Hormuz è inoltre una delle principali vie di passaggio del gas naturale liquefatto. Dopo aver sostituito gran parte del gas russo trasportato via gasdotto, l’Europa è diventata più dipendente dal GNL. Durante il conflitto, il Qatar — uno dei maggiori esportatori mondiali — è rimasto fuori dal mercato. Gli acquirenti europei si sono così trovati a competere per un numero più ridotto di carichi disponibili, anche con la domanda asiatica in ripresa.
La situazione degli stoccaggi è stato il segnale più concreto della tensione. Secondo Reuters, il 6 agosto gli impianti dell’Unione europea erano pieni per poco meno del 58%, circa il 57%: il livello più basso per quel periodo dell’anno nelle serie storiche che risalgono al 2011 e 12 punti percentuali sotto l’anno precedente.
La Germania era ancora più esposta. Il 9 agosto le sue caverne di stoccaggio erano piene al 48%, contro il 64% di un anno prima e il 59% della media dell’Unione europea, secondo i dati citati da Reuters. L’amministratore delegato di Uniper ha affermato che i prezzi avrebbero dovuto scendere perché la Germania potesse raggiungere l’obiettivo del 70% entro novembre.
Questi dati non dimostrano che l’Europa sarebbe rimasta senza gas. Mostrano però che il continente disponeva di meno tempo e di una minore flessibilità di prezzo per ricostituire le riserve prima dell’arrivo del freddo.
Il TTF olandese, il principale parametro di riferimento per il gas all’ingrosso in Europa, è arrivato a 61,80 euro per megawattora l’11 agosto. Lo stesso resoconto indicava stoccaggi UE poco al di sotto del 57%, molto lontani dalla media quinquennale di metà agosto, pari a circa il 71%, mentre la competizione tra Europa e Asia per i carichi di GNL si intensificava.
Uniper prevedeva separatamente prezzi europei intorno a 50-60 euro per megawattora finché Hormuz fosse rimasto chiuso.
Il materiale disponibile non consente però un confronto omogeneo e affidabile con il 2025 o con un preciso livello precedente alla crisi. È quindi più prudente parlare di un netto rimbalzo legato al conflitto e di un avvertimento sui costi invernali, senza attribuire una percentuale precisa all’aumento rispetto ai periodi precedenti.
L’incertezza energetica ha sostenuto il petrolio e favorito in alcuni momenti i titoli del comparto energetico, ma non ha provocato la grande fuga dalle azioni europee ipotizzata nello scenario iniziale. Reuters ha riferito che lo STOXX 600 ha chiuso pressoché invariato a 659,24 punti il 13 agosto, dopo essersi allontanato dai massimi storici; anche il 10 e l’11 agosto l’indice era rimasto stabile vicino ai record.
A bilanciare i timori geopolitici hanno contribuito i risultati societari solidi e i guadagni dei settori difensivi. Il 13 agosto, invece, il calo delle materie prime ha pesato sui titoli energetici e minerari.
Le fonti disponibili non verificano movimenti specifici di metà agosto per il DAX tedesco o il CAC 40 francese e non sostengono l’idea che le Borse europee fossero entrate in un crollo generalizzato. Il segnale del mercato era più sfumato: gli investitori stavano valutando seriamente il rischio di approvvigionamento, senza però abbandonare in massa le azioni europee.
Uno shock energetico prolungato genera normalmente due pressioni opposte per i responsabili della politica economica europea. Gas e petrolio più costosi aumentano le spese di famiglie e imprese, riaccendendo nel breve periodo la pressione inflazionistica. Allo stesso tempo, l’energia cara può indebolire la produzione industriale, il potere d’acquisto e la crescita.
È una combinazione vicina al rischio di stagflazione evidenziato dal Chief Economists’ Outlook del World Economic Forum di maggio 2026, che descriveva per l’Europa una crescita più debole, shock energetici e rischi crescenti di stagflazione.
