fu a lungo oggetto di discussione. Era un animale terrestre che si sporgeva nell’acqua per catturare le prede? Oppure viveva soprattutto nella laguna, tornando periodicamente sulla terraferma?
Le prime ricostruzioni, legate agli importanti ritrovamenti di Monte San Giorgio descritti da Bernhard Peyer negli anni Trenta, lo presentarono come un rettile prevalentemente terrestre. Studi anatomici successivi, tra cui quelli di Rupert Wild e Stefania Nosotti, ampliarono la conoscenza del suo scheletro. L’analisi di un esemplare con tracce di pelle e tessuti molli portò inoltre a ipotizzare un animale semiaquatico, capace di muoversi sulla terra ma strettamente legato agli ambienti d’acqua.
La risposta più convincente arrivò dal cranio.
Rispetto al corpo, il cranio di Tanystropheus era piccolo e basso. Le narici si trovavano sulla superficie superiore del muso, una posizione che gli avrebbe consentito di respirare esponendo soltanto una parte minima della testa.
La ricostruzione digitale del cranio, ottenuta separando virtualmente le ossa schiacciate nella roccia, ha rafforzato l’interpretazione acquatica. Tanystropheus non sembra essere stato soltanto un animale di riva che pescava tenendo il corpo all’asciutto: la sua anatomia indica un predatore capace di afferrare le prede sott’acqua.
Il nuoto, tuttavia, doveva essere misurato. Le sue proporzioni insolite non erano adatte a inseguimenti rapidi e prolungati. Probabilmente si muoveva con colpi controllati degli arti, avanzando senza fretta tra le acque basse della laguna. La sua vera forza era la pazienza.
Il corpo poteva restare quasi immobile, mentre il collo portava lentamente la testa verso una preda ignara. Un pesce o un cefalopode avrebbe potuto vedere soltanto il piccolo cranio in avvicinamento, senza percepire immediatamente il corpo molto più grande che lo seguiva.
Poi arrivava lo scatto.
Le mascelle si aprivano, il collo poteva avanzare o spostarsi lateralmente e il morso si chiudeva in un istante. Lo studio dettagliato del cranio di Tanystropheus hydroides indica che fosse probabilmente un predatore che catturava le prede con un morso rapido, diretto in avanti o di lato, invece di aspirarle con una potente depressione nella bocca.
I denti ricurvi e a una sola punta della specie gigante erano adatti a trattenere animali scivolosi, come pesci e cefalopodi. La specie più piccola, Tanystropheus longobardicus, presentava invece denti con tre cuspidi. Questa caratteristica suggerisce una dieta comprendente prede più piccole o morbide, forse crostacei e altri invertebrati.
Le due specie potevano dunque condividere la stessa laguna senza competere continuamente per il medesimo cibo. È un fenomeno noto come partizione della nicchia ecologica: animali simili sfruttano risorse differenti, occupando ruoli diversi nello stesso ambiente.
Il giovane Tanystropheus avrebbe imparato a riconoscere la geografia del suo mondo: le acque basse protette, dove si concentravano le piccole prede; i canali più profondi, attraversati da correnti più fresche; i fondali tranquilli sui quali riposare consumando meno energia.
Il collo era stupefacente, ma non era privo di limiti. Muscoli collegati alle vertebre contribuivano a stabilizzarlo e a muoverlo, mentre le coste sovrapposte ne limitavano le pieghe troppo ampie. L’evoluzione aveva sacrificato una parte della flessibilità per ottenere portata e controllo.
Ogni soluzione, però, crea una nuova vulnerabilità.
La testa era molto lontana dal tronco. Tra i due si estendeva un ponte sottile che proteggeva il midollo spinale e conteneva strutture essenziali come vasi sanguigni, vie respiratorie e il passaggio del cibo. Nelle acque della Tetide, altri rettili marini potevano attaccare dal basso o sorprendere Tanystropheus alle spalle.
Nel 2023, Stephan N. F. Spiekman ed Eudald Mujal hanno esaminato due fossili di Tanystropheus nei quali il cranio era ancora collegato a una parte incompleta del collo. Sulle ossa hanno riconosciuto perforazioni, graffi, fratture e una separazione improvvisa compatibile con il morso di un predatore. I due esemplari rappresentano la prima prova fossile diretta che il lungo collo potesse essere reciso durante un attacco.
Non possiamo sapere se ogni Tanystropheus sia andato incontro a una fine simile. Ma, per il nostro esemplare, l’ultimo momento potrebbe essere ricostruito seguendo proprio questa evidenza.
Mentre la testa si avvicina a una preda, un altro cacciatore arriva dal lato meno protetto. Il morso si chiude sul collo allungato. I denti penetrano pelle e muscoli, spezzando le sottili vertebre. La struttura che aveva permesso a Tanystropheus di cacciare a distanza ora gli impedisce di proteggere rapidamente la parte più esposta del corpo.
Nel buio della laguna, il tronco scompare tra le acque. La testa e una porzione del collo scendono verso il fondale.
Sul fondo, il sedimento comincia lentamente a ricoprire i resti. In condizioni povere di ossigeno, gli organismi decompositori e gli spazzini possono avere meno tempo per disperdere le ossa. I minerali penetrano nei tessuti e nella roccia, mentre nuovi strati si accumulano sopra la laguna.
Con il passare di milioni di anni, il paesaggio cambia completamente. Il bacino scompare, i sedimenti vengono compressi e le forze geologiche sollevano il fondale fino a trasformarlo nelle montagne dell’Europa meridionale.
Molto tempo dopo, le attività di estrazione e gli scavi scientifici riportano alla luce gli scheletri appiattiti di Monte San Giorgio. Le vertebre, così allungate da sembrare quasi irreali, confondono le prime interpretazioni. Solo grazie a esemplari più completi diventa chiaro che non si tratta di frammenti casuali: sono le ossa di un collo immenso.
Oggi le scansioni moderne permettono di osservare ciò che la roccia nasconde. Senza distruggere il fossile, la tomografia separa digitalmente le ossa e ricostruisce crani deformati per oltre duecento milioni di anni.
Tanystropheus non era un mostro che aveva infranto le regole della natura. Era la dimostrazione di quanto l’evoluzione potesse trasformare un corpo rettiliano attraverso modifiche graduali e specializzate.
Tredici vertebre erano diventate una struttura lunga quasi quanto il resto dell’animale. Due specie di dimensioni molto diverse avevano condiviso lo stesso ambiente sfruttando prede differenti. Un collo rigido offriva furtività e portata, ma allo stesso tempo esponeva il corpo a un attacco devastante.
Dalla nascita che i fossili non hanno conservato alla morte sepolta nel fango della laguna, l’esistenza di Tanystropheus fu un equilibrio continuo tra opportunità e pericolo.
Il suo corpo sembrava sfidare ogni intuizione. Eppure il messaggio più profondo che ci lascia è un altro: la biologia non segue un unico modello ideale. Prova, modifica, rischia. E, nel silenzio di milioni di anni, mette ogni forma alla prova contro le esigenze della sopravvivenza.