Le aspettative sui derivati dei tassi sono cambiate rapidamente. Secondo i dati di Tokyo Tanshi citati da Reuters, la probabilità implicita di un rialzo a settembre è salita dal 24% dopo la riunione del 30 luglio al 76% il 13 agosto. Altre stime contemporanee hanno indicato probabilità intorno al 79-81%.
Queste percentuali sono variabili e non equivalgono a un impegno della banca centrale. Mostrano però che, a metà agosto, un rialzo nella riunione del 17-18 settembre era diventato lo scenario di riferimento per molti operatori.
Il segnale più diretto arriva da Reuters, secondo cui tre fonti a conoscenza delle valutazioni della banca centrale ritengono possibile un rialzo già a settembre. Le stesse fonti hanno riferito che la BOJ starebbe considerando un ritmo di aumenti più aggressivo rispetto all’attuale cadenza, pari a circa due rialzi all’anno.
È un’indicazione rilevante, ma va interpretata con cautela: si tratta di informazioni attribuite a fonti anonime e non di una decisione ufficiale del consiglio direttivo. Anche il calendario di interventi pubblici di alcuni esponenti BOJ prima della riunione potrebbe offrire indizi sul tono della comunicazione della banca centrale.
A fine luglio la BOJ ha lasciato il tasso all’1%, ma ha segnalato per la prima volta il rischio che l’inflazione di fondo possa superare l’obiettivo e ha posto l’accento sui rischi al rialzo per i prezzi. Il governatore Kazuo Ueda ha indicato che la discussione sulla politica monetaria sarebbe proseguita a partire dalla riunione di settembre.
Anche i dati di luglio sui prezzi all’ingrosso hanno mostrato pressioni diffuse sui costi, rafforzando le aspettative di un nuovo rialzo.
Il ragionamento di fondo è che un tasso nominale dell’1% resta relativamente accomodante se confrontato con un’inflazione vicina al 2%. In altre parole, il costo del denaro corretto per l’inflazione — il tasso reale — rimane negativo: per la BOJ, questo lascia ancora spazio per ridurre lo stimolo monetario senza passare necessariamente a una politica restrittiva.
Kenya Koshimizu, responsabile dei mercati di Mizuho, considera “piuttosto alta” la probabilità di un rialzo a settembre e prevede che la BOJ possa ridurre l’intervallo tra un intervento e l’altro. La sua ipotesi prevede due ulteriori aumenti da 25 punti base entro la fine dell’anno, che porterebbero il tasso all’1,5%.
Si tratta tuttavia della previsione di un operatore di mercato, non di una guidance della BOJ. Anche le stime sul tasso terminale — cioè il livello a cui i tassi potrebbero stabilizzarsi nel lungo periodo — sono molto diverse. Alcune valutazioni indicano un intervallo tra l’1,5% e l’1,75%; altri analisti ritengono possibile un livello superiore al 2%. Sono opinioni esterne e non esiste, sulla base delle informazioni disponibili, un obiettivo ufficiale condiviso dalla banca centrale.
La debolezza dello yen è uno dei motivi principali per cui un rialzo dei tassi è tornato al centro del dibattito. Un cambio sfavorevole aumenta il costo delle importazioni e può alimentare l’inflazione per famiglie e imprese.
A fine luglio il Giappone ha acquistato yen vendendo dollari in un’operazione coordinata con il Tesoro statunitense, descritta come un intervento congiunto raro. La valuta è risalita dopo aver sfiorato livelli vicini a 164 yen per dollaro, ma in seguito ha perso parte dei guadagni e si è riportata intorno a 159,20-159,30.
L’intervento sul mercato dei cambi può guadagnare tempo, ma secondo diversi analisti non è sufficiente a sostenere lo yen in modo duraturo se non viene accompagnato da fondamentali più solidi e da una politica monetaria meno espansiva. Il differenziale tra i tassi giapponesi e quelli statunitensi resta infatti una delle principali forze alla base della debolezza dello yen.
La soglia dei 160 yen per dollaro è considerata un livello particolarmente sensibile: un nuovo avvicinamento potrebbe aumentare il rischio di ulteriori interventi, ma anche la pressione sulla BOJ affinché agisca direttamente sul divario dei rendimenti.
Negli Stati Uniti, dati più deboli sull’attività economica e un’inflazione relativamente contenuta hanno ridotto le aspettative di un rialzo immediato da parte della Federal Reserve. A metà agosto i trader stimavano una probabilità di circa il 31% per un rialzo a settembre e del 69% entro dicembre.
Se la BOJ aumentasse i tassi mentre la Fed rinviasse il proprio intervento, la divergenza attesa tra le due politiche monetarie diventerebbe meno sfavorevole allo yen. Il differenziale effettivo dei tassi tra Giappone e Stati Uniti resterebbe comunque ampio, quindi l’effetto sul cambio non sarebbe automatico né necessariamente duraturo.
