Il presidente lettone ha sintetizzato il messaggio in modo netto: la guerra ibrida non sarebbe qualcosa destinato a cominciare in futuro, perché “sta accadendo ora”.
Le operazioni ibride possono colpire infrastrutture, reti logistiche e istituzioni, generare paura e costringere i governi a spendere risorse per la sicurezza. Allo stesso tempo, la loro natura clandestina consente al Cremlino di negare il coinvolgimento o di mantenere un margine di ambiguità.
I droni aggiungono una vulnerabilità concreta. Secondo il comandante delle forze armate tedesche Carsten Breuer, la Russia li utilizza sistematicamente per sondare le difese aeree europee e individuare i punti deboli. Il problema riguarda soprattutto la sorveglianza a bassa quota, la rapidità di identificazione delle minacce e la disponibilità di sistemi anti-drone proporzionati a velivoli relativamente economici.
Questo non significa che ogni incendio, intrusione o volo di drone possa essere attribuito automaticamente alla Russia. Significa però che episodi di questo tipo possono essere sfruttati per testare i tempi di reazione, la condivisione delle informazioni e la volontà politica degli alleati.
Le informazioni pubblicamente disponibili sostengono la tesi di un’escalation ibrida, ma non dimostrano che Mosca abbia deciso di invadere a breve i Paesi baltici o che disponga oggi della capacità necessaria per una grande offensiva contro il fianco orientale della NATO.
Lo stesso Rinkēvičs ha distinto i due piani: la Russia potrebbe non avere attualmente la capacità di lanciare un’invasione convenzionale dei Baltici e, nello stesso tempo, condurre attività ibride ostili. La differenza è essenziale: l’obiettivo della risposta europea dovrebbe essere rafforzare resilienza e deterrenza, non presentare come imminente un conflitto convenzionale per il quale non esistono prove pubbliche sufficienti.
Un altro elemento del dibattito riguarda il passaggio attraverso la Lituania dei cittadini russi diretti a Kaliningrad, l’exclave russa sul Baltico. Il sistema dei documenti di transito facilitato deriva da misure dell’Unione europea adottate nel 2003. Il quadro europeo prevedeva tempi di transito limitati; nella prassi, il limite ordinario stabilito è di 24 ore.
Arvydas Anušauskas, membro del Seimas e già ministro della Difesa lituano, ha proposto di modificare la normativa nazionale per ridurre a sei ore il periodo consentito ai cittadini russi in transito. Secondo il parlamentare, la modifica potrebbe rafforzare i controlli senza riscrivere unilateralmente il diritto dell’Unione europea.
A sostegno della proposta vengono citati l’aumento delle violazioni delle regole di transito, passate da 360 nel 2024 a 1.493 nel 2025, e il transito di quasi 13.000 automobili immatricolate in Russia attraverso documenti semplificati. Questi numeri alimentano l’argomento secondo cui una finestra di 24 ore sia più difficile da controllare e offra maggiori opportunità per attività non autorizzate.
Da soli, tuttavia, i dati non dimostrano che gli utenti del transito siano coinvolti in attività di spionaggio o sabotaggio. Indicano piuttosto un problema di monitoraggio e applicazione delle regole.
Recenti valutazioni dell’intelligence statunitense, secondo quanto riportato dai media, ipotizzano che Vladimir Putin possa cercare di mettere alla prova la determinazione della NATO nei prossimi anni. Gli scenari andrebbero da un cyberattacco a una piccola incursione terrestre contro un Paese alleato.
Le ricostruzioni giornalistiche collocano la possibile finestra temporale tra l’autunno 2026 e il 2029 e indicano l’Europa orientale, in particolare i Paesi baltici e la Polonia, come l’area più esposta a una provocazione limitata. Un’azione circoscritta potrebbe infatti cercare di mettere alla prova l’impegno dell’Alleanza verso l’articolo 5, la clausola secondo cui un attacco contro un membro è considerato un attacco contro tutti, evitando al contempo una guerra aperta su larga scala.
Si tratta però di valutazioni di contingenza basate su informazioni classificate, non di una previsione certa. Inoltre, le prove disponibili non bastano a confermare l’affermazione specifica secondo cui la Russia utilizzerà “droni ucraini” contro infrastrutture critiche europee. La conclusione più solida è più generale: i droni economici e adattabili rappresentano una vulnerabilità concreta e, per questo, una priorità di pianificazione.
Per Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, la logica della risposta è quindi quella della riduzione collettiva del rischio. Le priorità includono:
L’obiettivo non è trattare un’invasione convenzionale come se fosse già in corso, ma impedire alla Russia di ottenere un test facile, limitato e negabile della coesione occidentale.
