Tra loro c’erano Qusai Abu Rida e suo figlio adolescente. Dopo l’interruzione dell’acqua, le notizie riferivano che i due facevano affidamento su un pozzo, ma i resoconti disponibili non offrono una conferma successiva sulle loro condizioni di sicurezza.
Le forze israeliane sono entrate nelle abitazioni o si sono posizionate al loro interno e nei dintorni, sostenendo di voler mantenere l’ordine o proteggere i residenti. In un primo momento i militari hanno allontanato alcuni coloni e smantellato alcune strutture, ma secondo le notizie i coloni sono tornati nel giro di poche ore.
L’area è stata inoltre dichiarata zona militare chiusa. La misura ha limitato l’accesso non solo ai coloni, ma anche ai palestinesi, agli attivisti e a chi tentava di portare cibo e acqua alle famiglie. Il risultato concreto, secondo i resoconti, non è stato la riapertura stabile delle abitazioni né la fine confermata dell’accampamento.
La distinzione è importante: la presenza dei soldati non ha necessariamente restituito ai residenti la libertà di movimento e non ha garantito che i coloni rimanessero lontani. L’arrivo di Ridi ha quindi cambiato chi si trovava dentro la casa, ma non ha risolto da solo la crisi di sicurezza e di accesso.
L’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee ha definito l’assedio un «orribile atto di terrore» e ha chiamato «terroristi» i coloni coinvolti. Le sue parole hanno avuto particolare risonanza perché rappresentano una condanna pubblica insolitamente dura, da parte di un alto esponente statunitense, contro la violenza di coloni israeliani ai danni di residenti palestinesi, in un caso che coinvolgeva anche una casa di proprietà di un palestinese-americano.
La dichiarazione ha accresciuto la pressione diplomatica, ma non ha posto fine all’assedio. Anche dopo l’intervento militare, le notizie continuavano a descrivere restrizioni e incertezza intorno alle abitazioni.
La vicenda di Qusra si colloca in un contesto più ampio di espansione degli insediamenti e costruzione di avamposti nella Cisgiordania occupata. Tuttavia, le fonti disponibili non permettono di verificare in modo indipendente le affermazioni puntuali secondo cui nuovi avamposti sarebbero stati creati contemporaneamente vicino a Umm Safa e Burqa, né il dato preciso di 200 avamposti realizzati dopo l’ottobre 2023.
L’espansione complessiva è documentata da altre inchieste e organizzazioni. Amnesty International, citando Peace Now, ha riferito che alla fine di aprile 2026 nella Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, esistevano 363 avamposti non autorizzati e 163 insediamenti ufficiali. I totali possono variare a seconda che le fonti conteggino nello stesso insieme gli avamposti non autorizzati, quelli successivamente legalizzati, gli insediamenti ufficiali e Gerusalemme Est.
Funzionari delle Nazioni Unite hanno descritto la violenza dei coloni in Cisgiordania come arrivata a un «massimo storico» nel 2026. Hanno inoltre affermato che coloni e forze di sicurezza israeliane hanno spesso agito insieme negli attacchi contro comunità palestinesi.
In una comunicazione al Consiglio di sicurezza, l’ONU ha riferito che nel corso del 2026 le autorità israeliane avevano approvato o fatto avanzare circa 12.360 unità abitative nella Cisgiordania occupata e che erano state destinate risorse significative al sostegno di 34 nuovi insediamenti. Lo stesso briefing riferiva che 76 palestinesi, tra cui 18 minori, erano stati uccisi in Cisgiordania da forze israeliane o coloni durante l’anno, mentre circa 3.800 palestinesi erano stati sfollati a causa della violenza dei coloni, delle demolizioni e degli sfratti.
Un rapporto separato dell’ONU sui diritti umani ha affermato che l’espansione degli insediamenti e la violenza collegata ad essa avevano provocato lo sfollamento forzato di oltre 36.000 palestinesi nel periodo di 12 mesi esaminato.
Secondo l’ONU, nella Cisgiordania occupata vivono circa 3,4 milioni di palestinesi. La stima di Amnesty International dell’aprile 2026 indicava che i coloni rappresentavano circa il 18% della popolazione della Cisgiordania, anche se i confronti dipendono dalle definizioni geografiche utilizzate, in particolare dall’inclusione o meno di Gerusalemme Est.
La posizione delle Nazioni Unite, ribadita nella risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza, è che gli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, «non hanno validità legale» e costituiscono una «flagrante violazione» del diritto internazionale. La risoluzione chiede inoltre l’immediata e completa cessazione delle attività di insediamento.
Funzionari dell’ONU per i diritti umani hanno affermato che Israele ha l’obbligo di proteggere la popolazione palestinese, rimuovere i coloni che stanno espellendo con la violenza i palestinesi e porre fine all’espansione degli insediamenti. Un altro rapporto dell’ONU ha riferito che la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che le politiche israeliane sugli insediamenti e la loro espansione contribuiscono all’annessione di vaste parti del territorio palestinese occupato e violano il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Amnesty International è andata oltre, descrivendo alcune politiche e condotte israeliane in Cisgiordania come pulizia etnica e sostenendo che siano stati commessi crimini contro l’umanità, incluso il trasferimento forzato. Si tratta delle valutazioni giuridiche e sui diritti umani dell’organizzazione; non sono una sentenza definitiva di un tribunale penale specificamente sull’assedio di Qusra.
La conclusione prudente sulla vicenda di Qusra è più circoscritta, ma resta grave: Ridi ha raggiunto la casa di famiglia, mentre le notizie disponibili non mostrano che le famiglie abbiano recuperato un accesso sicuro e senza restrizioni né che la minaccia dei coloni che circondavano le abitazioni sia stata rimossa in modo duraturo. L’episodio è diventato un esempio particolarmente visibile della più ampia contesa sulla proprietà palestinese, sull’espansione degli insediamenti e sulla protezione dei civili nella Cisgiordania occupata.