L'idea iniziale, formalizzata il 3 giugno 2026, era quella di prendere la clausola di salvaguardia nazionale – nata per permettere ai governi di spendere fino all'1,5% del PIL in difesa senza incorrere nelle sanzioni di Bruxelles – e di estenderla alla transizione energetica .
Nella pratica, la Commissione proponeva:
Mentre i ministri discutevano, il Portogallo aveva già fatto la prima mossa. Il 6 giugno, la Commissione aveva raccomandato che Lisbona potesse attivare la clausola di fuga anche per gli investimenti energetici. Una richiesta arrivata dopo che il Paese aveva già ottenuto 5,8 miliardi di euro in prestiti UE per la difesa .
Il caso portoghese è così diventato il banco di prova vivente. Se da un lato ha dimostrato che il meccanismo funziona, dall'altro ha acceso la miccia della discordia politica, trasformando un tecnicismo in un caso diplomatico.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco, il 10 giugno è arrivato il parere durissimo dell'European Fiscal Board (EFB), l'organismo indipendente che vigila sui conti pubblici dell'Unione . Il suo presidente, Pieter Hasekamp, è stato tagliente:
L'EFB ha messo in guardia dal rischio di "normalizzare la clemenza fiscale permanente", ricordando gli errori del 2022-2023, quando i sussidi per l'energia sono rimasti in vigore molto oltre la fine della crisi, gonfiando il debito senza riforme strutturali .
La frattura nell'Eurogruppo non è un dibattito astratto, ma figlia di una tempesta perfetta:
In sintesi, l'Europa si trova con il freno a mano tirato dalla politica monetaria e il piede sull'acceleratore di quella di bilancio. E mentre falchi e colombe litigano, la domanda resta sospesa: si può davvero finanziare la resilienza energetica senza far saltare il banco dei conti pubblici?
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