L’IRGC sta usando la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per aumentare il costo della guerra e ottenere concessioni politiche, ma la leva potrebbe indebolirsi con lo sviluppo di rotte energetiche alternative. Teheran chiede la fine della guerra e del blocco statunitense, il ritiro delle forze USA, la revoca de...
Research answer

Create a landscape editorial hero image for this Studio Global article: How is Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps using the prolonged conflict with the United States and Israel—and its control and continued. Article summary: The IRGC is using the war and the effective Hormuz blockade to turn military vulnerability into bargaining power: it can impose costs far beyond Iran’s borders, portray itself at home as the regime’s indispensable defend. Topic tags: general, government, news, general web, education. Style: premium digital editorial illustration, source-backed research mood, clean composition, high detail, modern web publication hero. Use reference image context only for broad subject, composition, and topical grounding; do not copy the exact image. Avoid: logos, brand marks, copyrighted characters, real person likenesses, fake screenshots, UI text, readable text, watermarks, c
L’Iran non sta usando lo Stretto di Hormuz soltanto come strumento di pressione militare. I Guardiani della Rivoluzione islamica — l’Islamic Revolutionary Guard Corps, o IRGC — lo stanno trattando come una risorsa negoziale: limitare il passaggio delle navi commerciali consente a Teheran di imporre costi ai mercati energetici, agli armatori, agli assicuratori e ai partner degli Stati Uniti, mentre rafforza l’immagine dei Guardiani come istituzione indispensabile per la difesa del Paese.
È una forma di leva asimmetrica. L’Iran non deve sconfiggere militarmente gli Stati Uniti o Israele: gli basta rendere più costosa la prosecuzione del conflitto e cercare di arrivare a un accordo che conservi la sua influenza sullo stretto. Il rischio, però, è evidente: la stessa strategia che mette sotto pressione l’economia globale sta colpendo anche il commercio iraniano, le esportazioni e il ruolo di Teheran nei mercati energetici regionali.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei più importanti colli di bottiglia marittimi del commercio energetico mondiale. Prima del conflitto lo attraversavano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi, diretti in gran parte verso l’Asia.
Dopo l’escalation iniziata alla fine di febbraio 2026, l’Iran ha minacciato e attaccato navi commerciali e ha cercato di indirizzare le imbarcazioni verso acque e corridoi sottoposti al proprio sistema di controllo. In questo modo, un punto di passaggio geografico si è trasformato in uno strumento politico di portata globale.
Secondo le valutazioni degli analisti, gli obiettivi di Teheran comprendono il riconoscimento di un ruolo iraniano nella gestione di Hormuz, la riduzione della capacità — e della volontà — degli Stati Uniti di proseguire la guerra e il ripristino della deterrenza nei confronti di Washington e dei suoi partner regionali.
Il vantaggio strategico è che l’incertezza sullo stretto produce effetti molto più ampi di un singolo attacco. Un missile può colpire un obiettivo preciso; il rischio di transito, invece, coinvolge assicuratori, società di navigazione, trader, importatori e governi molto lontani dal Golfo Persico.
Le autorità iraniane hanno collegato la riapertura totale a concessioni che vanno ben oltre la semplice organizzazione del traffico marittimo. Tra le richieste riportate figurano:
Teheran ha inoltre discusso con l’Oman un’intesa per definire future rotte di navigazione e procedure di gestione dello stretto. I funzionari iraniani hanno descritto l’accordo come vicino alla conclusione o nelle sue fasi finali, sottolineando però che un’intesa tecnica sul traffico non garantirebbe da sola il passaggio senza restrizioni.
Alcuni resoconti hanno parlato dell’intenzione iraniana di mantenere l’autorità sulle rotte e di imporre una tariffa o un pedaggio alle navi. Altri hanno riferito che agli Stati Uniti sarebbe stato comunicato il contrario, cioè che Teheran non avrebbe intenzione di applicare pedaggi. La natura dell’eventuale accordo resta quindi incerta.
La distinzione è decisiva: l’Iran non sembra voler semplicemente riaprire Hormuz, ma farlo secondo condizioni che preservino la propria influenza politica e operativa.
La chiusura è economicamente autolesionista perché l’Iran dipende dal commercio marittimo e dalle esportazioni di idrocarburi. La riduzione del traffico, i costi proibitivi o l’indisponibilità delle assicurazioni contro i rischi di guerra e la pressione navale statunitense hanno limitato fortemente la capacità del Paese di trasformare la produzione petrolifera in entrate da export.
I dati sul traffico mostrano l’entità della contrazione:
Le conseguenze non riguardano soltanto il greggio. Le spedizioni di gas naturale liquefatto, carburanti, fertilizzanti e prodotti industriali sono state deviate, rallentate o ridotte, mentre sono aumentati i costi di trasporto e assicurazione. Gli effetti sulle catene di approvvigionamento si sono estesi ben oltre l’area direttamente coinvolta dal conflitto.
Gli oleodotti alternativi, il ricorso alle riserve strategiche e le rotte sostitutive possono attenuare lo shock, ma non rimpiazzare immediatamente la capacità ordinaria dello stretto. Gli analisti dell’energia considerano queste soluzioni parziali o temporanee.
