Il giorno successivo è stata segnalata una seconda ondata di droni: sarebbe stato il secondo episodio di questo tipo in meno di 48 ore . L’Iraq ha ordinato un’indagine sulle accuse, mentre Riad ha affermato di «riservarsi il diritto di rispondere» e ha chiesto a Baghdad di impedire che il territorio iracheno venga utilizzato come base di lancio .
Le autorità saudite hanno parlato di tentativi sventati prima che raggiungessero gli obiettivi. Altre immagini circolate online sono state associate a possibili danni a impianti petroliferi, ma tali elementi non risultano confermati in modo indipendente nelle fonti disponibili .
Pochi giorni prima, tra il 22 e il 23 luglio, il movimento yemenita Houthi, noto anche come Ansar Allah, aveva rivendicato l’attacco a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla. Secondo il gruppo, le navi erano state colpite nel Mar Rosso con missili balistici, missili da crociera e droni .
Gli Houthi hanno sostenuto che le petroliere avessero violato un blocco navale annunciato nei giorni precedenti. Un’agenzia di stampa saudita ha successivamente riferito che una delle imbarcazioni era in fiamme . Le autorità marittime internazionali avevano inoltre ricevuto una segnalazione relativa a una petroliera colpita da un proiettile non identificato .
Il gruppo yemenita ha presentato l’operazione come parte di una minaccia più ampia contro il traffico marittimo saudita. L’obiettivo dichiarato sarebbe creare un secondo punto di strozzatura per le forniture petrolifere globali, accanto allo Stretto di Hormuz, dove l’Iran aveva quasi interrotto la navigazione .
La vicinanza temporale degli episodi — droni provenienti dall’Iraq da un lato e attacchi alle petroliere nel Mar Rosso dall’altro — ha alimentato l’ipotesi di una pressione su più fronti contro l’Arabia Saudita e le sue esportazioni energetiche .
Tuttavia, non è stato stabilito pubblicamente che le due operazioni fossero formalmente coordinate. Alcune fonti hanno descritto gli attacchi come episodi separati, lasciando aperta la questione del loro eventuale coordinamento . Il dato comune è il bersaglio: la rete petrolifera saudita, sia negli impianti a terra sia lungo le rotte marittime.
L’Arabia Saudita è un nodo centrale per il trasporto dell’energia nel Golfo e verso il Mar Rosso. Minacce agli impianti, alle condotte o alle navi cisterna possono quindi avere effetti ben oltre il teatro militare locale.
Dopo le rivendicazioni Houthi, i prezzi del petrolio sono aumentati e più navi hanno evitato la regione. Le interruzioni nel Mar Rosso e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno alimentato il rischio di una crisi su due rotte strategiche, con possibili ripercussioni sui tempi e sui costi del trasporto energetico .
L’Unione europea ha definito inaccettabile e illegale l’attacco a una petroliera e ha chiesto agli Houthi di interrompere ogni azione che metta in pericolo la navigazione internazionale e la vita degli equipaggi . Anche le Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione per la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso .
Gli episodi si sono verificati dopo quasi due settimane di attacchi aerei statunitensi e azioni di ritorsione. Il 25 luglio le forze armate statunitensi hanno sospeso nuove operazioni, mentre anche l’Iran si è astenuto da ulteriori contrattacchi, mantenendo una pausa che a fine luglio durava da tre giorni .
I mediatori — tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti e Pakistan — stavano cercando di riportare Washington e Teheran al tavolo dei negoziati. A giugno, nei colloqui di Ankara, era stato segnalato un «incoraggiante progresso» e il cosiddetto Memorandum di Islamabad aveva previsto una sospensione delle sanzioni per 60 giorni nel quadro del percorso negoziale .
La tregua diplomatica, però, è rimasta esposta a nuove rotture. L’8 luglio il presidente Donald Trump aveva dichiarato concluso l’accordo provvisorio dopo attacchi iraniani contro siti statunitensi in Bahrein e Kuwait. Secondo Reuters, tuttavia, non aveva ripetuto la stessa dichiarazione al vertice della NATO, lasciando intendere che si potesse trattare anche di una mossa di pressione negoziale, più che di una chiusura definitiva del dialogo .
Gli attacchi contro gli interessi sauditi complicano i tentativi di mantenere sotto controllo il confronto tra Stati Uniti e Iran. In risposta, Washington e Riad hanno lanciato operazioni congiunte contro milizie in Iraq, mentre i mediatori hanno avvertito che nuove azioni potrebbero compromettere i colloqui .
Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha invitato tutte le parti a esercitare la massima moderazione e a riprendere con urgenza i negoziati, avvertendo del rischio di un ritorno alla guerra aperta .
Alla fine di luglio 2026, dunque, la situazione restava in evoluzione: Stati Uniti e Iran continuavano a evitare nuovi attacchi diretti, ma la pressione degli attori alleati di Teheran sulle infrastrutture e sulle rotte saudite stava restringendo rapidamente lo spazio per la diplomazia .