Il 24 luglio il ministero cinese del Commercio ha pubblicato l’Annuncio n. 30, aggiungendo 14 entità europee alla propria lista di controllo delle esportazioni. Con effetto immediato, alle aziende interessate è stata vietata la ricezione di prodotti a duplice uso, cioè beni e tecnologie utilizzabili sia per finalità civili sia militari .
Tra i nomi indicati figura Rheinmetall AG, gruppo tedesco attivo nel settore della difesa. La lista comprende inoltre la francese III-V LAB e la polacca Vigo Photonics .
Pechino ha definito la misura una forma di «reciprocità legittima» e una risposta diretta alle sanzioni europee . Anche il numero è stato scelto in modo speculare: 14 entità europee contro le 14 imprese cinesi colpite dal pacchetto dell’UE .
Le restrizioni non riguardano soltanto le aziende cinesi. Organizzazioni e individui stranieri non possono infatti trasferire o fornire alle entità inserite nella lista prodotti a duplice uso fabbricati in Cina . Il ministero ha motivato l’intervento con la necessità di «salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali» .
La rapidità e la precisione della risposta suggeriscono un passaggio verso una logica di ritorsione «occhio per occhio», con l’uso dei controlli all’export come strumento di pressione diplomatica .
La decisione di Pechino non è un episodio isolato. Si inserisce in un deterioramento più ampio dei rapporti economici tra l’Unione europea e la Cina, alimentato da diverse dispute convergenti.
Le imprese europee devono confrontarsi con la sovracapacità produttiva cinese non soltanto nelle tecnologie verdi e nei veicoli elettrici, ma sempre più anche nelle macchine utensili. Un rapporto del governo francese pubblicato all’inizio del 2026 ha stimato che, se le tendenze attuali continueranno, fino al 55% della produzione manifatturiera europea potrebbe essere esposto alla concorrenza cinese nel medio periodo. La quota arriverebbe a circa il 60% in Italia .
La Commissione europea si è impegnata a presentare nuovi strumenti di sicurezza economica entro settembre 2026 . Nel maggio dello stesso anno, Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Lituania hanno chiesto una riforma più rapida e incisiva delle misure di difesa commerciale contro le importazioni cinesi .
Tra le proposte discusse figurano una maggiore rapidità nell’applicazione delle misure di salvaguardia, strumenti contro l’elusione delle regole e una risposta più efficace a quella che i cinque Paesi definiscono una sovracapacità industriale «sistemica e strutturale» .
Pechino aveva già avvertito più volte l’UE che l’inserimento di aziende cinesi nei pacchetti di sanzioni contro la Russia avrebbe danneggiato i rapporti economici bilaterali . Il 21° pacchetto ha trasformato quell’avvertimento in una nuova misura concreta di ritorsione.
Tre giorni dopo l’annuncio cinese, il 27 luglio 2026, UCIMU, l’associazione italiana dei costruttori di macchine utensili, ha chiesto pubblicamente all’UE di rafforzare gli strumenti di difesa commerciale contro le importazioni dalla Cina .
Secondo l’associazione, la crescita delle esportazioni dei produttori cinesi sta mettendo sotto pressione uno dei comparti strategici della manifattura europea, tradizionalmente legato alla precisione e alla tecnologia industriale .
Le richieste principali di UCIMU sono:
L’ultima richiesta punta, di fatto, a ridurre il vantaggio competitivo ottenuto attraverso requisiti e controlli differenti, creando condizioni più uniformi per le imprese che operano nel mercato europeo .
L’Italia era già tra i cinque Paesi che a maggio avevano sollecitato Bruxelles ad accelerare la riforma della politica di difesa commerciale verso la Cina . La presa di posizione di UCIMU mostra come la questione non riguardi più soltanto i veicoli elettrici o le tecnologie verdi, ma anche il cuore della meccanica industriale europea.
Gli eventi degli ultimi giorni delineano una sequenza precisa:
Per ora non emergono segnali immediati di distensione. L’UE sta preparando nuovi strumenti di sicurezza economica, mentre la Cina ha mostrato di essere pronta a utilizzare il proprio regime di controllo delle esportazioni come leva diplomatica.
Per settori come quello delle macchine utensili, il risultato è un quadro sempre più instabile: sanzioni geopolitiche, sicurezza tecnologica e politica industriale si sovrappongono, rendendo il commercio tra Europa e Cina parte integrante del confronto strategico più ampio.