Le simulazioni confrontano la superficie bruciata annualmente nel periodo 2070-2100 con la media attuale, basata sul periodo di riferimento 2000-2030. Nello scenario a basse emissioni SSP1-2.6, associato a un aumento della temperatura globale di circa 1,8 °C rispetto all’epoca preindustriale, la superficie bruciata crescerebbe di circa il 39%. Nello scenario ad alte emissioni SSP3-7.0, con un riscaldamento vicino a 3,6 °C, l’aumento arriverebbe a circa il 192%: quasi tre volte i livelli odierni.
Il messaggio centrale dei ricercatori è chiaro: una gestione più efficace del territorio e degli incendi può ridurre la superficie colpita, ma non può compensare completamente un riscaldamento incontrollato.
Il Mediterraneo resterà il principale punto caldo. Temperature più elevate e condizioni più secche aggraverebbero un clima già favorevole alla propagazione degli incendi, soprattutto quando la vegetazione diventa altamente infiammabile.
Il rischio, però, non sarebbe confinato al Sud Europa. Lo studio indica un aumento dell’esposizione anche in aree dell’Europa occidentale e centrale, storicamente meno abituate a incendi di grande estensione. La combinazione di caldo intenso, deficit di umidità nel suolo e vento può prosciugare i combustibili vegetali e accelerare la propagazione delle fiamme.
Altri studi recenti rilevano che le condizioni meteorologiche estreme favorevoli agli incendi sono già diventate più frequenti e intense nella Penisola iberica, nell’Europa centrale e in alcune zone dell’Europa orientale, con un’espansione verso nord all’aumentare del riscaldamento globale.
I dati della Commissione europea aiutano a capire perché queste proiezioni siano considerate urgenti. Al 19 agosto 2026, gli incendi avevano già bruciato 616.202 ettari in Europa: più del doppio della media 2006-2025, pari a 280.045 ettari nello stesso momento dell’anno. Il dato restava comunque inferiore a quello registrato nel 2025, la stagione peggiore mai rilevata nell’Unione europea.
Nel 2025, secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, nell’UE erano andati distrutti 1.079.538 ettari, una superficie paragonabile a quella di Cipro.
Anche il conto economico è già molto elevato. All’inizio di agosto, le stime preliminari sui roghi dell’estate 2026 indicavano costi compresi tra 15,6 e 19,1 miliardi di euro, includendo danni a edifici e infrastrutture, spese per lo spegnimento, rimozione dei detriti e possibili risarcimenti assicurativi. Si tratta di valutazioni provvisorie, il cui importo varia in base alla metodologia e alle voci considerate.
La Commissione europea stima inoltre che i danni a proprietà e infrastrutture causati dagli incendi costino all’UE circa 2,5 miliardi di euro ogni anno, senza includere pienamente le perdite per la salute, gli ecosistemi, l’agricoltura, le foreste e il turismo.
Gli investimenti non servono soltanto a spegnere gli incendi già divampati. La prevenzione può ridurre la probabilità che una piccola accensione si trasformi in un disastro. Tra gli interventi indicati rientrano:
Individuare prima i focolai e intervenire rapidamente può contenere molti incendi, riducendo la superficie bruciata e i costi successivi di ricostruzione e ripristino. L’Unione europea promuove un approccio integrato alla gestione del rischio e una gestione sostenibile dei combustibili vegetali.
Gli incendi più pericolosi nascono dalla sovrapposizione di caldo estremo, siccità e vento. In queste condizioni possono diventare troppo rapidi, intensi e vasti per essere controllati con sistemi progettati sulla base delle condizioni climatiche del passato.
Per questo la risposta indicata dalla ricerca deve procedere su due binari. Da un lato, i Paesi devono rafforzare subito prevenzione, pianificazione territoriale, allerta e capacità operative, con soluzioni adattate alle caratteristiche delle singole regioni. Dall’altro, devono ridurre rapidamente le emissioni di gas serra, così da limitare l’aggravarsi delle condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi.
La preparazione può ridurre i danni, ma non può eliminare il rischio creato da un clima sempre più caldo e secco. Senza una forte azione sulle emissioni, avvertono i ricercatori, l’adattamento rischia di non tenere il passo con l’escalation degli incendi.
