Secondo le stime di Germany Trade & Invest, l’agenzia pubblica tedesca per la promozione degli investimenti, il deficit bilaterale della Germania con la Cina potrebbe arrivare a 87 miliardi di euro nel 2025, superando il precedente record di poco più di 84 miliardi registrato nel 2022 .
Il dato riflette un doppio cambiamento: le importazioni cinesi in Germania continuano a crescere, mentre le esportazioni tedesche verso il mercato cinese diminuiscono. Nel 2025 le esportazioni tedesche di beni verso la Cina sono scese del 9,3%, a 81,8 miliardi di euro, il livello più basso dell’ultimo decennio .
La Cina è rimasta comunque il principale partner commerciale della Germania nel 2025, con un interscambio complessivo di 251,8 miliardi di euro . È proprio questo il paradosso che preoccupa Berlino: il legame commerciale è ancora enorme, ma il suo equilibrio è cambiato in modo sfavorevole per l’industria tedesca.
Il 13 novembre 2025 il Bundestag ha istituito una commissione per esaminare le relazioni economiche tra Germania e Cina rilevanti per la sicurezza. La mozione è stata presentata dai gruppi di CDU/CSU e SPD e approvata con i voti della coalizione e dell’AfD; Verdi e Die Linke si sono astenuti .
La commissione è composta da 13 esperti e riunisce rappresentanti del mondo industriale, dei sindacati, degli istituti di ricerca e della società civile . Il suo mandato comprende l’analisi di:
La novità politica è rilevante. La strategia tedesca sulla Cina del 2023 aveva fissato un orientamento generale, ma senza produrre finora una trasformazione strutturale completa delle istituzioni e delle politiche tedesche . La nuova commissione porta invece il tema dentro un percorso parlamentare destinato a produrre raccomandazioni concrete e possibili interventi legislativi .
La revisione tedesca non riguarda soltanto il valore degli scambi. L’obiettivo è individuare i punti in cui una dipendenza commerciale potrebbe trasformarsi in un rischio strategico.
Un’analisi di MERICS e Hinrich Foundation ha evidenziato tre vulnerabilità che si stanno sovrapponendo . La prima è l’avanzata delle imprese cinesi lungo la catena del valore: la concorrenza non riguarda più soltanto i prodotti a basso costo, ma anche veicoli, macchinari specializzati e altri comparti ad alto valore aggiunto .
La seconda riguarda le materie prime critiche. Per alcuni materiali la dipendenza tedesca dalla Cina si avvicina alla totalità delle forniture disponibili . La terza è il possibile effetto strategico degli investimenti delle aziende tedesche in Cina: in determinate circostanze, la presenza produttiva e finanziaria può diventare una leva di pressione per Pechino .
Le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno reso questo rischio più tangibile. Anche una misura mirata sulle esportazioni può produrre rapidamente conseguenze sull’industria tedesca, soprattutto nei comparti che necessitano di materiali difficili da sostituire .
La discussione tedesca si inserisce in un confronto più ampio a livello europeo. Il 9 febbraio 2026 l’Alto commissariato francese per la Strategia e la pianificazione ha definito l’espansione industriale cinese un vero e proprio “rullo compressore” per l’industria europea .
Secondo il rapporto, fino al 55% della produzione manifatturiera dell’Unione europea potrebbe essere esposto alla concorrenza cinese nel medio periodo, se le tendenze attuali continueranno . L’esposizione riguarda in particolare automotive, batterie, macchinari industriali, chimica ed elettronica. La quota stimata arriverebbe a circa il 70% in Germania e al 60% in Italia .
Lo studio sostiene inoltre che, in alcuni segmenti, i produttori cinesi realizzano beni a una velocità circa quattro volte superiore e a un costo pari a un quarto di quello dei concorrenti europei . Come possibili risposte, il rapporto francese ha indicato due opzioni radicali: un dazio generale del 30% sulle importazioni cinesi nell’UE oppure un deprezzamento coordinato dell’euro del 20-30% nei confronti del renminbi . Si tratta di proposte di indirizzo, non di misure già adottate.
Il 27 luglio 2026 UCIMU, l’associazione italiana dei costruttori di macchine utensili, ha chiesto all’Unione europea di rafforzare con urgenza gli strumenti di difesa commerciale contro i produttori cinesi .
Il settore considera strategica la partita perché le macchine utensili sono alla base di numerose filiere industriali. Secondo i dati citati da Reuters, le esportazioni cinesi di macchinari per la lavorazione dei metalli sono aumentate sensibilmente, mentre la quota italiana sulle esportazioni mondiali e le vendite italiane in Cina hanno registrato una flessione .
La richiesta di UCIMU è che Bruxelles intervenga per evitare un ulteriore arretramento della posizione industriale europea. Già il 26 maggio Francia, Italia e Spagna, insieme ad altri Paesi membri, avevano sollecitato una riforma più rapida e incisiva delle misure di difesa commerciale contro le importazioni cinesi a basso costo .
Bruxelles ha iniziato a tradurre la preoccupazione politica in strumenti concreti. Dal 1° luglio 2026 i dazi dell’UE sulle importazioni di acciaio sono raddoppiati al 50%, mentre i contingenti esenti da dazio sono stati dimezzati . Nella stessa data è entrato in vigore anche un addebito di 3 euro sui piccoli pacchi che entrano nel territorio dell’Unione, una misura che colpisce soprattutto i flussi delle piattaforme di commercio elettronico come Shein e Temu .
La Commissione europea sta inoltre discutendo un possibile cambio di orientamento più ampio, con l’obiettivo di proteggere la base industriale europea senza arrivare necessariamente a una guerra commerciale generalizzata con Pechino .
Pechino respinge le accuse europee e statunitensi secondo cui la propria industria produrrebbe sistematicamente più beni di quanti il mercato possa assorbire, soprattutto nei settori dei veicoli elettrici, dell’acciaio e delle tecnologie verdi.
La posizione cinese è che la forza delle esportazioni dipenda dalla domanda internazionale, dall’innovazione, dalla competitività dei produttori e dai vantaggi comparativi, non da una sovrapproduzione imposta dallo Stato. Questa divergenza di lettura resta uno dei principali punti di attrito nei rapporti commerciali tra Cina, UE e Stati Uniti.
La Germania non sta abbandonando il commercio con la Cina. Sta però cercando di ridurre il rischio che un rapporto economico molto intenso si trasformi in una dipendenza difficile da gestire. Il deficit record, il controllo cinese su alcune materie prime e la concorrenza in comparti avanzati hanno spostato il dibattito da “quanto commerciare” a “quali dipendenze siano accettabili”.
La commissione del Bundestag, gli allarmi francesi e le richieste dell’industria italiana indicano che questa riflessione non è più soltanto tedesca. È diventata una questione europea: come difendere la capacità produttiva dell’Unione mantenendo, al tempo stesso, canali commerciali e diplomatici aperti con Pechino.