Un’inflazione più elevata renderebbe più difficile per la Banca centrale europea procedere rapidamente con un allentamento monetario. Le prove disponibili, però, non stabiliscono un consenso di mercato su specifici rialzi dei tassi BCE in arrivo: eventuali aumenti certi vanno quindi considerati non verificati, non come un percorso già deciso.
Il World Economic Forum ha riferito che gli impianti di stoccaggio europei potrebbero concludere la stagione di ricostituzione — che normalmente va da aprile a ottobre — con una capacità utilizzata soltanto al 76%, secondo Wood Mackenzie. In quel caso l’Europa entrerebbe nell’inverno con scorte ai minimi da 15 anni, con il rischio di prezzi più alti per famiglie e imprese.
La formulazione è importante: si tratta di una previsione e di un avvertimento sul rischio, non della prova che le scorte avessero già raggiunto un minimo quindicennale o che il razionamento invernale fosse inevitabile.
La Commissione europea ha inoltre proposto di prorogare fino alla fine del 2027 le regole sugli stoccaggi di gas e di introdurre maggiore flessibilità sui tempi di riempimento degli impianti. È un segnale di un tentativo di rendere più adattabile la politica delle riserve, ma non risolve da solo il problema immediato del GNL limitato e dei prezzi elevati.
Le prove più solide sostengono questa sequenza:
Il materiale disponibile non documenta in modo sufficientemente affidabile le presunte restrizioni alla navigazione sul Reno, i tagli alla produzione nucleare dovuti alle ondate di calore, uno specifico blocco navale statunitense a tempo indefinito o i dettagli di un regime sloveno di razionamento dei carburanti. Queste affermazioni non dovrebbero essere usate per rafforzare il quadro oltre quanto consentito dai dati documentati su gas, trasporti marittimi e mercati.
La vulnerabilità europea era reale: scorte ridotte, forniture mediorientali interrotte e competizione per il GNL lasciavano meno spazio per assorbire un inverno freddo o una nuova interruzione. Ma a metà agosto le prove descrivevano una pericolosa stretta energetica e uno scenario credibile di rischio invernale — non ancora la peggiore crisi energetica e finanziaria europea dal 2022.
Hormuz è inoltre una delle principali vie di passaggio del gas naturale liquefatto. Dopo aver sostituito gran parte del gas russo trasportato via gasdotto, l’Europa è diventata più dipendente dal GNL. Durante il conflitto, il Qatar — uno dei maggiori esportatori mondiali — è rimasto fuori dal mercato. Gli acquirenti europei si sono così trovati a competere per un numero più ridotto di carichi disponibili, anche con la domanda asiatica in ripresa.
La situazione degli stoccaggi è stato il segnale più concreto della tensione. Secondo Reuters, il 6 agosto gli impianti dell’Unione europea erano pieni per poco meno del 58%, circa il 57%: il livello più basso per quel periodo dell’anno nelle serie storiche che risalgono al 2011 e 12 punti percentuali sotto l’anno precedente.
La Germania era ancora più esposta. Il 9 agosto le sue caverne di stoccaggio erano piene al 48%, contro il 64% di un anno prima e il 59% della media dell’Unione europea, secondo i dati citati da Reuters. L’amministratore delegato di Uniper ha affermato che i prezzi avrebbero dovuto scendere perché la Germania potesse raggiungere l’obiettivo del 70% entro novembre.
Questi dati non dimostrano che l’Europa sarebbe rimasta senza gas. Mostrano però che il continente disponeva di meno tempo e di una minore flessibilità di prezzo per ricostituire le riserve prima dell’arrivo del freddo.
Il TTF olandese, il principale parametro di riferimento per il gas all’ingrosso in Europa, è arrivato a 61,80 euro per megawattora l’11 agosto. Lo stesso resoconto indicava stoccaggi UE poco al di sotto del 57%, molto lontani dalla media quinquennale di metà agosto, pari a circa il 71%, mentre la competizione tra Europa e Asia per i carichi di GNL si intensificava.
Uniper prevedeva separatamente prezzi europei intorno a 50-60 euro per megawattora finché Hormuz fosse rimasto chiuso.
