Le autorità congolesi hanno dichiarato l’epidemia il 15 maggio 2026, dopo aver individuato insoliti gruppi di malattia e decessi nelle comunità. Due giorni dopo, il 17 maggio, l’OMS ha classificato l’evento come emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale.
Si tratta della 17ª epidemia di Ebola registrata nella RDC da quando il virus è stato identificato per la prima volta, nel 1976. Il numero delle vittime ha già superato quello dell’epidemia del 2018-2020, che aveva causato 2.299 morti ed era considerata la più letale nella storia del Paese.
I dati ufficiali indicano i casi confermati, non necessariamente tutte le persone infette. L’OMS ha segnalato una trasmissione intensa e prolungata, con molti casi individuati al di fuori delle liste di contatti già note e un’elevata quota di decessi nelle comunità, invece che nei centri di trattamento. Sono segnali che fanno pensare a catene di contagio ancora non individuate.
L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, una specie distinta dallo Zaire ebolavirus, responsabile di diverse precedenti epidemie. La differenza è importante perché, secondo l’OMS, al momento non esistono un vaccino né un trattamento specifico approvati per la malattia provocata dal Bundibugyo.
I vaccini e le terapie disponibili contro Ebola sono stati sviluppati o autorizzati per altre specie del virus. La risposta clinica si basa quindi soprattutto su diagnosi rapida, isolamento, prevenzione e controllo delle infezioni e assistenza di supporto intensiva. Vaccini e trattamenti candidati sono in fase di valutazione, ma non equivalgono ancora a contromisure approvate e ampiamente disponibili.
Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei di persone malate o decedute, oltre che tramite materiali contaminati. Per interrompere la trasmissione, le squadre sul campo puntano a:
Queste attività sono particolarmente importanti quando le persone si ammalano in casa o muoiono prima di ricevere una diagnosi. Le cure tardive rendono più difficile identificare i contatti e gestire le esposizioni; inoltre, la manipolazione non sicura dei corpi può creare nuove occasioni di contagio.
La risposta si svolge in un contesto segnato da insicurezza, sfollamenti, comunità remote e intensi movimenti di popolazione lungo strade, fiumi e rotte legate all’attività mineraria. Sono coinvolte anche popolazioni altamente mobili e transfrontaliere. Disinformazione e sfiducia possono a loro volta ostacolare il tracciamento dei contatti, la richiesta di cure e le sepolture sicure.
Per questi motivi, i totali ufficiali potrebbero non rappresentare l’intero impatto dell’epidemia. Le informazioni disponibili sostengono il timore di una sottostima, ma non consentono di stabilire con precisione quanti siano i contagi o i decessi non rilevati. Affermazioni su una quota specifica di morti fuori dagli ospedali o su oltre 1.000 persone guarite vanno quindi considerate con cautela, se non sono confermate da un bollettino ufficiale aggiornato.
L’OMS ha avvertito che il rischio di un’ulteriore diffusione nazionale e internazionale resta elevato e che l’epidemia non è sotto controllo. È un avvertimento sulla gravità della trasmissione attuale e sulla necessità di accelerare la risposta, non la previsione che una diffusione internazionale sia inevitabile.
Le autorità della RDC coordinano gli interventi con l’OMS, i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e altri partner. Le attività comprendono il rafforzamento della sorveglianza, dei laboratori, del follow-up dei contatti, della preparazione clinica, delle forniture e del controllo delle infezioni, oltre al coinvolgimento delle comunità e alla preparazione dei Paesi confinanti.
La sfida centrale è chiara: l’epidemia cresce rapidamente mentre il virus responsabile non dispone ancora di un vaccino o di una terapia specifica approvati. Finché le squadre non riusciranno a individuare le catene di contagio sfuggite alla sorveglianza e le comunità non avranno accesso a cure tempestive e affidabili, l’emergenza Ebola nella RDC resterà una grave crisi sanitaria internazionale.
