Questo è il sequel del primo European Chips Act del 2023, che aveva già mobilitato oltre 52 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati. La versione 2.0 costruisce su queste fondamenta, tagliando la burocrazia per gli impianti di produzione di chip e potenziando la capacità produttiva interna. L'obiettivo dichiarato è mettere in sicurezza "la base di semiconduttori per l'ambizione europea sull'IA", rafforzando sia la domanda che l'offerta nell'ecosistema europeo.
Il CADA è il vero peso massimo politico del pacchetto. Stabilisce un quadro giuridico vincolante per rafforzare l'industria europea del cloud e dell'IA, contrastando direttamente il dominio degli hyperscaler americani.
La sua caratteristica più controversa è un sistema europeo di garanzia di sovranità su quattro livelli. I livelli tre e quattro richiedono che il fornitore di servizi "non sia soggetto al controllo di un paese terzo o di un'entità giuridica stabilita in un paese terzo". Una clausola che di fatto squalifica immediatamente le aziende tech USA, tutte soggette alla legge americana CLOUD Act. Questo significa che colossi come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud potrebbero essere tagliati fuori da tutti i contratti pubblici sensibili: difesa, giustizia, sanità, energia e finanza.
La molla qui è la sicurezza. I decisori politici europei temono che Washington possa costringere le sue corporation del cloud a consegnare dati europei o, peggio, a disattivare servizi da remoto – quello che un funzionario ha definito un "kill switch", un interruttore di spegnimento. Per rispondere a questa minaccia, il CADA fissa anche un obiettivo ambizioso: almeno triplicare la capacità dei data center dell'UE nell'arco di cinque-sette anni.
Accanto ai grandi investimenti infrastrutturali, la Commissione ha pubblicato una strategia dedicata che posiziona il software libero e open source (FOSS) come un elemento cruciale per raggiungere la sovranità tecnologica. La strategia sostiene che l'open source aumenta la competitività "accelerando l'innovazione, abbassando i costi della tecnologia" e riducendo la dipendenza eccessiva da fornitori proprietari.
Originariamente descritta in alcuni documenti come un "Piano strategico per potenziare la capacità dei data center in Europa", questo quarto pilastro è il piano operativo concreto dietro l'obiettivo del CADA di triplicare i centri dati. Punta a scalare l'infrastruttura digitale europea per mantenere i carichi di lavoro sensibili dell'IA e i dati dei cittadini all'interno della giurisdizione europea.
Il pacchetto è atterrato in un fuoco incrociato di critiche contrastanti.
Le lobby americane hanno subito gridato allo scandalo. CCIA Europe, che rappresenta le più grandi aziende tech statunitensi, ha bollato le norme del CADA su cloud e IA come "discriminatorie" e "protezionistiche". Daniel Friedlaender di CCIA Europe ha sostenuto che il quadro normativo significa "di fatto dare carta bianca alle capitali nazionali per escludere fornitori globali di fiducia da tutte le principali nazioni produttrici di tecnologia al di fuori dell'Unione".
L'Information Technology and Innovation Foundation (ITIF) con sede negli USA è andato oltre, sostenendo che il vero problema dell'Europa non è la dipendenza dalla tecnologia americana, ma una "crescita anemica della produttività guidata dalla tecnologia", e che il protezionismo rischia di "aggravare il suo deficit digitale".
Dalla direzione opposta, gli eurodeputati centristi e di sinistra dicono che il pacchetto è troppo timido. L'eurodeputata dei Verdi/ALE Kim van Sparrentak ha dichiarato che il piano "riconosce finalmente l'entità della dipendenza digitale europea, ma alla fine non è all'altezza", avvertendo che senza rigidi requisiti "Made in Europe" per la spesa pubblica in tecnologia, si rischia di costruire "la linea Maginot digitale dell'Europa". Il gruppo Renew Europe l'ha definito "un passo quando serviva un balzo", criticando il ruolo che il piano immagina ancora per le aziende tecnologiche statunitensi nella maggior parte dell'infrastruttura UE.
Gli analisti mettono in dubbio la fattibilità. Euronews ha inquadrato senza mezzi termini la tensione centrale: può l'Europa "rientrare nella corsa tecnologica internazionale" senza le stesse aziende Big Tech statunitensi che sta cercando di limitare? CNBC e altre testate notano che una vera indipendenza tecnologica resta un obiettivo a lungo termine piuttosto che una realtà immediata, visti i capitali necessari e l'attuale dominio dei fornitori cloud americani.
L'11 giugno al Web Summit di Rio, la Vicepresidente Virkkunen ha confermato che il Brasile diventerà il quinto partner digitale ufficiale dell'UE, unendosi a Giappone, Canada, Singapore e Corea del Sud in una più ampia Rete di Partenariati Digitali. La scelta del momento e del luogo non è stata casuale: annunciare l'accordo dal più grande summit tecnologico delle Americhe serviva a ribadire il messaggio che la spinta dell'Europa alla sovranità non è isolazionista, ma basata su alleanze.
Il partenariato si fonda su quattro pilastri principali:
Parlando con i giornalisti al summit, Virkkunen ha messo in guardia esplicitamente sui rischi di un'affidamento eccessivo alle aziende tecnologiche statunitensi in settori sensibili come la cybersicurezza e la difesa, inquadrando l'accordo con il Brasile come parte di una strategia per diversificare verso "alleati affidabili".
Il Pacchetto per la Sovranità Tecnologica Europea entra ora nel processo legislativo dell'UE, dove il CADA e il Chips Act 2.0 dovranno affrontare gli emendamenti del Parlamento Europeo e i negoziati tra gli Stati membri. Il partenariato digitale con il Brasile è invece già effettivo, con gruppi di lavoro pronti ad avanzare sulle quattro aree tematiche per tutto il 2026 e oltre.
La domanda strategica resta come l'UE possa quadrare un cerchio molto scomodo: ridurre la dipendenza da USA e Cina mantenendo al contempo l'accesso alla tecnologia cloud e IA più avanzata al mondo, che resta in gran parte americana. Come ha sintetizzato l'Irish Times, il pacchetto è "attaccato per non essere abbastanza ambizioso, mentre allo stesso tempo viene dipinto come una virata verso il protezionismo". La risposta determinerà se il 3 giugno 2026 sarà ricordato come il vero punto di svolta digitale dell'Europa o come una costosa lezione di eccesso normativo.
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