La decisione è arrivata troppo tardi per cancellare completamente l’esercitazione: Ulchi Freedom Shield è iniziata il 17 agosto e gli alleati hanno poi previsto di abbreviare o ridimensionare alcune fasi del programma.
Nel comunicato del 19 agosto, però, i media statali nordcoreani non hanno menzionato l’ordine di Trump. Hanno invece definito l’esercitazione una minaccia militare e affermato che Pyongyang avrebbe continuato a esercitare il proprio diritto all’autodifesa, anche attraverso una «nuova forza avanzata».
Questa omissione non dimostra da sola l’esistenza di un calcolo preciso e segreto. È tuttavia coerente con la più ampia comunicazione strategica nordcoreana. Riconoscere la riduzione americana avrebbe permesso a Pyongyang di convalidare una concessione degli Stati Uniti o la tesi di Trump secondo cui il suo rapporto personale con Kim starebbe producendo risultati. Ignorandola, il Nord ha potuto mantenere l’attenzione sull’esistenza stessa dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud e presentare il proseguimento dello sviluppo militare come necessario indipendentemente dalla portata finale delle manovre.
Anche le motivazioni dichiarate da Trump sono importanti. La riduzione è stata collegata ai costi e al disaccordo con Seul sulla partecipazione alle operazioni contro l’Iran, non è stata presentata pubblicamente come una misura reciproca negoziata con la Corea del Nord.
Questa distinzione limita ciò che il taglio può dimostrare. Può creare incertezza sulla prontezza degli alleati e sul coordinamento della difesa, ma non costituisce di per sé una modifica duratura della politica americana di deterrenza né l’avvio di un processo condiviso tra Washington e Pyongyang. Analisti e organi di stampa hanno inoltre segnalato il rischio che la riduzione favorisca Kim senza offrire alla Corea del Nord una concessione equivalente.
Per Pyongyang, sul piano politico, la disputa offre comunque un vantaggio evidente: consente di sostenere che Washington e Seul siano divise, mantenendo allo stesso tempo la tesi secondo cui la pressione militare resta il problema centrale.
La Corea del Sud ha reagito ai limiti dell’approccio precedente spostandosi dalla formula «denuclearizzazione prima» a una politica del «prima la pace». Il nuovo quadro dà priorità a un congelamento iniziale del programma nucleare nordcoreano attraverso misure reciproche, mantenendo la denuclearizzazione come obiettivo finale.
Non si tratta di un riconoscimento dello status nucleare permanente della Corea del Nord, ma di un tentativo di gestire il rischio nelle condizioni attuali. Un congelamento potrebbe, in linea di principio, rallentare l’espansione dell’arsenale e creare spazio per discussioni più ampie sul controllo degli armamenti o sulla pace. Servirebbero però verifiche, concessioni reciproche e un interlocutore disposto ad accettare limiti concreti.
La posizione espressa da Kim a febbraio va nella direzione opposta. Il governo nordcoreano presenta il proprio status nucleare come un fatto che Washington deve rispettare prima di qualsiasi miglioramento dei rapporti, non come una risorsa da abbandonare all’inizio dei negoziati.
Dopo il fallimento dei negoziati tra Trump e Kim nel 2019, la Corea del Nord ha in larga parte ignorato i tentativi americani e sudcoreani di riaprire il dialogo. Secondo il Congressional Research Service, l’aumento delle capacità militari e nucleari nordcoreane, il partenariato più stretto con la Russia e il miglioramento dei rapporti con la Cina negli ultimi anni potrebbero dare a Pyongyang maggiore sicurezza nel confrontarsi con gli Stati Uniti e i loro alleati.
La Corea del Nord ha inoltre approfondito i rapporti con la Russia. Kim e il presidente russo Vladimir Putin hanno ribadito la cooperazione tra i due Paesi, mentre diverse ricostruzioni hanno evidenziato i legami militari tra Pyongyang e Mosca e l’esperienza sul campo che potrebbe derivarne.
Questi sviluppi riducono la dipendenza di Kim dall’alleggerimento delle sanzioni, che in passato costituiva una parte importante dello scambio diplomatico. Dal punto di vista nordcoreano, diventa quindi più plausibile una trattativa sul modello del controllo degli armamenti: limitare la crescita futura dell’arsenale, accettando implicitamente quello già esistente, invece di tornare alla richiesta di uno smantellamento immediato e completo.
Trump ha detto che Kim avrebbe risposto ai suoi contatti, ma non ha fornito dettagli sulla natura della risposta né su un’eventuale agenda negoziale condivisa. La riduzione delle esercitazioni può creare un’apertura, ma non risolve il disaccordo di fondo.
Washington e Seul dovrebbero decidere se sono disposte a sostenere un congelamento provvisorio in cambio di concessioni reciproche, preservando al tempo stesso la denuclearizzazione come obiettivo di lungo periodo. Pyongyang, dal canto suo, dovrebbe accettare limiti verificabili invece di pretendere il riconoscimento del proprio status nucleare senza restrizioni significative. La riluttanza nordcoreana a riprendere i colloqui dopo il 2019 rende l’esito incerto.
La lezione immediata riguarda quindi meno una svolta diplomatica imminente che una trattativa asimmetrica. Washington e Seul stanno esplorando modi per ridurre la tensione, mentre Pyongyang mantiene il confronto con la Corea del Sud, conserva un canale condizionato con gli Stati Uniti e negozia da una posizione militare più forte rispetto alla precedente fase del dialogo tra Trump e Kim.
