Un’analisi pubblicata su The Lancet Public Health e basata sui dati del Global Burden of Disease 2023 (GBD 2023) stima che nel mondo servano 34,4 milioni di professionisti sanitari aggiuntivi per raggiungere un punteggio di 80 su 100 nell’indice di copertura sanitaria universale effettiva. Si tratta di un obiettivo intermedio, non del livello massimo teoricamente raggiungibile.
La stima comprende:
Il calcolo non consiste semplicemente nel sommare posti vacanti o fabbisogni occupazionali previsti. I ricercatori hanno osservato la densità del personale sanitario nei Paesi che raggiungono già un punteggio UHC di 80, ricavandone una soglia empirica di riferimento. Per questo motivo, i 34,4 milioni non devono essere interpretati come un obiettivo identico per ogni Paese, ma come una stima modellizzata soggetta a margini di incertezza.
Un’analisi GBD precedente aveva stimato che, per raggiungere lo stesso punteggio UHC, fossero necessari almeno 20,7 medici, 70,6 infermieri e ostetriche, 8,2 professionisti dell’odontoiatria e 9,4 professionisti della farmacia ogni 10.000 abitanti.
La nuova analisi utilizza dati aggiornati e un metodo basato sulla densità più bassa osservata nei Paesi che raggiungono il livello UHC di 80. Le soglie risultanti sono diverse: circa 23,8 medici, 64,5 infermieri e ostetriche, 5,2 dentisti e 5,6 farmacisti ogni 10.000 abitanti.
La differenza mostra perché i dati non possano essere messi a confronto senza considerare definizioni, anni di riferimento, categorie professionali e obiettivi utilizzati.
L’Asia meridionale presenta il più grande deficit in termini assoluti: si stima che abbia bisogno di circa 13,6 milioni di medici, infermieri, ostetriche, dentisti e farmacisti aggiuntivi. Il dato risente anche delle dimensioni della popolazione dell’area.
L’Africa subsahariana, invece, registra nel 2023 le densità più basse per quasi tutte le categorie professionali, con l’eccezione principale degli operatori sanitari di comunità. I Paesi ad alto reddito presentano le densità più elevate.
In altre parole, l’Asia meridionale affronta soprattutto un enorme divario numerico, mentre l’Africa subsahariana deve fare i conti con una disponibilità di personale eccezionalmente bassa rispetto alla popolazione e ai bisogni sanitari.
Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità e quelle dell’analisi Lancet/GBD non misurano esattamente la stessa cosa.
L’OMS aveva stimato un deficit globale basato sui bisogni sanitari pari a 20 milioni di operatori nel 2013, sceso a 15 milioni nel 2020 e previsto a 10 milioni nel 2030.
La cifra di 34,4 milioni calcolata dal GBD, invece, è legata al raggiungimento di un punteggio UHC di 80 su 100, considera gruppi professionali specifici e utilizza come riferimento i Paesi che hanno già raggiunto quella soglia. Una stima più bassa dell’OMS non contraddice quindi necessariamente quella del GBD: può riflettere un diverso standard di servizio, un perimetro professionale più ristretto o un altro orizzonte temporale.
Aumentare i posti nelle università e le assunzioni è indispensabile, ma da solo non risolve il problema. Se gli impieghi restano mal pagati, precari, pericolosi o privi di prospettive, il risultato può essere un aumento del turnover, delle disuguaglianze interne e della migrazione dei professionisti verso Paesi più ricchi.
Le politiche più efficaci dovrebbero includere:
Il paradosso, dunque, è evidente: dal 1990 il mondo ha aggiunto oltre 80 milioni di operatori sanitari, in gran parte grazie al lavoro delle donne, ma la distribuzione iniqua, gli investimenti insufficienti, la difficoltà di trattenere il personale e le gerarchie professionali legate al genere continuano a lasciare molti Paesi lontani dalla capacità necessaria anche per una copertura sanitaria universale moderata.