Il presidente lettone ha sintetizzato il messaggio in modo netto: la guerra ibrida non sarebbe qualcosa destinato a cominciare in futuro, perché “sta accadendo ora”.
Le operazioni ibride possono colpire infrastrutture, reti logistiche e istituzioni, generare paura e costringere i governi a spendere risorse per la sicurezza. Allo stesso tempo, la loro natura clandestina consente al Cremlino di negare il coinvolgimento o di mantenere un margine di ambiguità.
I droni aggiungono una vulnerabilità concreta. Secondo il comandante delle forze armate tedesche Carsten Breuer, la Russia li utilizza sistematicamente per sondare le difese aeree europee e individuare i punti deboli. Il problema riguarda soprattutto la sorveglianza a bassa quota, la rapidità di identificazione delle minacce e la disponibilità di sistemi anti-drone proporzionati a velivoli relativamente economici.
Questo non significa che ogni incendio, intrusione o volo di drone possa essere attribuito automaticamente alla Russia. Significa però che episodi di questo tipo possono essere sfruttati per testare i tempi di reazione, la condivisione delle informazioni e la volontà politica degli alleati.
Le informazioni pubblicamente disponibili sostengono la tesi di un’escalation ibrida, ma non dimostrano che Mosca abbia deciso di invadere a breve i Paesi baltici o che disponga oggi della capacità necessaria per una grande offensiva contro il fianco orientale della NATO.
Lo stesso Rinkēvičs ha distinto i due piani: la Russia potrebbe non avere attualmente la capacità di lanciare un’invasione convenzionale dei Baltici e, nello stesso tempo, condurre attività ibride ostili. La differenza è essenziale: l’obiettivo della risposta europea dovrebbe essere rafforzare resilienza e deterrenza, non presentare come imminente un conflitto convenzionale per il quale non esistono prove pubbliche sufficienti.
Un altro elemento del dibattito riguarda il passaggio attraverso la Lituania dei cittadini russi diretti a Kaliningrad, l’exclave russa sul Baltico. Il sistema dei documenti di transito facilitato deriva da misure dell’Unione europea adottate nel 2003. Il quadro europeo prevedeva tempi di transito limitati; nella prassi, il limite ordinario stabilito è di 24 ore.
Arvydas Anušauskas, membro del Seimas e già ministro della Difesa lituano, ha proposto di modificare la normativa nazionale per ridurre a sei ore il periodo consentito ai cittadini russi in transito. Secondo il parlamentare, la modifica potrebbe rafforzare i controlli senza riscrivere unilateralmente il diritto dell’Unione europea.
A sostegno della proposta vengono citati l’aumento delle violazioni delle regole di transito, passate da 360 nel 2024 a 1.493 nel 2025, e il transito di quasi 13.000 automobili immatricolate in Russia attraverso documenti semplificati. Questi numeri alimentano l’argomento secondo cui una finestra di 24 ore sia più difficile da controllare e offra maggiori opportunità per attività non autorizzate.
Da soli, tuttavia, i dati non dimostrano che gli utenti del transito siano coinvolti in attività di spionaggio o sabotaggio. Indicano piuttosto un problema di monitoraggio e applicazione delle regole.
Recenti valutazioni dell’intelligence statunitense, secondo quanto riportato dai media, ipotizzano che Vladimir Putin possa cercare di mettere alla prova la determinazione della NATO nei prossimi anni. Gli scenari andrebbero da un cyberattacco a una piccola incursione terrestre contro un Paese alleato.
Le ricostruzioni giornalistiche collocano la possibile finestra temporale tra l’autunno 2026 e il 2029 e indicano l’Europa orientale, in particolare i Paesi baltici e la Polonia, come l’area più esposta a una provocazione limitata. Un’azione circoscritta potrebbe infatti cercare di mettere alla prova l’impegno dell’Alleanza verso l’articolo 5, la clausola secondo cui un attacco contro un membro è considerato un attacco contro tutti, evitando al contempo una guerra aperta su larga scala.
Si tratta però di valutazioni di contingenza basate su informazioni classificate, non di una previsione certa. Inoltre, le prove disponibili non bastano a confermare l’affermazione specifica secondo cui la Russia utilizzerà “droni ucraini” contro infrastrutture critiche europee. La conclusione più solida è più generale: i droni economici e adattabili rappresentano una vulnerabilità concreta e, per questo, una priorità di pianificazione.
Per Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, la logica della risposta è quindi quella della riduzione collettiva del rischio. Le priorità includono:
L’obiettivo non è trattare un’invasione convenzionale come se fosse già in corso, ma impedire alla Russia di ottenere un test facile, limitato e negabile della coesione occidentale.