I dati chiariscono un punto fondamentale: la tecnologia in sé non sta causando un calo generalizzato della domanda di lavoro. Come mostra la ricerca OCSE, la quota di occupazione nelle professioni a più alto rischio di automazione rimane modesta e, anzi, l’esposizione all’IA è associata a una crescita occupazionale più elevata in molti settori .
Adecco Group ha preso posizione — in modo esplicito e pubblico — contro la narrazione che vede l’IA come causa primaria dei licenziamenti di massa. In un articolo Reuters del 23 luglio 2026, l’AD di Adecco ha dichiarato che «l’IA non provocherà un crollo dell’occupazione» e che l’IA «riguarda più il cambiamento di compiti e ruoli» che l’eliminazione integrale di posti di lavoro .
Un’implicazione più profonda della ricerca di Adecco Group è che alcune aziende potrebbero attribuire i licenziamenti all’IA quando le cause reali sono non tecnologiche — come ristrutturazioni, tagli ai costi o pressioni macroeconomiche. I dati OCSE lo confermano: la quota di occupazione nelle professioni a più alto rischio di automazione resta modesta, mentre l’occupazione complessiva è ai massimi storici, suggerendo che i titoli sui licenziamenti legati all’automazione spesso mascherano altre decisioni aziendali . Come osserva il whitepaper di Adecco, l’IA sta «cambiando i compiti più velocemente di quanto stia eliminando posti di lavoro» ed è «improbabile che il numero complessivo di posti di lavoro diminuisca a causa dell’IA»
.
Questo non significa che non ci siano sconvolgimenti. Lo stesso rapporto avverte che i lavori d’ufficio entry-level sono i più esposti e che le aziende devono «riprogettare i ruoli junior per proteggere il serbatoio di talenti» . Ma la storia è quella di un’evoluzione, non di un’apocalisse.
Un’importante scoperta congiunta di ManpowerGroup e Adecco Group (22-23 luglio 2026) rivela che solo il 3% delle organizzazioni dichiara di avere leader pienamente preparati a guidare team potenziati dall’IA . La ricerca segnala inoltre che soltanto il 17% delle organizzazioni possiede un «livello di preparazione della forza lavoro avanzato o in fase di trasformazione», in cui la capacità IA è profondamente integrata nei flussi di lavoro e collegata a risultati aziendali misurabili
. Nel frattempo, il 46% dei senior leader afferma di essere preparato «solo in piccola parte» a guidare una trasformazione aziendale basata sull’IA, e il 2% dichiara di non essere preparato affatto
.
Anche altri dati dipingono un quadro altrettanto netto:
Il modello è coerente in tutti i principali studi: gli investimenti accelerano, ma la componente umana dell’equazione è molto in ritardo.
Tre grandi sfide emergono dalla ricerca:
La ricerca di ManpowerGroup rileva che il 78% dei dipendenti teme di perdere il posto a causa dell’IA e il 63% mostra resistenza verso gli strumenti di IA . Non si tratta di preoccupazioni di nicchia: sono l’esperienza maggioritaria in molte organizzazioni.
Il Global Talent Barometer 2026 di ManpowerGroup — che ha intervistato quasi 14.000 lavoratori in 19 Paesi — ha evidenziato un paradosso sorprendente: mentre l’uso regolare dell’IA è aumentato del 13% nel 2025 (raggiungendo il 45% dei lavoratori), la fiducia dei lavoratori nella tecnologia è crollata di 18 punti percentuali in un solo anno . I lavoratori usano più IA ma si fidano meno. Questo fenomeno è più marcato tra i lavoratori più anziani, con un calo della fiducia del 35% tra i baby boomer e del 25% tra la Generazione X
.
L’indagine 2026 di ManpowerGroup ha rilevato che il 72% dei datori di lavoro fatica a trovare talenti qualificati . Le competenze più richieste sono lo sviluppo di modelli di IA (39%), le soft skills come curiosità e comunicazione (39%) e l’alfabetizzazione all’IA — saper lavorare efficacemente con gli strumenti di IA (38%)
. Il talento tecnico scarseggia, ma altrettanto scarseggia la capacità umana di adattarsi.
La ricerca non si limita a diagnosticare il problema: offre soluzioni chiare e attuabili:
La ricerca di Adecco Group e ManpowerGroup conclude che il collo di bottiglia più grande per l’IA non è la tecnologia o il budget, ma la preparazione della leadership . La raccomandazione principale è che i dirigenti si impegnino personalmente e modellino l’uso dell’IA, invece di trattarlo come un progetto IT
. L’analisi di Korn Ferry sui modelli di preparazione all’IA mostra che i leader che «trattano l’IA come un progetto IT invece che come una trasformazione aziendale» o che «hanno bisogno di certezze prima di sperimentare», falliscono costantemente nel guidare il cambiamento
.
L’AD di Adecco avverte specificamente che i lavori d’ufficio di base sono i più esposti alla disruption dell’IA e che le aziende devono «riprogettare i ruoli junior per proteggere il serbatoio di talenti» . Non si tratta di eliminare il lavoro di base, ma di ripensare a come appare quel lavoro quando l’IA gestisce le attività di routine.
Il rapporto di ManpowerGroup sottolinea che la maggior parte delle organizzazioni sta investendo in riqualificazione e formazione focalizzata sull’IA, ma l’approccio non è ancora sistemico. Meno del 5% delle aziende segnala un impatto «trasformativo» da tali programmi . Il divario tra spesa e risultati è ampio.
Il whitepaper di Adecco Group del luglio 2026 sostiene che il futuro del lavoro richiede un’«orchestrazione ibrida della forza lavoro» — gestire insieme persone, agenti IA e IA fisica — piuttosto che trattare l’IA come uno strumento di sostituzione . Si tratta di una sfida gestionale fondamentalmente diversa dal semplice implementare un software.
Esperti di Korn Ferry e di altri istituti notano che la preparazione all’IA a livello di leadership richiede una «sperimentazione consapevole»: la volontà di provare l’IA, commettere errori e imparare senza aspettare risposte perfette . Le organizzazioni che avranno successo saranno quelle che costruiranno una cultura in cui la curiosità e l’iterazione sono premiate, non la perfezione.
Le evidenze sono chiare e coerenti tra gli studi di Adecco Group, ManpowerGroup, OCSE e McKinsey. L’occupazione nei Paesi OCSE è a un record storico. L’IA sta cambiando i compiti più velocemente di quanto stia distruggendo posti di lavoro. La vera crisi non è la disoccupazione tecnologica: è un divario di preparazione della leadership così grave che solo il 3% delle organizzazioni si sente pronto. Le sfide principali sono organizzative, culturali e umane: paura, fiducia, competenze e il coraggio di sperimentare. Le soluzioni si concentrano sul coinvolgimento della leadership, sulla riprogettazione dei ruoli junior e sulla riqualificazione sistemica — non sul rallentamento della tecnologia, ma sull’accelerazione dell’adattamento umano.