La guerra tende a concentrare il potere nelle istituzioni di sicurezza. Per l’IRGC, il conflitto rafforza l’argomento secondo cui sarebbe la forza militare — e non la sola diplomazia civile — a proteggere il regime. Il controllo di Hormuz offre ai Guardiani un peso maggiore sulle decisioni di sicurezza, sul commercio marittimo e sui negoziati relativi all’ordine del dopoguerra.
Esiste anche una dimensione economica. L’IRGC dispone di un vasto impero commerciale presente in numerosi settori dell’economia iraniana. Un accordo che prevedesse la revoca delle sanzioni, la ricostruzione o la riapertura dei commerci potrebbe quindi rafforzare le imprese e le reti vicine ai Guardiani, soprattutto nella logistica, nelle infrastrutture e nel commercio soggetto a sanzioni.
Il quadro non è però completamente negativo per l’Iran. La chiusura ha contribuito a far salire i prezzi del petrolio e un’analisi di Reuters ha rilevato che le entrate petrolifere iraniane sono inizialmente aumentate mentre le restrizioni alle esportazioni si intensificavano. Prezzi più alti, tuttavia, non compensano interamente la perdita di capacità fisica di trasporto, soprattutto se la crisi si prolunga.
Ne deriva un paradosso per Teheran: l’IRGC può aumentare il proprio potere istituzionale proprio attraverso una crisi che indebolisce l’economia iraniana nel suo complesso.
La risposta militare iraniana si è evoluta durante il conflitto. Secondo alcune ricostruzioni, Teheran ha lanciato ondate di droni e missili contro posizioni statunitensi in Giordania, compresi vettori capaci di cambiare traiettoria durante il volo. L’obiettivo apparente è rendere più difficile l’intercettazione e costringere le forze USA a consumare munizioni limitate per la difesa aerea.
L’Iran ha fatto ricorso anche a strutture missilistiche sotterranee e a infrastrutture di lancio distribuite sul territorio. Gli attacchi hanno danneggiato ingressi, strade e depositi, ma le informazioni disponibili indicano che alcune strutture sono state riaperte o restano utilizzabili.
Lo scopo non è necessariamente distruggere le forze statunitensi, bensì conservare una capacità di rappresaglia, imporre costi operativi continui e dimostrare che i bombardamenti non hanno eliminato la capacità iraniana di colpire basi e partner regionali degli USA. Gli analisti descrivono l’approccio come difensivo e ritorsivo nella comunicazione pubblica, ma anche proattivo negli obiettivi militari.
L’Iran ha motivi forti per rifiutare una riapertura senza concessioni. Se ripristinasse subito il passaggio libero, rischierebbe di rinunciare al proprio strumento coercitivo più efficace e di offrire ai vertici del regime — soprattutto all’IRGC — l’immagine di chi ha accettato una sconfitta. Mantenere le restrizioni permette invece di presentarle come una prova di sovranità, deterrenza e resistenza.
La strategia, tuttavia, ha un problema di durata. Più la crisi si prolunga, più governi e aziende hanno interesse a deviare le merci, ampliare le infrastrutture alternative, accumulare scorte e ridurre la dipendenza da Hormuz. Reuters ha descritto il conflitto come un fattore che sta ridisegnando i flussi globali di petrolio, carburanti e gas naturale liquefatto; altre analisi avvertono che alcune rotte sostitutive potrebbero diventare permanenti anche dopo la riapertura dello stretto.
L’Iran si trova così davanti a una scelta sempre più stretta. Tenere Hormuz chiuso può ottenere concessioni nel breve periodo, rafforzare la posizione dell’IRGC e preservare l’immagine di un Paese che resiste. Prolungare troppo il blocco, però, rischia di allontanare clienti, ridurre le entrate da export, danneggiare i rapporti regionali e spingere il sistema energetico mondiale a organizzarsi intorno allo stretto invece che attraverso di esso.
La domanda centrale per Teheran è quindi se la sopravvivenza politica immediata valga la rinuncia a una parte del potere economico che rende Hormuz una leva così preziosa.
Studio Global AI
This page includes a source-backed answer you can continue inside Studio Global.
L’IRGC sta usando la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per aumentare il costo della guerra e ottenere concessioni politiche, ma la leva potrebbe indebolirsi con lo sviluppo di rotte energetiche alternative.
L’IRGC sta usando la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per aumentare il costo della guerra e ottenere concessioni politiche, ma la leva potrebbe indebolirsi con lo sviluppo di rotte energetiche alternative. Teheran chiede la fine della guerra e del blocco statunitense, il ritiro delle forze USA, la revoca delle sanzioni, risarcimenti, lo sblocco dei beni iraniani congelati e, secondo alcune dichiarazioni, un cessate il f...
Il blocco favorisce politicamente e potenzialmente finanziariamente i Guardiani della Rivoluzione, ma danneggia il commercio e le esportazioni iraniane: il transito di gas naturale nel sistema interessato è crollato d...