La pressione non riguarda soltanto uno o due impianti. In precedenza, le cronache avevano segnalato restrizioni sul carburante nella maggior parte delle regioni russe e il timore che la carenza di diesel potesse complicare la raccolta agricola nella fascia cerealicola del Paese. Le autorità russe hanno inoltre chiuso o fermato alcune raffinerie dopo gli attacchi, aggravando la tensione sulla capacità nazionale di raffinazione.
La Russia è riuscita a ridurre temporaneamente la pressione sulla capitale trasferendo carburante dalla Siberia verso Mosca e aumentando le importazioni da Bielorussia e India. Secondo Reuters, entro la metà di luglio le forniture nella capitale si erano stabilizzate, mentre la Crimea restava tra le aree più colpite e la produzione nazionale continuava a essere inferiore alla domanda.
La risposta mostra sia la capacità di adattamento della Russia sia il costo degli attacchi. Per proteggere le forniture nella capitale, politicamente sensibile, il carburante deve essere deviato da altre regioni o acquistato all’estero. Non si tratta quindi di un blocco nazionale completo, ma di una rete di distribuzione più costosa e disomogenea: alcune aree assorbono le carenze affinché altre possano continuare a funzionare.
La campagna ucraina si è estesa anche oltre le infrastrutture energetiche, prendendo di mira grandi centri logistici. Dal 18 luglio sarebbero stati attaccati almeno 20 siti di Wildberries, con incendi di vaste proporzioni, merci distrutte o danneggiate e interruzioni nella rete di consegna di uno dei principali operatori russi del commercio online. Un’analisi di Reuters sulle immagini satellitari ha rilevato almeno 1,18 milioni di metri quadrati di spazi di magazzino danneggiati o distrutti: oltre un quinto della capacità dell’azienda, secondo il rapporto.
L’impatto è significativo, ma i numeri vanno letti con cautela. Altre stime collocano l’area interessata tra 1,21 e 1,47 milioni di metri quadrati e le perdite dei venditori tra 215 e 280 miliardi di rubli. Si tratta tuttavia di valutazioni, non di bilanci sottoposti a revisione.
L’Institute for the Study of War ha riferito che, al 16 agosto, le forze ucraine avevano colpito sette dei dieci maggiori centri logistici di Wildberries. Le notizie sulla rimozione del marchio dai camion per le consegne e sulla ricerca di nuovi partner per lo stoccaggio indicano che l’azienda sta cercando di mantenere operativa la rete. Non dimostrano però quanto durerà l’interruzione né quale parte del sistema potrà essere ricostruita.
Anche il valore militare dei magazzini resta oggetto di contestazione. Le autorità ucraine descrivono alcuni nodi logistici come parte di una rete a duplice uso che rifornirebbe lo sforzo bellico. Le prove disponibili, però, non stabiliscono che le strutture commerciali di Wildberries fossero consapevolmente destinate alla fornitura di componenti per droni o sistemi di navigazione. Il loro ruolo commerciale è più chiaro di qualsiasi funzione militare diretta.
Il 15 agosto l’Ucraina ha dichiarato che missili FP-5 Flamingo prodotti internamente avevano colpito il Progress Rocket and Space Center di Samara, a circa 900 chilometri dal confine ucraino. La struttura è collegata a Roscosmos, l’agenzia spaziale statale russa, ed è associata alla produzione di vettori spaziali e componenti elettronici.
Le autorità militari ucraine e le notizie successive hanno parlato di un incendio esteso per circa 5.000 metri quadrati. Nell’area industriale si trova anche lo stabilimento aeronautico Aviakor, ma l’entità precisa dei danni a ciascuna struttura resta incerta e le conferme indipendenti sulle perdite produttive sono limitate.
Il significato dell’attacco, quindi, non sta tanto in una stima verificata della produzione distrutta quanto in ciò che dimostra: l’Ucraina è in grado di raggiungere siti industriali strategici situati nel cuore della Russia. Questo può costringere Mosca a spendere di più per la difesa aerea, la dispersione degli impianti, le riparazioni e la continuità operativa. Sulla base delle prove disponibili, non dimostra però che la base industriale-militare russa sia stata definitivamente messa fuori uso.
Gli effetti economici emergono anche dal comportamento delle famiglie. I dati della Banca centrale russa citati dalla stampa mostrano che il contante in circolazione è aumentato di 286,4 miliardi di rubli nelle prime due settimane di agosto, dopo un deflusso dagli istituti bancari stimato in 7,3 miliardi di dollari a luglio.
I prelievi sono compatibili con una maggiore prudenza da parte della popolazione, ma non possono essere attribuiti esclusivamente agli attacchi ucraini. Le notizie citano anche timori per possibili sequestri di beni, interruzioni dei pagamenti, inflazione e per l’economia di guerra nel suo complesso. Il deflusso di contante è quindi un segnale di ansia, non una misura autonoma dell’impatto della campagna sull’opinione pubblica o sul sostegno politico al governo.
Gli attacchi hanno creato una catena di costi indiretti:
La Russia conserva una capacità considerevole di adattamento. Ha ridistribuito le forniture, importato benzina e continuato a operare nonostante i danni alle infrastrutture energetiche e logistiche. Le prove disponibili non sostengono l’idea di un collasso decisivo della produzione militare russa, della stabilità interna o del controllo statale.
La conclusione più solida è invece cumulativa: l’Ucraina sta rendendo la guerra sempre più costosa e difficile da tenere separata dalla vita quotidiana. Il Cremlino riesce ancora a distribuire e assorbire gran parte della pressione, ma il razionamento del carburante a Mosca e nei dintorni, i danni alla logistica commerciale e la crescente cautela delle famiglie mettono in discussione la promessa che il conflitto possa proseguire senza imporre costi significativi alla società russa.