Anche le aspettative per i tre anni successivi sono diminuite, mentre quelle a cinque anni sono rimaste invariate . La differenza tra i vari orizzonti temporali è importante: le previsioni a uno e tre anni tendono a reagire più rapidamente alle variazioni dei prezzi e alle notizie economiche, mentre quelle a cinque anni possono offrire un’indicazione più stabile della fiducia nella capacità della BCE di mantenere l’inflazione vicina al suo obiettivo.
La percezione dell’inflazione già registrata nei 12 mesi precedenti è rimasta ferma al 3,1%, il livello più basso da settembre 2021 . Il dato mostrava quindi che la pressione percepita dalle famiglie era ancora superiore all’obiettivo del 2% della BCE, ma non stava più aumentando.
Il CES raccoglie le risposte di circa 19.000 consumatori in 11 Paesi dell’area euro . Non misura direttamente l’inflazione ufficiale: rileva piuttosto come le famiglie percepiscono l’andamento dei prezzi e che cosa si aspettano per il futuro.
Il calo delle aspettative arrivava in un momento in cui anche i dati ufficiali sembravano indicare una graduale normalizzazione. L’inflazione complessiva dell’area euro si è attestata all’1,9% nel maggio 2025, scendendo sotto l’obiettivo del 2% della BCE per la prima volta dal settembre 2024 . A giugno è poi risalita al 2,0%, anche per effetto di prezzi dell’energia meno favorevoli rispetto al mese precedente .
La BCE aveva attribuito parte del miglioramento delle aspettative dei consumatori all’attenuarsi, in quel periodo, delle tensioni in Medio Oriente . Il quadro appariva dunque quello di una disinflazione ancora in corso, sostenuta anche dal calo dei costi energetici e dal rafforzamento dell’euro .
In questo scenario, il dibattito si concentrava soprattutto sulla possibilità di proseguire con l’allentamento monetario, non su un imminente rialzo dei tassi. Nel giugno 2025 la BCE aveva portato il tasso sui depositi al 2%, dopo una serie di riduzioni . Le aspettative di mercato favorivano allora un ulteriore taglio più che un aumento .
Il Bollettino economico della BCE avrebbe poi confermato che le aspettative d’inflazione a breve erano diminuite sia a maggio sia a giugno 2025, invertendo il rialzo osservato nei mesi precedenti .
Il miglioramento del 2025 si è rivelato fragile. L’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente ha provocato un forte shock sui mercati dell’energia, con ricadute sul petrolio e sul gas naturale.
Nell’aprile 2026 l’inflazione complessiva dell’area euro è salita al 3,2%, mentre i prezzi dell’energia sono aumentati del 10,9% su base annua . Anche l’inflazione di fondo — che esclude energia e alimentari — è salita al 2,5%, segnalando che i rincari energetici stavano iniziando a trasmettersi soprattutto ai servizi .
Questo passaggio è centrale per capire la reazione della BCE: uno shock inizialmente concentrato sull’energia può diventare più persistente se imprese e lavoratori trasferiscono i maggiori costi a prezzi, salari e tariffe.
L’11 giugno 2026 il Consiglio direttivo della BCE ha aumentato di 25 punti base tutti e tre i principali tassi di interesse . È stato il primo rialzo in tre anni e ha segnato una netta inversione rispetto al ciclo di riduzioni avviato nel 2025 .
Nella dichiarazione di politica monetaria, la BCE ha indicato esplicitamente la guerra in Medio Oriente come una fonte di nuove pressioni inflazionistiche. L’istituto ha inoltre definito la decisione robusta rispetto a diversi scenari sull’evoluzione dello shock e sui suoi effetti sull’economia dell’area euro .
La presidente Christine Lagarde ha spiegato che l’inflazione energetica, arrivata al 10,9%, si stava allargando al resto dell’economia . Il problema, quindi, non era più soltanto il prezzo del petrolio o del gas, ma il rischio che l’aumento dei costi diventasse più ampio e persistente.
Il dibattito non si è chiuso con la decisione di giugno. Il membro del Consiglio direttivo Pierre Wunsch ha lasciato aperta la possibilità di un ulteriore rialzo già a luglio 2026, soprattutto nel caso in cui i segnali d’inflazione si fossero estesi oltre il comparto energetico .
Il sondaggio di maggio 2025 descriveva correttamente il sentiment dei consumatori in quel momento: le aspettative a breve stavano diminuendo e i dati sull’inflazione sembravano sostenere la prosecuzione della disinflazione.
Ma il CES non poteva anticipare uno shock geopolitico di tale portata. La vicenda mostra quindi due aspetti distinti: da un lato, le aspettative delle famiglie possono migliorare rapidamente quando scendono i prezzi dell’energia e si attenuano le tensioni; dall’altro, una crisi improvvisa può cambiare in poco tempo il quadro dell’inflazione e costringere una banca centrale a passare dai tagli ai rialzi dei tassi.
La conclusione più importante è anche la più prudente: il dato di maggio 2025 indicava un raffreddamento delle pressioni sui prezzi, non la fine definitiva dei rischi inflazionistici.