Il presidente americano ha inquadrato l’imposta come una vera e propria “tassa sulle vendite” dal sapore protezionistico, pensata per colpire al cuore colossi come Google, Amazon e Facebook. “Gli ho chiesto di non imporre tasse alle aziende americane… Stanno facendo un grosso errore”, ha affermato Trump, riferendosi al colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron .
Tradotta in pratica, una tariffa del 100% raddoppierebbe il prezzo finale di una bottiglia di Borgogna o di uno Champagne nel mercato statunitense. Per gli analisti finanziari, dazi superiori al 100% equivalgono a un embargo commerciale a tutti gli effetti .
Il messaggio per Parigi non lascia spazio a compromessi: o si abolisce la tassa, o si affrontano le conseguenze.
La tassa francese sui servizi digitali (DST) è in vigore fin dal 2019. Si tratta di un prelievo del 3% applicato sui ricavi generati da specifici servizi digitali – come la pubblicità mirata e le piattaforme di intermediazione – nel momento in cui tali ricavi sono realizzati sul territorio francese .
La normativa è studiata per colpire solo i grandi gruppi: scatta per le aziende con ricavi globali superiori a 750 milioni di euro e con almeno 25 milioni di euro generati in Francia. Nella pratica, circa 30 società rientrano in questa finestra, e la stragrande maggioranza sono americane .
Parigi ha sempre difeso la misura come uno strumento necessario per tassare un’attività digitale che, di fatto, sfugge largamente alle tradizionali imposte sul reddito societario. Per Washington, invece, si tratta di un dazio discriminatorio che penalizza le imprese statunitensi e mina le norme fiscali internazionali .
Quello del 2026 non è un fulmine a ciel sereno, ma la resurrezione di una guerra commerciale iniziata oltre sei anni fa.
Nel dicembre 2019, la prima amministrazione Trump reagì alla neonata Web Tax minacciando tariffe fino al 100% su beni francesi per un valore di 2,4 miliardi di dollari, includendo nel mirino champagne, formaggi, borse e cosmetici . L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio USA aprì formalmente un’indagine (la Sezione 301) e iniziò a raccogliere i commenti pubblici sulla lista delle merci da colpire .
La vertenza fu poi congelata tra il 2020 e il 2021, mentre l’OCSE provava a negoziare un quadro globale per la tassazione digitale. Quei negoziati, però, si sono arenati senza un accordo pienamente operativo, lasciando in piedi la tassa unilaterale francese e irrisolte le rimostranze americane .
Nel gennaio 2026, le tensioni si erano già spostate su un altro terreno. Trump minacciò dazi del 200% sul vino francese dopo che Macron aveva declinato l’invito a unirsi al suo proposto “Consiglio di Pace” per Gaza . Quella minaccia era scollegata dalla Web Tax, ma stabilì un precedente chiaro: i vini francesi diventavano un bersaglio ricorrente in ogni crisi bilaterale.
La minaccia del 15 giugno è arrivata proprio mentre i leader mondiali si preparavano a riunirsi a Évian-les-Bains, in Francia, per l’annuale vertice del G7 .
La tempistica non è casuale e garantisce che la disputa fiscale monopolizzi l’agenda dell’incontro bilaterale tra Stati Uniti e Francia. Invece di concentrarsi su priorità condivise, come il sostegno all’Ucraina o il coordinamento economico globale, Macron e Trump arrivano al tavolo con uno scontro commerciale già in piena escalation .
Per il presidente francese è un esercizio di equilibrismo complesso: da un lato difendere la sovranità fiscale del proprio Paese, dall’altro scongiurare una guerra dei dazi che punirebbe una delle industrie di esportazione più celebri e strategiche della Francia.
La reazione degli esportatori vinicoli francesi è stata immediata e allarmata. I rappresentanti del settore hanno definito la minaccia “una pessima notizia per un’industria dipendente dall’export, intrappolata in una disputa che va ben oltre il suo controllo” .
Non è un’esagerazione. Gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco per il vino francese, assorbendo circa il 21% delle spedizioni totali . Un dazio del 100% cancellerebbe questo mercato nel giro di una notte.
I produttori vinicoli europei osservano con crescente frustrazione lo schema che si è creato. In un solo anno, il settore è stato preso di mira con minacce di dazi legate a una tassa sul digitale, a un’iniziativa geopolitica di pace e a più ampie battaglie commerciali con l’UE . In ogni occasione, il messaggio dei viticoltori è lo stesso: siamo un danno collaterale in guerre che non ci appartengono.
Quella sul vino non è solo una disputa su cifre e aliquote. È la crepa più visibile di una frattura strutturale più ampia.
Gli Stati Uniti insistono nel ritenere che le tasse digitali unilaterali discriminino illegalmente le aziende americane. Francia e Unione Europea, dal canto loro, sono sempre più esasperate dalla lentezza della riforma fiscale globale e hanno scelto di procedere da sole.
Sebbene nel 2021 l’OCSE abbia mediato uno storico accordo fiscale globale, il pilastro dedicato alla tassazione digitale non è ancora stato recepito in modo vincolante. Finché questo buco normativo resterà aperto – o finché Washington e Parigi non troveranno un’intesa diretta – la spada di Damocle dei dazi sul vino francese continuerà a pendere minacciosamente sul settore .