La decisione è arrivata troppo tardi per cancellare completamente l’esercitazione: Ulchi Freedom Shield è iniziata il 17 agosto e gli alleati hanno poi previsto di abbreviare o ridimensionare alcune fasi del programma.
Nel comunicato del 19 agosto, però, i media statali nordcoreani non hanno menzionato l’ordine di Trump. Hanno invece definito l’esercitazione una minaccia militare e affermato che Pyongyang avrebbe continuato a esercitare il proprio diritto all’autodifesa, anche attraverso una «nuova forza avanzata».
Questa omissione non dimostra da sola l’esistenza di un calcolo preciso e segreto. È tuttavia coerente con la più ampia comunicazione strategica nordcoreana. Riconoscere la riduzione americana avrebbe permesso a Pyongyang di convalidare una concessione degli Stati Uniti o la tesi di Trump secondo cui il suo rapporto personale con Kim starebbe producendo risultati. Ignorandola, il Nord ha potuto mantenere l’attenzione sull’esistenza stessa dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud e presentare il proseguimento dello sviluppo militare come necessario indipendentemente dalla portata finale delle manovre.
Anche le motivazioni dichiarate da Trump sono importanti. La riduzione è stata collegata ai costi e al disaccordo con Seul sulla partecipazione alle operazioni contro l’Iran, non è stata presentata pubblicamente come una misura reciproca negoziata con la Corea del Nord.
Questa distinzione limita ciò che il taglio può dimostrare. Può creare incertezza sulla prontezza degli alleati e sul coordinamento della difesa, ma non costituisce di per sé una modifica duratura della politica americana di deterrenza né l’avvio di un processo condiviso tra Washington e Pyongyang. Analisti e organi di stampa hanno inoltre segnalato il rischio che la riduzione favorisca Kim senza offrire alla Corea del Nord una concessione equivalente.
Per Pyongyang, sul piano politico, la disputa offre comunque un vantaggio evidente: consente di sostenere che Washington e Seul siano divise, mantenendo allo stesso tempo la tesi secondo cui la pressione militare resta il problema centrale.
La Corea del Sud ha reagito ai limiti dell’approccio precedente spostandosi dalla formula «denuclearizzazione prima» a una politica del «prima la pace». Il nuovo quadro dà priorità a un congelamento iniziale del programma nucleare nordcoreano attraverso misure reciproche, mantenendo la denuclearizzazione come obiettivo finale.
Non si tratta di un riconoscimento dello status nucleare permanente della Corea del Nord, ma di un tentativo di gestire il rischio nelle condizioni attuali. Un congelamento potrebbe, in linea di principio, rallentare l’espansione dell’arsenale e creare spazio per discussioni più ampie sul controllo degli armamenti o sulla pace. Servirebbero però verifiche, concessioni reciproche e un interlocutore disposto ad accettare limiti concreti.
La posizione espressa da Kim a febbraio va nella direzione opposta. Il governo nordcoreano presenta il proprio status nucleare come un fatto che Washington deve rispettare prima di qualsiasi miglioramento dei rapporti, non come una risorsa da abbandonare all’inizio dei negoziati.
Dopo il fallimento dei negoziati tra Trump e Kim nel 2019, la Corea del Nord ha in larga parte ignorato i tentativi americani e sudcoreani di riaprire il dialogo. Secondo il Congressional Research Service, l’aumento delle capacità militari e nucleari nordcoreane, il partenariato più stretto con la Russia e il miglioramento dei rapporti con la Cina negli ultimi anni potrebbero dare a Pyongyang maggiore sicurezza nel confrontarsi con gli Stati Uniti e i loro alleati.
La Corea del Nord ha inoltre approfondito i rapporti con la Russia. Kim e il presidente russo Vladimir Putin hanno ribadito la cooperazione tra i due Paesi, mentre diverse ricostruzioni hanno evidenziato i legami militari tra Pyongyang e Mosca e l’esperienza sul campo che potrebbe derivarne.
Questi sviluppi riducono la dipendenza di Kim dall’alleggerimento delle sanzioni, che in passato costituiva una parte importante dello scambio diplomatico. Dal punto di vista nordcoreano, diventa quindi più plausibile una trattativa sul modello del controllo degli armamenti: limitare la crescita futura dell’arsenale, accettando implicitamente quello già esistente, invece di tornare alla richiesta di uno smantellamento immediato e completo.
Trump ha detto che Kim avrebbe risposto ai suoi contatti, ma non ha fornito dettagli sulla natura della risposta né su un’eventuale agenda negoziale condivisa. La riduzione delle esercitazioni può creare un’apertura, ma non risolve il disaccordo di fondo.
Washington e Seul dovrebbero decidere se sono disposte a sostenere un congelamento provvisorio in cambio di concessioni reciproche, preservando al tempo stesso la denuclearizzazione come obiettivo di lungo periodo. Pyongyang, dal canto suo, dovrebbe accettare limiti verificabili invece di pretendere il riconoscimento del proprio status nucleare senza restrizioni significative. La riluttanza nordcoreana a riprendere i colloqui dopo il 2019 rende l’esito incerto.
La lezione immediata riguarda quindi meno una svolta diplomatica imminente che una trattativa asimmetrica. Washington e Seul stanno esplorando modi per ridurre la tensione, mentre Pyongyang mantiene il confronto con la Corea del Sud, conserva un canale condizionato con gli Stati Uniti e negozia da una posizione militare più forte rispetto alla precedente fase del dialogo tra Trump e Kim.