L’economia giapponese è cresciuta soltanto dello 0,3% nel secondo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti, pari all’1,1% su base annualizzata. Il dato è risultato inferiore alla previsione del 2% e ha riflesso la debolezza dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese.
In condizioni normali, un rallentamento di questo tipo renderebbe più prudente una banca centrale. Reuters ha tuttavia riferito che il dato, da solo, difficilmente dovrebbe compromettere l’ipotesi di un rialzo nel breve periodo.
La BOJ deve quindi bilanciare due rischi opposti: stringere troppo presto in un’economia fragile oppure mantenere condizioni troppo accomodanti mentre l’inflazione e la debolezza dello yen continuano a erodere il potere d’acquisto.
Un ritmo più rapido dipenderà dall’evoluzione dell’inflazione, dal cambio e dalla capacità dell’economia di assorbire costi di finanziamento più elevati. Anche la situazione fiscale giapponese rende politicamente e finanziariamente delicato un aumento deciso dei rendimenti dei titoli di Stato.
Esiste inoltre incertezza sul tasso neutrale, cioè il livello che non stimola né frena l’economia. Se gli investimenti in capitale generassero aumenti duraturi della produttività, il tasso neutrale potrebbe salire e giustificare un livello finale dei tassi più elevato. Ma le informazioni disponibili non dimostrano che la BOJ abbia già fissato una destinazione precisa, come l’1,5%, l’1,75% o un livello superiore al 2%.
Nel complesso, le prove favoriscono l’ipotesi di un rialzo alla riunione del 17-18 settembre: le aspettative di mercato sono vicine all’80%, le indiscrezioni indicano che una mossa anticipata è in discussione, l’inflazione resta una preoccupazione e lo yen continua a essere vulnerabile.
Un passaggio a interventi trimestrali è plausibile soprattutto se persistono le pressioni sui prezzi e sul cambio. Tuttavia, la crescita debole, la sensibilità dei conti pubblici e la possibilità di nuove operazioni sul mercato valutario potrebbero spingere la BOJ a procedere gradualmente. Il rialzo di settembre appare dunque probabile, ma né quello né un tasso all’1,5% entro fine anno sono ancora certezze.
Le aspettative sui derivati dei tassi sono cambiate rapidamente. Secondo i dati di Tokyo Tanshi citati da Reuters, la probabilità implicita di un rialzo a settembre è salita dal 24% dopo la riunione del 30 luglio al 76% il 13 agosto. Altre stime contemporanee hanno indicato probabilità intorno al 79-81%.
Queste percentuali sono variabili e non equivalgono a un impegno della banca centrale. Mostrano però che, a metà agosto, un rialzo nella riunione del 17-18 settembre era diventato lo scenario di riferimento per molti operatori.
Il segnale più diretto arriva da Reuters, secondo cui tre fonti a conoscenza delle valutazioni della banca centrale ritengono possibile un rialzo già a settembre. Le stesse fonti hanno riferito che la BOJ starebbe considerando un ritmo di aumenti più aggressivo rispetto all’attuale cadenza, pari a circa due rialzi all’anno.
È un’indicazione rilevante, ma va interpretata con cautela: si tratta di informazioni attribuite a fonti anonime e non di una decisione ufficiale del consiglio direttivo. Anche il calendario di interventi pubblici di alcuni esponenti BOJ prima della riunione potrebbe offrire indizi sul tono della comunicazione della banca centrale.
A fine luglio la BOJ ha lasciato il tasso all’1%, ma ha segnalato per la prima volta il rischio che l’inflazione di fondo possa superare l’obiettivo e ha posto l’accento sui rischi al rialzo per i prezzi. Il governatore Kazuo Ueda ha indicato che la discussione sulla politica monetaria sarebbe proseguita a partire dalla riunione di settembre.
Anche i dati di luglio sui prezzi all’ingrosso hanno mostrato pressioni diffuse sui costi, rafforzando le aspettative di un nuovo rialzo.
Il ragionamento di fondo è che un tasso nominale dell’1% resta relativamente accomodante se confrontato con un’inflazione vicina al 2%. In altre parole, il costo del denaro corretto per l’inflazione — il tasso reale — rimane negativo: per la BOJ, questo lascia ancora spazio per ridurre lo stimolo monetario senza passare necessariamente a una politica restrittiva.
Kenya Koshimizu, responsabile dei mercati di Mizuho, considera “piuttosto alta” la probabilità di un rialzo a settembre e prevede che la BOJ possa ridurre l’intervallo tra un intervento e l’altro. La sua ipotesi prevede due ulteriori aumenti da 25 punti base entro la fine dell’anno, che porterebbero il tasso all’1,5%.
