Tradotto in prezzi al consumo, è stato un salasso. Il Brent, il riferimento globale del greggio, ha bucato quota 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni l'8 marzo, per poi schizzare fino a 126 dollari, registrando l'aumento mensile più forte di sempre . Pensate che prima della crisi, da lì transitavano pacificamente circa 20 milioni di barili al giorno e un quinto del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Dopo gli attacchi, il traffico navale è collassato da 130 navi al giorno a cifre a una sola cifra, un crollo di oltre il 95% .
Poco importa che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti abbiano provato a dirottare milioni di barili attraverso oleodotti alternativi: il mercato ha comunque assorbito una carenza netta di 8-10 milioni di barili al giorno, sufficiente a tenere i prezzi ben sopra i 100 dollari . La Banca Mondiale, nel suo Outlook di aprile 2026, ha certificato un rincaro dell'energia del 24% per l'intero anno .
Lo shock energetico si è immediatamente tradotto in un rallentamento dell'economia globale. Secondo Wood Mackenzie, la crescita del PIL mondiale è passata dal 3% del 2025 a un magro 2,3% nel 2026, con una recessione che, per ora, resta confinata in Medio Oriente ma getta ombre pesanti sull'Europa, già provata . Anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nell'aprile 2026 ha limato le stime, prevedendo una crescita ferma al 2,8% . Se il blocco dovesse durare, avvertono J.P. Morgan e Capital Economics, il PIL globale potrebbe perdere altri 0,6 punti percentuali, con il Brent lanciato verso i 150 dollari .
Sul fronte dell'inflazione, il quadro è meno netto ma ugualmente preoccupante. La crisi ha causato un'impennata del 16% dei prezzi medi delle materie prime, il primo aumento annuale dal 2022 . L'inflazione globale, secondo il FMI, salirà al 4,4% nel 2026, ma se dovesse concretizzarsi lo scenario peggiore delle ultime settimane, potrebbe balzare al 5,4% .
Eppure, c'è chi predica cautela. Gli economisti della Columbia University sostengono che, essendo lo shock concentrato sull'energia, l'impatto inflazionistico globale resta "relativamente contenuto", con una sforbiciata al PIL mondiale di appena lo 0,3%, a patto che il conflitto rientri entro maggio . Un dato sembra dare loro ragione: mentre i future energetici schizzavano, i prezzi delle materie prime agricole sono saliti in modo più modesto, segno che la spirale sui beni alimentari non era ancora partita .
Attenzione, però, a ciò che non si vede. La vera bomba a orologeria è nel sottosuolo dei campi coltivati. Lo Stretto di Hormuz trasporta normalmente tra il 20% e il 30% del commercio mondiale di fertilizzanti, compresi gli input cruciali a base di azoto e fosfati, fondamentali per la nostra agricoltura . L'Iran, tra l'altro, è un grande esportatore di fertilizzanti, e le sue spedizioni sono state ovviamente bloccate dalla chiusura dello Stretto .
Le conseguenze sono già tangibili: i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati di circa il 30% subito dopo la crisi, gettando nel panico gli agricoltori dell'emisfero settentrionale proprio alla vigilia delle semine primaverili . TD Economics lancia un allarme preciso: anche se lo Stretto dovesse riaprire rapidamente, i maggiori costi dei fertilizzanti condizioneranno le decisioni di semina, con ripercussioni sulla produzione di cibo che si faranno sentire nel 2027. È il rischio di un'inflazione alimentare differita, che le banche centrali e i consumatori non hanno ancora pienamente scontato .
L'impatto più drammatico è sulle nazioni in via di sviluppo che dipendono dalle importazioni. FAO e ONU hanno ripetutamente messo in guardia: il blocco rischia di innescare un effetto domino nella produzione di prodotti chimici e fertilizzanti, facendo impennare i prezzi del cibo e amplificando le perdite di benessere in Sud Asia, Africa sub-sahariana e altre regioni fragili . L'Istituto Kiel per l'Economia Mondiale ha sottolineato che i modelli di commercio standard sottovalutano questo impatto perché non colgono il meccanismo del collo di bottiglia: il caro-energia si trasferisce direttamente sui costi dei fattori agricoli, colpendo più duramente i paesi più poveri .
Di fronte alla più grave crisi energetica degli ultimi decenni, la comunità internazionale ha moltiplicato le iniziative diplomatiche, ma con un successo a dir poco altalenante.
Una spinta importante è arrivata il 2 aprile 2026, quando il Regno Unito ha ospitato una riunione virtuale di oltre 40 ministri degli Esteri. Il gruppo ha chiesto "l'immediata e incondizionata riapertura dello Stretto", discutendo sanzioni coordinate e misure di sicurezza marittima per fare pressione sull'Iran . Il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha sottolineato con forza la necessità di creare "corridoi per i fertilizzanti" per scongiurare un aggravamento della crisi alimentare in Africa .
Parallelamente, l'8 aprile è stata negoziata una fragile tregua a Islamabad, ma i colloqui sono poi falliti e gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale all'Iran il 13 aprile . In un clima tesissimo, il 17 aprile l'Iran ha annunciato una sospensione temporanea della chiusura dello Stretto per tutta la durata dei nuovi negoziati. Una tregua effimera: la situazione è rimasta incandescente . A maggio 2026, con le tensioni irrisolte e i prezzi del petrolio in nuovo rialzo, il Segretario Generale dell'ONU António Guterres ha avvertito che "qualsiasi ripresa dei combattimenti avrebbe conseguenze terribili", lanciando un appello accorato alla diplomazia .
Verso fine aprile, gli Stati Uniti hanno esteso il cessate il fuoco, una mossa definita dall'ONU "un importante passo verso la de-escalation", ma nuovi incidenti hanno subito minato la fragile calma, confermando il rischio persistente per il traffico navale globale . Il Presidente Trump ha poi annunciato il 6 maggio una pausa temporanea delle operazioni militari americane, parlando di "grandi progressi" verso un possibile accordo. Ma a metà 2026, una riapertura completa e definitiva dello Stretto resta un miraggio .
La crisi dello Stretto di Hormuz del 2026 ha messo a nudo la fragilità di un'economia globale ancora ostaggio di un unico punto di passaggio marittimo. I corridoi energetici alternativi e il rilascio delle riserve strategiche di petrolio hanno attutito il colpo, ma non hanno potuto impedire un'impennata storica del greggio, il declassamento delle stime di crescita e il silenzioso dispiegarsi di una minaccia alla sicurezza alimentare che ci perseguiterà ben oltre la firma di un qualsiasi cessate il fuoco.
Mentre i negoziati vanno avanti a singhiozzo, la lezione è chiara: sicurezza energetica e sicurezza alimentare sono due facce della stessa medaglia. In un mondo interconnesso, basta un singolo punto di rottura per scatenare onde d'urto su ogni continente, e l'Italia, come il resto d'Europa, non può certo sentirsi al riparo.