Nella seduta precedente, lunedì 3 agosto, il Brent aveva perso circa il 5% dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva cancellato attacchi militari programmati contro l’Iran. L’ipotesi di una de-escalation aveva ridotto temporaneamente il premio per il rischio geopolitico . Il giorno dopo, però, l’incertezza sui colloqui tra Washington e Teheran è tornata a pesare, mentre i fondamentali del mercato hanno ripreso a sostenere le quotazioni .
Dopo una breve pausa, alla fine di luglio gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani. Al 4 agosto, gli operatori consideravano ancora lontana una soluzione diplomatica definitiva .
Teheran aveva già avvertito che, in caso di ripresa degli attacchi, avrebbe risposto con «attacchi lunghi e dolorosi» . Questo tipo di minaccia alimenta l’incertezza sui flussi energetici del Golfo Persico, anche quando non si traduce immediatamente in una nuova interruzione delle forniture.
Dal 4 marzo 2026 le forze iraniane hanno dichiarato «chiuso» lo Stretto di Hormuz e hanno minacciato o colpito navi con droni, missili balistici e piccole imbarcazioni d’attacco .
Il passaggio è strategico perché normalmente vi transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio . Il problema non è soltanto militare: le assicurazioni per le navi che attraversano lo Stretto sono diventate indisponibili o proibitive e molti equipaggi non sono disposti ad affrontare la rotta .
La conseguenza è una riduzione della produzione mediorientale superiore a 11 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli precedenti al conflitto . Anche le spedizioni dalla costa occidentale dell’Arabia Saudita, diventata una possibile rotta alternativa, sono state fortemente complicate dagli attacchi contro petroliere e infrastrutture energetiche .
L’Agenzia internazionale dell’energia, o IEA, prevede che il mercato globale rimanga «fortemente sottoalimentato» almeno fino al terzo trimestre del 2026 . Per l’intero anno, la produzione mondiale dovrebbe diminuire di 3,9 milioni di barili al giorno .
I produttori del Golfo devono inoltre fare i conti con perdite cumulative di offerta superiori a 1 miliardo di barili . Anche una rapida fine delle ostilità non riporterebbe quindi automaticamente il mercato in equilibrio: il deficit potrebbe proseguire fino al terzo trimestre .
La US Energy Information Administration, l’agenzia statunitense per l’informazione energetica, ha avvertito che le scorte dei principali Paesi industrializzati si stanno dirigendo verso minimi pluridecennali, non osservati almeno dal 2003 .
Fatih Birol, direttore esecutivo della IEA, ha dichiarato che le riserve commerciali si stanno riducendo rapidamente e che restano soltanto poche settimane di disponibilità . Goldman Sachs ha stimato per aprile 2026 un calo record delle scorte globali, pari a 11-12 milioni di barili al giorno .
Secondo le proiezioni dell’EIA, le riserve petrolifere dei Paesi dell’OCSE potrebbero scendere a poco meno di 2,3 miliardi di barili entro dicembre 2026 . Scorte così ridotte lasciano al mercato un margine di sicurezza molto più sottile: un nuovo incidente può trasformarsi rapidamente in un’impennata dei prezzi.
Il calo del dollaro statunitense ha rappresentato un ulteriore elemento favorevole al petrolio il 4 agosto . Poiché il greggio è quotato in dollari, una valuta americana più debole tende a renderlo meno costoso per gli acquirenti che utilizzano altre monete, sostenendo potenzialmente domanda e prezzi.
Anche OPEC+, l’alleanza tra l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e altri produttori, ha mantenuto in vigore le proprie quote produttive per favorire la stabilità dei prezzi in una fase di volatilità estrema .
A questi fattori si aggiungono indisponibilità non programmate di alcune raffinerie nel Nord Europa. La minore disponibilità di prodotti raffinati aumenta la necessità di ricorrere a carichi sostitutivi e può sostenere indirettamente la domanda di greggio.
Il Brent aveva raggiunto una media di circa 106 dollari al barile tra maggio e giugno 2026, prima della correzione . Nello scenario di base dell’EIA, la graduale ripresa del traffico a Hormuz e il ritorno della produzione ferma dovrebbero ridurre la pressione sul mercato: il Brent potrebbe scendere a una media di 89 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026 .
La previsione, tuttavia, dipende soprattutto dai tempi della riapertura dello Stretto. La IEA considera possibile un ritorno dell’offerta in eccesso soltanto nel quarto trimestre o più avanti, e solo in presenza di un cessate il fuoco stabile .
Nel 2027, una soluzione duratura potrebbe persino produrre un surplus significativo, grazie al rimbalzo dell’offerta globale previsto dalla IEA fino a 110,3 milioni di barili al giorno .
I produttori situati fuori dalle aree di conflitto — tra cui lo shale oil statunitense, il Mare del Nord, l’Africa occidentale e le Americhe — beneficiano di margini molto ampi finché il Brent resta ben sopra i costi di pareggio.
I produttori mediorientali, al contrario, subiscono forti perdite di produzione e di ricavi. Per l’Arabia Saudita, gli attacchi alle petroliere hanno inoltre reso più difficili le esportazioni dalla costa occidentale .
Il rischio principale resta una nuova interruzione dell’offerta. Con scorte basse e un deficit persistente, un’ulteriore escalation potrebbe spingere il Brent nettamente più in alto, aumentando i profitti dei produttori non colpiti. Ma prezzi troppo elevati potrebbero anche frenare i consumi e provocare quella che gli analisti definiscono distruzione della domanda .
Il futuro del Brent dipende soprattutto dall’evoluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Un cessate il fuoco accompagnato dalla riapertura dello Stretto di Hormuz farebbe probabilmente scendere rapidamente le quotazioni, poiché milioni di barili al giorno di produzione oggi bloccata tornerebbero sul mercato.
Una nuova escalation — soprattutto se coinvolgesse infrastrutture saudite o di altri Paesi del Golfo — avrebbe invece l’effetto opposto e potrebbe riportare il petrolio sopra i 100 dollari al barile.