Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Benjamin Netanyahu e figura considerata molto critica verso l’Iran, ha definito l’intesa «un cattivo accordo in cui gli americani pagano in contanti e ottengono, al massimo, una lettera d’intenti» .
Le contestazioni israeliane si concentrano soprattutto su sei punti:
Il testo pubblicato e le ricostruzioni di diverse testate delineano un’intesa che concede alcuni vantaggi immediati all’Iran e rimanda i dettagli più controversi a una fase successiva . Le clausole principali sono:
Al Jazeera ha seguito l’accordo in più servizi, sottolineando che la MoU è stata firmata elettronicamente da entrambe le parti. Secondo l’emittente, il testo prolunga il cessate il fuoco per 60 giorni e avvia la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti rimuovono il blocco sui porti iraniani .
In un confronto con il passato, Al Jazeera ha osservato che la nuova intesa è molto diversa dal JCPOA del 2015, l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto durante la presidenza Obama. Il JCPOA imponeva a Teheran limiti concreti sull’arricchimento dell’uranio, sulle scorte e sulle attività nucleari, oltre a un sistema di ispezioni dell’AIEA, in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni. La MoU del 2026 concede invece un sollievo economico immediato e un piano di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, rinviando le decisioni più difficili .
L’emittente ha inoltre riferito che, prima della conferma della firma elettronica, il ministero degli Esteri iraniano aveva definito le dichiarazioni di Trump «speculazioni» .
Il paragone con il JCPOA mette in luce il principale motivo di preoccupazione per i critici della MoU. L’accordo del 2015 obbligava l’Iran a ridurre la propria scorta di uranio arricchito a 300 chilogrammi, a limitare l’arricchimento al 3,67% e ad accettare ispezioni rigorose dell’AIEA .
Il memorandum del 2026, secondo le analisi citate, non stabilisce limiti analoghi sull’arricchimento, non impone una riduzione delle scorte e non definisce un regime di ispezioni. Contiene soltanto un impegno generale a non sviluppare armi nucleari, lasciando la definizione pratica degli obblighi ai negoziati successivi . Un’analisi del Guardian ha interpretato questa impostazione come il segno di quanto Washington sia stata costretta a ritirarsi dalle proprie posizioni dal 2025
.
Il periodo negoziale di 60 giorni è iniziato subito dopo la firma del 17 giugno, con colloqui previsti in Svizzera . La MoU stabilisce che l’accordo definitivo dovrà affrontare anche la gestione del materiale nucleare arricchito attraverso un meccanismo concordato dalle parti.
Il punto più controverso, per i critici, è però la sequenza delle concessioni: l’Iran riceve già sanzioni più leggere, accesso ai commerci e riconoscimento diplomatico, mentre le rinunce più importanti restano da negoziare. Se i colloqui fallissero, il memorandum non chiarisce quale sarebbe il meccanismo di applicazione o di ritorno alla pressione precedente . È questa asimmetria — vantaggi immediati per Teheran e promesse future ancora da definire — a spiegare perché in Israele l’accordo venga letto non come un compromesso, ma come una capitolazione.