Le autorità congolesi hanno dichiarato l’epidemia il 15 maggio 2026, dopo aver individuato insoliti gruppi di malattia e decessi nelle comunità. Due giorni dopo, il 17 maggio, l’OMS ha classificato l’evento come emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale.
Si tratta della 17ª epidemia di Ebola registrata nella RDC da quando il virus è stato identificato per la prima volta, nel 1976. Il numero delle vittime ha già superato quello dell’epidemia del 2018-2020, che aveva causato 2.299 morti ed era considerata la più letale nella storia del Paese.
I dati ufficiali indicano i casi confermati, non necessariamente tutte le persone infette. L’OMS ha segnalato una trasmissione intensa e prolungata, con molti casi individuati al di fuori delle liste di contatti già note e un’elevata quota di decessi nelle comunità, invece che nei centri di trattamento. Sono segnali che fanno pensare a catene di contagio ancora non individuate.
L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, una specie distinta dallo Zaire ebolavirus, responsabile di diverse precedenti epidemie. La differenza è importante perché, secondo l’OMS, al momento non esistono un vaccino né un trattamento specifico approvati per la malattia provocata dal Bundibugyo.
I vaccini e le terapie disponibili contro Ebola sono stati sviluppati o autorizzati per altre specie del virus. La risposta clinica si basa quindi soprattutto su diagnosi rapida, isolamento, prevenzione e controllo delle infezioni e assistenza di supporto intensiva. Vaccini e trattamenti candidati sono in fase di valutazione, ma non equivalgono ancora a contromisure approvate e ampiamente disponibili.
Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei di persone malate o decedute, oltre che tramite materiali contaminati. Per interrompere la trasmissione, le squadre sul campo puntano a:
Queste attività sono particolarmente importanti quando le persone si ammalano in casa o muoiono prima di ricevere una diagnosi. Le cure tardive rendono più difficile identificare i contatti e gestire le esposizioni; inoltre, la manipolazione non sicura dei corpi può creare nuove occasioni di contagio.
La risposta si svolge in un contesto segnato da insicurezza, sfollamenti, comunità remote e intensi movimenti di popolazione lungo strade, fiumi e rotte legate all’attività mineraria. Sono coinvolte anche popolazioni altamente mobili e transfrontaliere. Disinformazione e sfiducia possono a loro volta ostacolare il tracciamento dei contatti, la richiesta di cure e le sepolture sicure.
Per questi motivi, i totali ufficiali potrebbero non rappresentare l’intero impatto dell’epidemia. Le informazioni disponibili sostengono il timore di una sottostima, ma non consentono di stabilire con precisione quanti siano i contagi o i decessi non rilevati. Affermazioni su una quota specifica di morti fuori dagli ospedali o su oltre 1.000 persone guarite vanno quindi considerate con cautela, se non sono confermate da un bollettino ufficiale aggiornato.
L’OMS ha avvertito che il rischio di un’ulteriore diffusione nazionale e internazionale resta elevato e che l’epidemia non è sotto controllo. È un avvertimento sulla gravità della trasmissione attuale e sulla necessità di accelerare la risposta, non la previsione che una diffusione internazionale sia inevitabile.
Le autorità della RDC coordinano gli interventi con l’OMS, i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) e altri partner. Le attività comprendono il rafforzamento della sorveglianza, dei laboratori, del follow-up dei contatti, della preparazione clinica, delle forniture e del controllo delle infezioni, oltre al coinvolgimento delle comunità e alla preparazione dei Paesi confinanti.
La sfida centrale è chiara: l’epidemia cresce rapidamente mentre il virus responsabile non dispone ancora di un vaccino o di una terapia specifica approvati. Finché le squadre non riusciranno a individuare le catene di contagio sfuggite alla sorveglianza e le comunità non avranno accesso a cure tempestive e affidabili, l’emergenza Ebola nella RDC resterà una grave crisi sanitaria internazionale.