La questione ha anche una dimensione operativa. Shuafat è stato uno dei principali centri di UNRWA a Gerusalemme Est: il profilo del campo indica tre scuole e un centro sanitario tra le sue strutture principali. Le scuole — due femminili e una maschile — servono complessivamente circa 1.500 studenti.
Il Comune nega che gli edifici appartengano a UNRWA. Per le autorità municipali, gli immobili sono di proprietà privata e l’agenzia li avrebbe utilizzati senza le autorizzazioni e gli accordi necessari, compresi quelli relativi al pagamento dell’affitto. In questa prospettiva, l’intervento riguarderebbe l’occupazione di proprietà private e non la confisca di locali delle Nazioni Unite.
Resta però un vuoto documentale significativo: le fonti pubbliche esaminate non chiariscono con precisione quali siano i titoli di proprietà, gli obblighi contrattuali, l’eventuale arretrato di affitto o la base giuridica invocata per l’ingresso. Questi elementi devono quindi essere considerati accuse e versioni contrapposte, non fatti definitivamente accertati.
Il conflitto riguarda inoltre il destino dei servizi finora forniti da UNRWA. L’agenzia descrive chiusure e incursioni come una minaccia all’istruzione dei rifugiati, all’assistenza sanitaria di base e al sostegno alle comunità. La politica israeliana prevede invece la sostituzione del ruolo di UNRWA con servizi gestiti da enti pubblici israeliani e altre istituzioni.
Ma annunciare un’alternativa non basta a risolvere il problema pratico. Il servizio sostitutivo deve essere effettivamente disponibile, raggiungibile e continuativo per le persone che dipendevano da scuole, ambulatorio e ufficio comunitario di Shuafat.
Il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato nell’ottobre 2024 una legge per porre fine alle attività di UNRWA nei territori che Israele considera sotto la propria sovranità, compresa Gerusalemme Est, e per interrompere i contatti ufficiali con l’agenzia. Un emendamento del 29 dicembre 2025 ha chiarito e ampliato le restrizioni, includendo disposizioni sulle attività di UNRWA e sui rapporti con le autorità israeliane.
Le misure non si sono limitate al divieto di operare formalmente. Un’analisi giuridica dell’impianto modificato ha descritto meccanismi che incidono sui privilegi e sulle immunità di UNRWA e sulla fornitura di servizi essenziali come acqua ed elettricità. Secondo quanto riportato sulla base della versione dell’agenzia, acqua e corrente sono state poi interrotte nelle strutture collegate a UNRWA a Shuafat il 27 e 28 gennaio 2026. Tra gli edifici coinvolti figuravano scuole, un centro sanitario e altri punti di servizio.
L’escalation più simbolica ha riguardato l’ex quartier generale di UNRWA a Sheikh Jarrah. Le autorità israeliane hanno assunto il controllo del complesso e il 20 gennaio 2026 ne hanno demolito alcune strutture. Funzionari dell’ONU e un gruppo di governi stranieri hanno condannato l’operazione, mentre Israele ha sostenuto che le proprie restrizioni contro UNRWA giustificassero l’intervento.
Nel maggio 2026 il governo israeliano ha approvato un progetto per costruire sul sito un complesso della Difesa, con un museo militare, un centro per il reclutamento e un ufficio del ministero della Difesa. Considerati insieme, gli interventi a Shuafat, le restrizioni sulle utenze, gli ordini di chiusura e la trasformazione dell’area di Sheikh Jarrah mostrano come la politica abbia colpito sia la capacità operativa di UNRWA sia gli spazi fisici da cui l’agenzia lavorava.
Gli effetti vanno oltre la questione della proprietà. La chiusura delle scuole di UNRWA a Gerusalemme Est ha interrotto la continuità educativa di bambini rifugiati palestinesi. Nell’aprile 2025 l’agenzia ha dichiarato che funzionari municipali, accompagnati da forze di sicurezza israeliane, erano entrati in sei sue scuole a Gerusalemme Est e avevano emesso ordini di chiusura con efficacia dopo 30 giorni.
Anche l’assistenza sanitaria è stata colpita. Il Segretario generale dell’ONU ha condannato l’ingresso del 12 gennaio 2026 nel Centro sanitario di Gerusalemme gestito da UNRWA e la sua chiusura temporanea, affermando che la struttura serviva ogni giorno centinaia di pazienti rifugiati palestinesi e rappresentava per molti di loro l’unico accesso alle cure primarie.
Le interruzioni si sommano a una più ampia crisi di accesso in Cisgiordania. Le Nazioni Unite hanno riferito che il lavoro umanitario viene ritardato e limitato da una rete di oltre 900 ostacoli fisici, tra cui posti di blocco, cancelli e blocchi stradali. I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, citati da Al Jazeera, hanno registrato 3.033 attacchi di coloni tra il 1º gennaio 2025 e il 30 giugno 2026.
Il risultato è cumulativo: i bambini rischiano di perdere la scuola di riferimento, i pazienti non hanno più accesso a un’assistenza primaria vicina e conosciuta, mentre le agenzie umanitarie devono operare in un ambiente segnato da restrizioni sempre più severe alla mobilità. Per questo la disputa di Shuafat non riguarda soltanto chi controlla alcuni edifici. Riguarda anche la continuità di servizi essenziali e la responsabilità di garantirli quando le strutture esistenti vengono chiuse o sostituite.