Parallelamente, in Cina si sta delineando una risposta sul piano del diritto del lavoro. Nell’aprile 2026 il Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou ha stabilito che un’azienda non può licenziare un dipendente semplicemente perché un sistema di AI è in grado di svolgere le stesse mansioni . Un tribunale di Pechino ha adottato un orientamento analogo, considerando la sostituzione con l’AI una ragione non sufficiente, da sola, per il licenziamento secondo la legge cinese sui contratti di lavoro
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La logica delle sentenze è che l’adozione di una nuova tecnologia rappresenta una scelta manageriale e strategica dell’impresa, non necessariamente un cambiamento imprevedibile delle condizioni che renda impossibile proseguire il rapporto di lavoro .
Le stime disponibili indicano inoltre che circa 78.000 lavoratori tecnologici in Cina sarebbero stati coinvolti da licenziamenti legati all’AI nella prima parte del 2026 .
In India il processo appare più legato alle dinamiche di mercato e alla ristrutturazione del grande comparto dei servizi IT e dell’outsourcing. Il Paese ha rappresentato il 7,16% dei licenziamenti tecnologici collegati all’AI nel primo semestre del 2026, risultando secondo a livello globale .
Le stime di TeamLease indicano che fino a 35.000 posti potrebbero scomparire nel settore tecnologico e dei servizi software indiano entro la fine dell’anno. Tra maggio e l’inizio dell’estate, tra 10.000 e 15.000 professionisti avrebbero già perso il lavoro attraverso forme di “silent layoff”, mentre le aziende puntano a migliorare la produttività in un mercato altamente competitivo .
I tagli hanno interessato, tra gli altri, Oracle, Amazon, Meta e Flipkart; in diversi casi l’automazione o l’adozione dell’AI è stata indicata come uno dei fattori della riorganizzazione . Anche i ruoli IT più tradizionali, legati alla manutenzione, alla programmazione ordinaria e alla gestione di attività ripetitive, risultano particolarmente esposti
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L’impatto non è uniforme. In India il settore dell’istruzione ha registrato la quota più alta di licenziamenti attribuiti all’AI, pari al 21,67%, seguito dalla finanza con il 14,73% .
Il dato più significativo non è soltanto il numero dei posti eliminati, bensì la diversa natura delle competenze richieste. In India, le assunzioni specificamente legate all’intelligenza artificiale sono aumentate del 16% nel giugno 2026, mentre il reclutamento tecnologico complessivo è diminuito del 3% .
In altre parole, il mercato non sta semplicemente smettendo di assumere: sta cercando profili diversi. Cresce la domanda di professionisti capaci di progettare, addestrare, integrare e supervisionare sistemi AI, mentre diminuisce quella per mansioni più standardizzate e facilmente automatizzabili .
Anche in Cina le principali società tecnologiche hanno avviato una nuova corsa ai talenti dell’intelligenza artificiale. La competizione sta influenzando persino le scelte universitarie e l’organizzazione della formazione, ma il Paese continua a confrontarsi con una carenza di competenze specialistiche .
La stessa dinamica emerge negli investimenti: le aziende che riducono il personale stanno destinando circa 725 miliardi di dollari alla spesa in conto capitale per l’AI nel 2026, contro i 410 miliardi del 2025 . La formula che riassume il cambio di priorità è drastica: “fuori le persone, dentro le GPU”.
A livello globale, oltre 116.000 posti tecnologici sono andati persi nei primi cinque mesi del 2026, mentre alcune previsioni indicano fino a 12 milioni di nuovi posti di lavoro legati all’AI entro la fine dell’anno . Le cifre provengono da monitoraggi e stime differenti, quindi non sono perfettamente comparabili; il loro punto comune è però la biforcazione del mercato.
Cina e India stanno affrontando la stessa transizione con strumenti diversi. In Cina, la spinta statale all’adozione dell’AI convive con l’obiettivo di contenere l’impatto sociale della disoccupazione e con sentenze che limitano la possibilità di sostituire direttamente un lavoratore con una macchina. In India, invece, la pressione sui costi e sulla produttività pesa soprattutto sul settore dei servizi IT, con tutele meno specifiche rispetto alla sostituzione dovuta all’AI.
Il risultato, tuttavia, è simile: i ruoli tecnologici ordinari vengono ridotti, spesso senza annunci pubblici di massa, mentre aumentano gli investimenti e le assunzioni nei campi dell’intelligenza artificiale. La domanda decisiva per i lavoratori non è quindi soltanto se l’AI creerà o distruggerà posti, ma quali competenze saranno considerate indispensabili nella nuova organizzazione del lavoro.