Le simulazioni confrontano la superficie bruciata annualmente nel periodo 2070-2100 con la media attuale, basata sul periodo di riferimento 2000-2030. Nello scenario a basse emissioni SSP1-2.6, associato a un aumento della temperatura globale di circa 1,8 °C rispetto all’epoca preindustriale, la superficie bruciata crescerebbe di circa il 39%. Nello scenario ad alte emissioni SSP3-7.0, con un riscaldamento vicino a 3,6 °C, l’aumento arriverebbe a circa il 192%: quasi tre volte i livelli odierni.
Il messaggio centrale dei ricercatori è chiaro: una gestione più efficace del territorio e degli incendi può ridurre la superficie colpita, ma non può compensare completamente un riscaldamento incontrollato.
Il Mediterraneo resterà il principale punto caldo. Temperature più elevate e condizioni più secche aggraverebbero un clima già favorevole alla propagazione degli incendi, soprattutto quando la vegetazione diventa altamente infiammabile.
Il rischio, però, non sarebbe confinato al Sud Europa. Lo studio indica un aumento dell’esposizione anche in aree dell’Europa occidentale e centrale, storicamente meno abituate a incendi di grande estensione. La combinazione di caldo intenso, deficit di umidità nel suolo e vento può prosciugare i combustibili vegetali e accelerare la propagazione delle fiamme.
Altri studi recenti rilevano che le condizioni meteorologiche estreme favorevoli agli incendi sono già diventate più frequenti e intense nella Penisola iberica, nell’Europa centrale e in alcune zone dell’Europa orientale, con un’espansione verso nord all’aumentare del riscaldamento globale.
I dati della Commissione europea aiutano a capire perché queste proiezioni siano considerate urgenti. Al 19 agosto 2026, gli incendi avevano già bruciato 616.202 ettari in Europa: più del doppio della media 2006-2025, pari a 280.045 ettari nello stesso momento dell’anno. Il dato restava comunque inferiore a quello registrato nel 2025, la stagione peggiore mai rilevata nell’Unione europea.
Nel 2025, secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, nell’UE erano andati distrutti 1.079.538 ettari, una superficie paragonabile a quella di Cipro.
Anche il conto economico è già molto elevato. All’inizio di agosto, le stime preliminari sui roghi dell’estate 2026 indicavano costi compresi tra 15,6 e 19,1 miliardi di euro, includendo danni a edifici e infrastrutture, spese per lo spegnimento, rimozione dei detriti e possibili risarcimenti assicurativi. Si tratta di valutazioni provvisorie, il cui importo varia in base alla metodologia e alle voci considerate.
La Commissione europea stima inoltre che i danni a proprietà e infrastrutture causati dagli incendi costino all’UE circa 2,5 miliardi di euro ogni anno, senza includere pienamente le perdite per la salute, gli ecosistemi, l’agricoltura, le foreste e il turismo.
Gli investimenti non servono soltanto a spegnere gli incendi già divampati. La prevenzione può ridurre la probabilità che una piccola accensione si trasformi in un disastro. Tra gli interventi indicati rientrano:
Individuare prima i focolai e intervenire rapidamente può contenere molti incendi, riducendo la superficie bruciata e i costi successivi di ricostruzione e ripristino. L’Unione europea promuove un approccio integrato alla gestione del rischio e una gestione sostenibile dei combustibili vegetali.
Gli incendi più pericolosi nascono dalla sovrapposizione di caldo estremo, siccità e vento. In queste condizioni possono diventare troppo rapidi, intensi e vasti per essere controllati con sistemi progettati sulla base delle condizioni climatiche del passato.
Per questo la risposta indicata dalla ricerca deve procedere su due binari. Da un lato, i Paesi devono rafforzare subito prevenzione, pianificazione territoriale, allerta e capacità operative, con soluzioni adattate alle caratteristiche delle singole regioni. Dall’altro, devono ridurre rapidamente le emissioni di gas serra, così da limitare l’aggravarsi delle condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi.
La preparazione può ridurre i danni, ma non può eliminare il rischio creato da un clima sempre più caldo e secco. Senza una forte azione sulle emissioni, avvertono i ricercatori, l’adattamento rischia di non tenere il passo con l’escalation degli incendi.