Il TNP è l’accordo internazionale che mira a limitare la diffusione delle armi nucleari, garantendo al tempo stesso il diritto all’uso pacifico dell’energia atomica sotto controllo internazionale. Un eventuale ritiro iraniano rappresenterebbe quindi una svolta diplomatica e strategica di grande portata.
Le dichiarazioni di Rezaei hanno accompagnato un disegno di legge presentato dal deputato Malek Shariati e intitolato «Sostegno ai diritti nucleari della nazione iraniana» . Il testo, sottoposto a un esame accelerato, prevede tre direttrici principali:
Il Parlamento non ha però, da solo, l’ultima parola. Le fonti citate sottolineano che una decisione definitiva richiederebbe l’approvazione degli organi di vertice dello Stato iraniano .
La questione più delicata riguarda ciò che potrebbe seguire a un eventuale ritiro. Reuters ha riferito il 26 marzo che esponenti iraniani di orientamento radicale avevano intensificato le richieste di una revisione della dottrina nucleare del Paese, con l’obiettivo — secondo la ricostruzione — di valutare lo sviluppo di un’arma atomica come strumento di deterrenza .
Questa posizione non coincide con la linea ufficiale dichiarata da Teheran. Le autorità iraniane hanno continuato a sostenere che il Paese non ha cercato e non cercherà di dotarsi di armi nucleari . Entro giugno, tuttavia, almeno quattro dichiarazioni ufficiali avevano confermato che l’ipotesi di abbandonare il TNP era concretamente allo studio . L’Arms Control Association ha inoltre confermato la presentazione in Parlamento del provvedimento per avviare il ritiro .
In altre parole, il ritiro non significherebbe automaticamente che l’Iran abbia iniziato a costruire una bomba atomica. Eliminerebbe però un importante vincolo politico e giuridico e renderebbe più difficile il controllo internazionale sul programma nucleare.
La minaccia sul TNP si è sviluppata parallelamente a una catena di attacchi e ritorsioni nel Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di energia, è diventato il principale punto di pressione militare ed economica.
Le cifre sulle strutture colpite sono state fornite dalle parti coinvolte e non risultano tutte verificabili in modo indipendente.
La nuova spirale di attacchi ha compromesso il memorandum d’intesa del 18 giugno e gli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto. L’Iran ha minacciato una «sospensione completa» dei negoziati se Washington avesse proseguito le operazioni militari .
Trump ha definito «finito» il cessate il fuoco, mentre i raid sul territorio iraniano e le ritorsioni contro le basi statunitensi nel Golfo hanno ridotto ulteriormente lo spazio per un’intesa . La crisi ha inoltre alimentato la pressione sui mercati energetici, poiché ogni interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz può avere ripercussioni sulle forniture globali di petrolio.
Le discussioni al vertice della NATO ad Ankara si sono svolte in questo contesto di diplomazia bloccata e tensioni sui prezzi dell’energia. Le fonti disponibili, tuttavia, non forniscono dettagli sufficienti sull’agenda specifica del vertice.
Le minacce di Rezaei e l’escalation militare si rafforzano a vicenda su tre piani:
Il punto centrale, quindi, non è che l’Iran abbia già deciso di costruire un’arma nucleare. È che la combinazione tra attacchi alle infrastrutture atomiche, proposta legislativa per uscire dal TNP e richieste di revisione della dottrina nucleare ha avvicinato lo scenario a una svolta strategica. Il fallimento della tregua e la crescente instabilità nello Stretto di Hormuz hanno trasformato una minaccia politica in uno dei dossier più rischiosi per la sicurezza internazionale nel 2026.