Si tratta tuttavia della previsione di un operatore di mercato, non di una guidance della BOJ. Anche le stime sul tasso terminale — cioè il livello a cui i tassi potrebbero stabilizzarsi nel lungo periodo — sono molto diverse. Alcune valutazioni indicano un intervallo tra l’1,5% e l’1,75%; altri analisti ritengono possibile un livello superiore al 2%. Sono opinioni esterne e non esiste, sulla base delle informazioni disponibili, un obiettivo ufficiale condiviso dalla banca centrale.
La debolezza dello yen è uno dei motivi principali per cui un rialzo dei tassi è tornato al centro del dibattito. Un cambio sfavorevole aumenta il costo delle importazioni e può alimentare l’inflazione per famiglie e imprese.
A fine luglio il Giappone ha acquistato yen vendendo dollari in un’operazione coordinata con il Tesoro statunitense, descritta come un intervento congiunto raro. La valuta è risalita dopo aver sfiorato livelli vicini a 164 yen per dollaro, ma in seguito ha perso parte dei guadagni e si è riportata intorno a 159,20-159,30.
L’intervento sul mercato dei cambi può guadagnare tempo, ma secondo diversi analisti non è sufficiente a sostenere lo yen in modo duraturo se non viene accompagnato da fondamentali più solidi e da una politica monetaria meno espansiva. Il differenziale tra i tassi giapponesi e quelli statunitensi resta infatti una delle principali forze alla base della debolezza dello yen.
La soglia dei 160 yen per dollaro è considerata un livello particolarmente sensibile: un nuovo avvicinamento potrebbe aumentare il rischio di ulteriori interventi, ma anche la pressione sulla BOJ affinché agisca direttamente sul divario dei rendimenti.
Negli Stati Uniti, dati più deboli sull’attività economica e un’inflazione relativamente contenuta hanno ridotto le aspettative di un rialzo immediato da parte della Federal Reserve. A metà agosto i trader stimavano una probabilità di circa il 31% per un rialzo a settembre e del 69% entro dicembre.
Se la BOJ aumentasse i tassi mentre la Fed rinviasse il proprio intervento, la divergenza attesa tra le due politiche monetarie diventerebbe meno sfavorevole allo yen. Il differenziale effettivo dei tassi tra Giappone e Stati Uniti resterebbe comunque ampio, quindi l’effetto sul cambio non sarebbe automatico né necessariamente duraturo.
L’economia giapponese è cresciuta soltanto dello 0,3% nel secondo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti, pari all’1,1% su base annualizzata. Il dato è risultato inferiore alla previsione del 2% e ha riflesso la debolezza dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese.
In condizioni normali, un rallentamento di questo tipo renderebbe più prudente una banca centrale. Reuters ha tuttavia riferito che il dato, da solo, difficilmente dovrebbe compromettere l’ipotesi di un rialzo nel breve periodo.
La BOJ deve quindi bilanciare due rischi opposti: stringere troppo presto in un’economia fragile oppure mantenere condizioni troppo accomodanti mentre l’inflazione e la debolezza dello yen continuano a erodere il potere d’acquisto.
Un ritmo più rapido dipenderà dall’evoluzione dell’inflazione, dal cambio e dalla capacità dell’economia di assorbire costi di finanziamento più elevati. Anche la situazione fiscale giapponese rende politicamente e finanziariamente delicato un aumento deciso dei rendimenti dei titoli di Stato.
Esiste inoltre incertezza sul tasso neutrale, cioè il livello che non stimola né frena l’economia. Se gli investimenti in capitale generassero aumenti duraturi della produttività, il tasso neutrale potrebbe salire e giustificare un livello finale dei tassi più elevato. Ma le informazioni disponibili non dimostrano che la BOJ abbia già fissato una destinazione precisa, come l’1,5%, l’1,75% o un livello superiore al 2%.
Nel complesso, le prove favoriscono l’ipotesi di un rialzo alla riunione del 17-18 settembre: le aspettative di mercato sono vicine all’80%, le indiscrezioni indicano che una mossa anticipata è in discussione, l’inflazione resta una preoccupazione e lo yen continua a essere vulnerabile.
Un passaggio a interventi trimestrali è plausibile soprattutto se persistono le pressioni sui prezzi e sul cambio. Tuttavia, la crescita debole, la sensibilità dei conti pubblici e la possibilità di nuove operazioni sul mercato valutario potrebbero spingere la BOJ a procedere gradualmente. Il rialzo di settembre appare dunque probabile, ma né quello né un tasso all’1,5% entro fine anno sono ancora certezze.