Questi numeri, però, vanno considerati stime ufficiali o riportate, non dati definitivamente accertati. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha indicato una forchetta compresa tra 7 e 15 milioni di barili al giorno; altre stime dell’amministrazione hanno collocato la media sui sette giorni vicino ai 9 milioni. I sistemi indipendenti di tracciamento delle navi avrebbero invece rilevato, nel migliore dei casi, circa la metà di quei volumi.
La discrepanza dipende anche da ciò che si misura: il movimento delle petroliere, il caricamento delle merci e il petrolio effettivamente in uscita dall’intera regione del Golfo non sono necessariamente la stessa cosa.
Non si tratta di uno stretto completamente bonificato e riaperto a tutti, ma di una rotta selezionata e sorvegliata. Le forze navali statunitensi e i partner regionali rendono possibili alcuni transiti, aumentando il costo di eventuali attacchi iraniani e offrendo agli armatori un livello di protezione che il normale traffico commerciale oggi non ha.
All’inizio di agosto Washington ha inoltre reintrodotto un blocco navale contro le imbarcazioni legate all’Iran, in risposta alla ripresa degli attacchi contro navi commerciali e Paesi arabi della regione.
La presenza militare non cancella però la minaccia. Mine, droni, missili e imbarcazioni veloci possono ancora rendere pericoloso il passaggio, anche se l’Iran non è in grado di fermare con certezza ogni nave. La disponibilità delle assicurazioni, la volontà degli equipaggi e il rischio di un’improvvisa escalation sono determinanti quanto la possibilità tecnica di navigare nello stretto. In precedenza, per molte navi le coperture assicurative erano diventate inesistenti o proibitive.
Gli armatori continuano a evitare il rischio. In una giornata di luglio, secondo i dati sulla navigazione citati da Reuters, soltanto tre navi commerciali avevano attraversato Hormuz: il livello giornaliero più basso da maggio. Il traffico è poi aumentato, ma è rimasto al di sotto della media giornaliera di agosto e molto sensibile alla ripresa degli attacchi e alle opposte dichiarazioni di Washington e Teheran sul controllo dello stretto.
Anche le compagnie cinesi statali COSCO Shipping Energy Transportation e China Merchants Energy Shipping avrebbero tenuto le proprie petroliere lontane da Hormuz e da Bab el-Mandeb dalla fine di luglio, raccogliendo i carichi al di fuori del Golfo.
La loro scelta mostra il limite principale di un corridoio militare: una rotta può essere tecnicamente percorribile e, allo stesso tempo, troppo rischiosa per gli operatori commerciali tradizionali.
Il passaggio protetto riduce il potere di pressione di Teheran perché dimostra che l’Iran potrebbe non riuscire a imporre una chiusura completa e permanente. Offre inoltre a Washington un modo per mantenere la pressione sull’Iran, contenendo almeno in parte lo shock energetico provocato dall’interruzione.
L’influenza iraniana, tuttavia, non è scomparsa. Teheran non deve intercettare ogni petroliera per condizionare il traffico: è sufficiente che la minaccia di mine, missili, droni o attacchi con piccole imbarcazioni renda il transito imprevedibile.
Questa incertezza può aumentare i costi di trasporto e assicurazione, ritardare le consegne e spingere le società a caricare il petrolio in altri punti. Il risultato è una forma di potere coercitivo basata sul rischio, non necessariamente sul controllo fisico totale dello stretto.
Le immissioni straordinarie di petrolio hanno contribuito ad attutire lo shock dell’offerta, ma hanno anche ridotto il margine di sicurezza degli Stati Uniti. A metà agosto la Strategic Petroleum Reserve, la riserva strategica federale di greggio, era indicata a 293,4 milioni di barili. Le scorte commerciali di greggio erano circa il 2% sotto la media quinquennale. L’Energy Information Administration prevede che restino al di sotto del limite inferiore dell’intervallo stagionale quinquennale fino alla fine del 2026.
Questo non significa che gli Stati Uniti siano rimasti senza petrolio. Significa però che hanno meno capacità di assorbire una nuova interruzione di grandi dimensioni. Un altro attacco a Hormuz, un guasto in una raffineria o un conflitto regionale più ampio si verificherebbero con una riserva d’emergenza già indebolita.
I produttori del Golfo stanno utilizzando o ampliando percorsi che evitano lo stretto, ma si tratta di integrazioni, non di sostituti completi.
Gli oleodotti, inoltre, sono obiettivi fissi. Stazioni di pompaggio, terminali e depositi possono essere colpiti, mentre i carichi restano vulnerabili anche dopo aver raggiunto il Mar Rosso o il Mediterraneo. Le infrastrutture alternative diversificano il sistema, ma non lo rendono invulnerabile.
La ripresa dei transiti protetti può consentire a una parte della produzione e delle esportazioni mediorientali di recuperare. Un ritorno rapido ai livelli precedenti alla crisi, però, appare improbabile: gli armatori restano prudenti, le assicurazioni sono costose e gli impianti di carico e le rotte vicine continuano a essere esposti.
La lettura più solida delle informazioni disponibili è quindi quella di una ripresa parziale, interrotta da nuovi episodi di crisi, non di una riapertura duratura. Gli Stati Uniti possono mantenere operativo un corridoio per un certo periodo, ma la protezione militare non può sostituire la fiducia commerciale.
Finché assicuratori, equipaggi e armatori non considereranno la rotta stabilmente sicura, Hormuz resterà un collo di bottiglia energetico globale, anche quando alcune petroliere riusciranno a passare.