Il materiale disponibile non consente però un confronto omogeneo e affidabile con il 2025 o con un preciso livello precedente alla crisi. È quindi più prudente parlare di un netto rimbalzo legato al conflitto e di un avvertimento sui costi invernali, senza attribuire una percentuale precisa all’aumento rispetto ai periodi precedenti.
L’incertezza energetica ha sostenuto il petrolio e favorito in alcuni momenti i titoli del comparto energetico, ma non ha provocato la grande fuga dalle azioni europee ipotizzata nello scenario iniziale. Reuters ha riferito che lo STOXX 600 ha chiuso pressoché invariato a 659,24 punti il 13 agosto, dopo essersi allontanato dai massimi storici; anche il 10 e l’11 agosto l’indice era rimasto stabile vicino ai record.
A bilanciare i timori geopolitici hanno contribuito i risultati societari solidi e i guadagni dei settori difensivi. Il 13 agosto, invece, il calo delle materie prime ha pesato sui titoli energetici e minerari.
Le fonti disponibili non verificano movimenti specifici di metà agosto per il DAX tedesco o il CAC 40 francese e non sostengono l’idea che le Borse europee fossero entrate in un crollo generalizzato. Il segnale del mercato era più sfumato: gli investitori stavano valutando seriamente il rischio di approvvigionamento, senza però abbandonare in massa le azioni europee.
Uno shock energetico prolungato genera normalmente due pressioni opposte per i responsabili della politica economica europea. Gas e petrolio più costosi aumentano le spese di famiglie e imprese, riaccendendo nel breve periodo la pressione inflazionistica. Allo stesso tempo, l’energia cara può indebolire la produzione industriale, il potere d’acquisto e la crescita.
È una combinazione vicina al rischio di stagflazione evidenziato dal Chief Economists’ Outlook del World Economic Forum di maggio 2026, che descriveva per l’Europa una crescita più debole, shock energetici e rischi crescenti di stagflazione.
Un’inflazione più elevata renderebbe più difficile per la Banca centrale europea procedere rapidamente con un allentamento monetario. Le prove disponibili, però, non stabiliscono un consenso di mercato su specifici rialzi dei tassi BCE in arrivo: eventuali aumenti certi vanno quindi considerati non verificati, non come un percorso già deciso.
Il World Economic Forum ha riferito che gli impianti di stoccaggio europei potrebbero concludere la stagione di ricostituzione — che normalmente va da aprile a ottobre — con una capacità utilizzata soltanto al 76%, secondo Wood Mackenzie. In quel caso l’Europa entrerebbe nell’inverno con scorte ai minimi da 15 anni, con il rischio di prezzi più alti per famiglie e imprese.
La formulazione è importante: si tratta di una previsione e di un avvertimento sul rischio, non della prova che le scorte avessero già raggiunto un minimo quindicennale o che il razionamento invernale fosse inevitabile.
La Commissione europea ha inoltre proposto di prorogare fino alla fine del 2027 le regole sugli stoccaggi di gas e di introdurre maggiore flessibilità sui tempi di riempimento degli impianti. È un segnale di un tentativo di rendere più adattabile la politica delle riserve, ma non risolve da solo il problema immediato del GNL limitato e dei prezzi elevati.
Le prove più solide sostengono questa sequenza:
Il materiale disponibile non documenta in modo sufficientemente affidabile le presunte restrizioni alla navigazione sul Reno, i tagli alla produzione nucleare dovuti alle ondate di calore, uno specifico blocco navale statunitense a tempo indefinito o i dettagli di un regime sloveno di razionamento dei carburanti. Queste affermazioni non dovrebbero essere usate per rafforzare il quadro oltre quanto consentito dai dati documentati su gas, trasporti marittimi e mercati.
La vulnerabilità europea era reale: scorte ridotte, forniture mediorientali interrotte e competizione per il GNL lasciavano meno spazio per assorbire un inverno freddo o una nuova interruzione. Ma a metà agosto le prove descrivevano una pericolosa stretta energetica e uno scenario credibile di rischio invernale — non ancora la peggiore crisi energetica e finanziaria europea dal 2022.