Secondo gli economisti, la storia dei grandi cambiamenti tecnologici mostra come l’euforia possa trasformarsi in una fase di rivalutazione dei prezzi, anche quando la tecnologia sottostante mantiene un potenziale concreto. Per l’area euro, i principali canali di trasmissione sarebbero due: l’esposizione diretta degli investitori alle grandi società statunitensi e l’effetto indiretto di una minore fiducia, condizioni di finanziamento più rigide e valutazioni elevate anche sui mercati europei.
Un punto richiede particolare precisione. Il materiale della BCE citato nelle fonti parla di circa 440 miliardi di euro di esposizione delle famiglie dell’area euro alle azioni delle “Magnifiche Sette”, il gruppo composto dalle principali società tecnologiche statunitensi.
La cifra di 880 miliardi di euro indicata nella domanda non è supportata dalle evidenze disponibili. Potrebbe derivare da un perimetro diverso, oppure dal raddoppio dell’ammontare riportato, ma non può essere presentata come il dato della BCE.
L’esposizione non riguarda necessariamente soltanto acquisti diretti di azioni. Una parte può essere detenuta, ad esempio, attraverso fondi indicizzati, prodotti di risparmio previdenziale e altri strumenti che replicano gli indici di mercato. Se i titoli più pesanti negli indici subissero un forte ribasso, l’impatto potrebbe quindi raggiungere anche investitori che non hanno scelto individualmente ciascuna società.
Tra gli indicatori osservati dagli analisti c’è il CAPE di Shiller, cioè il rapporto tra il prezzo dell’indice S&P 500 e la media degli utili reali dei dieci anni precedenti. Il suo scopo è attenuare l’effetto dei normali cicli degli utili.
Il CAPE si è portato intorno a 41, un livello vicino ai massimi raggiunti dall’indice prima del picco della bolla dot-com del 2000. Un’altra rilevazione disponibile lo colloca a 41,4 nel luglio 2026. Questi numeri non dicono quando arriverà un ribasso e non dimostrano da soli l’esistenza di una bolla; indicano però che gli investitori stanno pagando prezzi elevati rispetto agli utili di lungo periodo.
Anche gli investimenti tecnologici statunitensi, misurati in rapporto al prodotto interno lordo, hanno superato il precedente picco degli anni Novanta. Goldman Sachs Research osserva inoltre che i piani di spesa delle principali società cloud e di calcolo per il 2026 sono aumentati sensibilmente rispetto alle stime di pochi mesi prima.
La Federal Reserve ha segnalato, in termini più generali, che le pressioni sulle valutazioni degli asset sono elevate: i rapporti prezzo/utili delle società quotate si trovano nella fascia alta della loro distribuzione storica, sostenuti dalle aspettative di una forte crescita degli utili tecnologici e da un’elevata propensione al rischio.
È importante non attribuire però alla Fed tutti i numeri circolati sul CAPE, sull’investimento tecnologico o sui livelli record dell’S&P 500. Le fonti disponibili mostrano una valutazione generale dei rischi da parte dello staff della Federal Reserve, non una serie di avvertimenti ufficiali della banca centrale su ciascuna di queste cifre.
La costruzione dell’infrastruttura necessaria all’IA richiede data center, chip, reti e sistemi energetici. Per finanziarla, il settore sta facendo ricorso sempre più anche al mercato obbligazionario e a forme di credito alternative.
Le stime raccolte da Goldman Sachs indicano quasi 500 miliardi di dollari di debito collegato all’IA emesso nel 2026. Morgan Stanley aveva previsto emissioni globali vicine ai 570 miliardi di dollari per l’intero anno, dopo circa 236 miliardi già collocati al 31 maggio.
Secondo Reuters, il debito legato all’IA era arrivato a rappresentare quasi il 15% delle emissioni di obbligazioni societarie con rating investment grade. L’aumento dei volumi sta spingendo banche e società a utilizzare strutture di finanziamento sempre più articolate per sostenere data center e catene di fornitura dei semiconduttori.
Il problema non è automaticamente l’insolvenza delle grandi aziende tecnologiche. Molte dispongono di ricavi, profitti, flussi di cassa e bilanci più solidi rispetto alle società simbolo della bolla dot-com. Il timore riguarda piuttosto la possibilità che la spesa per la capacità di calcolo e il servizio del debito crescano più rapidamente dei ricavi che l’IA riuscirà alla fine a generare.
Leasing, veicoli societari dedicati, credito privato, fondi infrastrutturali e forme di finanziamento basate sugli asset possono distribuire il rischio al di là dei bilanci più visibili dei grandi gruppi tecnologici.
Questo può rendere meno immediata la lettura della leva finanziaria, delle scadenze di rifinanziamento e dell’identità dei soggetti che detengono il rischio finale. Il paragone con la bolla dot-com serve a evidenziare un possibile meccanismo: rischi apparentemente circoscritti possono diventare più ampi quando fiducia, credito e prezzi degli asset si muovono nella stessa direzione.
Il confronto non dimostra che le strutture odierne siano identiche a quelle di allora. La differenza principale resta la qualità economica di molte società attuali, che hanno attività operative e utili reali. Per questo alcuni osservatori considerano più plausibile uno sgonfiamento graduale delle valutazioni — con rendimenti che nel tempo raggiungono la crescita degli utili — rispetto a un collasso immediato dell’intero comparto.
Una brusca vendita dei titoli tecnologici statunitensi potrebbe ridurre la ricchezza finanziaria delle famiglie, indebolire la fiducia di consumatori e imprese e rendere più costoso il credito. Le società potrebbero reagire rinviando investimenti e rallentando le assunzioni.
L’area euro sarebbe esposta anche senza essere il principale mercato del rally. Da un lato, famiglie, fondi e investitori istituzionali detengono attività legate alle Magnifiche Sette; dall’altro, l’economia europea dipende dalle condizioni finanziarie globali. Un calo della fiducia a Wall Street potrebbe quindi trasmettersi ai mercati europei attraverso prezzi più bassi, minore propensione al rischio e finanziamenti meno favorevoli.
La BCE segnala inoltre che oggi le autorità monetarie e fiscali potrebbero avere meno spazio di manovra rispetto all’epoca della bolla dot-com per attutire gli effetti di una recessione con ampi tagli dei tassi o forti stimoli di bilancio. Una correzione disordinata avrebbe così il potenziale di produrre costi economici maggiori.
Il confronto corretto non è tra “IA utile” e “IA inutile”. È tra il valore che i mercati stanno già attribuendo alla tecnologia e i risultati che le aziende dovranno ottenere per giustificarlo.
Le società tecnologiche più grandi partono da una posizione più robusta rispetto a molte imprese della bolla dot-com. Ma bilanci solidi non cancellano il rischio di un eccesso di investimenti, di un indebitamento troppo concentrato o di una monetizzazione dell’IA più lenta del previsto.
La conclusione degli avvertimenti è quindi prudente, non apocalittica: il rally potrebbe non terminare con un unico “scoppio” della bolla, ma una lunga fase di valutazioni in calo avrebbe comunque effetti su credito, investimenti, occupazione e stabilità finanziaria, in Europa come negli Stati Uniti.